Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31785 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 04/11/2021, (ud. 16/09/2021, dep. 04/11/2021), n.31785

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GRECO Antonio – Presidente –

Dott. ESPOSITO Antonio Francesco – Consigliere –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 2846-2020 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE E DEL TERRITORIO, (C.F. (OMISSIS)), in persona

del Direttore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la

rappresenta e difende ope legis;

– ricorrente –

contro

D.E.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3871/06/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della SICILIA SEZIONE DISTACCATA di CATANIA, depositata il

20/06/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 16/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CATALDI

MICHELE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. L’Agenzia delle Entrate propone ricorso, affidato a due motivi, per la cassazione della sentenza di cui all’epigrafe, emessa dalla Commissione Tributaria Regionale della Sicilia-sezione staccata di Catania, che ha rigettato l’appello erariale avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Ragusa, che aveva accolto parzialmente il ricorso di D.E. contro il silenzio-rifiuto dell’amministrazione sulla domanda, proposta dal medesimo contribuente, di rimborso pari al 90% dell’Irpef e dell’Ilor versata negli anni d’imposta 1991 e 1992, in applicazione della L. n. 289 del 2002, art. 9, comma 17.

Il contribuente è rimasto intimato.

Sulla proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., si è instaurato il contraddittorio camerale.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo la ricorrente Amministrazione deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e la falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, artt. 18,19 e 21, per non avere il giudice a quo rilevato l’inammissibilità del ricorso introduttivo del contribuente, difettando, nell’istanza di rimborso, l’indicazione del quantum richiesto e la prova di aver versato gli importi dei quali chiedeva la restituzione.

Il motivo è inammissibile. Infatti la ricorrente, nel corpo del mezzo, non ha trascritto né riprodotto il contenuto della domanda di rimborso, né ha indicato in che grado ed in che fase del giudizio di merito essa sia stata eventualmente depositata. Tanto meno, in calce al ricorso, viene data puntuale menzione dell’allegazione specifica dello stesso atto fatture e del prospetto.

Non risulta quindi adempiuto l’onere di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di specifica indicazione, a pena d’inammissibilità del ricorso, degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché dei dati necessari all’individuazione della loro collocazione quanto al momento della produzione nei gradi dei giudizi di merito (Cass. 15/01/2019, n. 777; Cass. 18/11/2015, n. 23575; Cass., S.U., 03/11/2011, n. 22726. Cfr. altresì Cass. Sez. 1 -, Ordinanza n. 29495 del 23/12/2020, secondo cui ” l’esercizio del potere di diretto esame degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità ove sia denunciato un “error in procedendo”, presuppone comunque l’ammissibilità del motivo di censura, onde il ricorrente non è dispensato dall’onere di specificare (a pena, appunto, di inammissibilità) il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata, indicando anche specificamente i fatti processuali alla base dell’errore denunciato, e tale specificazione deve essere contenuta nello stesso ricorso per cassazione, proprio per assicurare il rispetto del principio di autosufficienza di esso.”).

Invero, come questa Corte ha in più occasioni avuto modo di chiarire “detta disposizione, oltre a richiedere l’indicazione degli atti e dei documenti, nonché dei contratti o accordi collettivi, posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale tali fatti o documenti risultino prodotti, prescrizione, questa, che va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (…)

In tale prospettiva va altresì ribadito che l’adempimento dell’obbligo di specifica indicazione degli atti e dei documenti posti a fondamento del ricorso di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, previsto a pena d’inammissibilità, impone quanto meno che gli stessi risultino da un’elencazione contenuta nell’atto, non essendo a tal fine sufficiente la presenza di un indice nel fascicolo di parte (Cass. 6 ottobre 2017, n. 23452). In breve, il ricorrente per cassazione, nel fondare uno o più motivi di ricorso su determinati atti o documenti, deve porre la Corte di cassazione in condizione di individuare ciascun atto o documento, senza effettuare soverchie ricerche.” (Cass. Sez. 6 – 1, Ordinanza n. 1235 del 2019, in motivazione).

2.Con il secondo motivo la ricorrente Amministrazione deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e la falsa applicazione della L. 23 dicembre 2014, n. 190, art. 1, comma 665, come modificato dal D.L. 20 giugno 2017, n. 91, art. 16-octies, convertito dalla L. 3 agosto 2017, n. 123.

Nella sostanza, l’errore imputato al giudice a quo consiste nel non aver considerato che il D.L. n. 91 del 2017, art. 16-octies, pone limiti quantitativi al pagamento della somma dovuta a titolo di rimborso, che quindi non è interamente dovuta.

Il motivo è infondato.

Infatti, per consolidato orientamento di questa Corte, in mancanza di disposizioni transitorie, non incide sui giudizi in corso l’introduzione di limiti quantitativi al procedimento di rimborso da parte di una legge sopravvenuta (D.L. 20 giugno 2017 n. 91, art. 16-octies, convertito, con modificazioni, dalla L. 3 agosto 2017, n. 123), attuata con provvedimento amministrativo, in quanto la stessa non incide sul titolo del diritto alla ripetizione, che si forma nel relativo processo, ma esclusivamente sull’esecuzione del medesimo (Cass., Sez. 5, 8 gennaio 2018, n. 227; Cass., Sez. 6-5, 14 marzo 2018, n. 6213; Cass., Sez. 6-5, 26 gennaio 2021, n. 1640).

Pertanto, le eventuali questioni concernenti i limiti delle risorse stanziate ed i conseguenziali provvedimenti liquidatori attengono soltanto alla fase esecutiva e/o di ottemperanza (tra le tante: Cass., Sez. 5, 31 gennaio 2019, n. 2846; Cass., Sez. 5, 22 febbraio 2019, n. 5300; Cass., Sez. 6-5, 26 gennaio 2021, n. 1640; Cass., Sez. 6-5, 1 febbraio 2021, n. 2192; Cass., Sez. 6-5, 25 marzo 2021, n. 8393). In tal senso, è stato ribadito che la norma sopravvenuta di cui al D.L. 20 giugno 2017 n. 91, art. 16-octies, convertito, con modificazioni, dalla L. 3 agosto 2017 n. 123, che, a parziale modifica della Legge 23 dicembre 2014 n. 190, art. 1, comma 665, ha previsto che i rimborsi delle maggiori imposte pagate dai soggetti colpiti dal sisma del 13 e 16 dicembre 1990, siano disposti solo fino a concorrenza dello stanziamento previsto dalla stessa norma, non incide sul titolo della ripetizione, operando esclusivamente nella sua fase esecutiva e/o di ottemperanza. Tale modifica, inoltre, attesa la mancanza di disposizioni transitorie, opera con efficacia limitata ai procedimenti instaurati dopo la sua entrata in vigore, trattandosi di legge sopravvenuta che delinea un diverso procedimento amministrativo di rimborso (Cass., Sez. 6-5, 21 febbraio 2020, n. 4570; Cass., Sez. 6-5, 25 marzo 2021, n. 8393; Cass., Sez. 6-5, 22 aprile 2021, nn. 10714 e 10716).

Deve dunque ritenersi che, anche con riferimento alla fattispecie sub iudice, l’applicabilità dello ius superveniens de quo (ed ogni questione ad esso correlata, non rilevante quindi in questa sede), ai fini della determinazione dell’entità del rimborso concretamente erogabile, sia rimessa alla fase esecutiva o di ottemperanza.

A tali principi si è attenuto il giudice d’appello, per cui il ricorso va rigettato.

Nulla sulle spese, essendo rimasto intimato il contribuente. Rilevato che risulta soccombente una parte ammessa alla prenotazione a debito del contributo unificato, per essere amministrazione pubblica difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 comma 1- quater.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 16 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

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