Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31781 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 04/11/2021, (ud. 26/05/2021, dep. 04/11/2021), n.31781

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MOCCI Mauro – Presidente –

Dott. CATALDI Michele – rel. Consigliere –

Dott. CROLLA Cosmo – Consigliere –

Dott. LUCIOTTI Lucio – Consigliere –

Dott. LO SARDO Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 32065-2019 proposto da:

B.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato DE CURTIS NICOLA;

– ricorrente –

contro

COMUNE di GATTEO, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE

di CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ZABBERONI

ALBERTO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 526/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di BOLOGNA, depositata il

18/03/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 26/05/2021 dal Consigliere Relatore Dott. CATALDI

MICHELE.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. B.A. propone ricorso per cassazione, affidato a due motivi, avverso la sentenza n. 526/13/2018, depositata il 18 marzo 2018, con la quale la Commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna ha rigettato il suo appello avverso la sentenza della Commissione tributaria provinciale di Forlì, che aveva già rigettato il suo ricorso contro gli avvisi d’ accertamento emessi nei suoi confronti, per gli anni d’imposta 2010 2011, in materia di Ici, dal Comune di Gatteo, sul presupposto dell’edificabilità di un terreno di proprietà della medesima contribuente.

Il Comune di Gatteo si è costituito con controricorso.

La proposta del relatore è stata comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1.Con il primo motivo la contribuente deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 53 Cost. e del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2”.

Assume infatti la ricorrente che il giudice a quo, nel rigettare il suo appello, avrebbe ancorato la decisione al dato meramente formale della classificazione del terreno come edificabile, mentre dalla documentazione versata in atti emergerebbe in maniera univoca che sul suolo in questione non potrebbe edificarsi alcunché.

Il motivo, come eccepito dal controricorrente e come rilevabile d’ufficio, è inammissibile per diverse ragioni, ciascuna sufficiente di per sé sola alla relativa declaratoria.

Infatti, nel ricorso non viene indicato se, ed in che fase e grado del giudizio di merito, siano stati prodotti gli avvisi di accertamento e la “documentazione versata in atti”, evocata del tutto genericamente nel mezzo.

Tanto meno, nel corpo del ricorso, sono riprodotti i predetti documenti; né, in calce all’atto, viene data puntuale menzione della loro specifica allegazione ad esso.

Non risulta quindi adempiuto l’onere di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di specifica indicazione, a pena d’inammissibilità del ricorso, degli atti processuali e dei documenti sui quali il ricorso si fonda, nonché, comunque, dei dati necessari all’individuazione della loro collocazione quanto al momento della produzione nei gradi dei giudizi di merito. (Cass. 15/01/2019, n. 777; Cass. 18/11/2015, n. 23575; Cass., S.U., 03/11/2011, n. 22726).

Infatti, come questa Corte ha in più occasioni avuto modo di chiarire “detta disposizione, oltre a richiedere l’indicazione degli atti e dei documenti, nonché dei contratti o accordi collettivi, posti a fondamento del ricorso, esige che sia specificato in quale sede processuale tali fatti o documenti risultino prodotti, prescrizione, questa, che va correlata all’ulteriore requisito di procedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, (…)

In tale prospettiva va altresì ribadito che l’adempimento dell’obbligo di specifica indicazione degli atti e dei documenti posti a fondamento del ricorso di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1,n. 6, previsto a pena d’inammissibilità, impone quanto meno che gli stessi risultino da un’elencazione contenuta nell’atto, non essendo a tal fine sufficiente la presenza di un indice nel fascicolo di parte (Cass. 6 ottobre 2017, n. 23452). In breve, il ricorrente per cassazione, nel fondare uno o più motivi di ricorso su determinati atti o documenti, deve porre la Corte di cassazione in condizione di individuare ciascun atto o documento, senza effettuare soverchie ricerche.” (Cass. Sez 6 – 1, Ordinanza n. 1235 del 2019, nella motivazione, cui si rimanda per ulteriori richiami giurisprudenziali di legittimità in materia).

Il motivo è inammissibile, altresì, per la sua genericità, in quanto si limita a considerazioni astratte sui criteri di valutazione dei fondi, ma non evidenzia specificamente alcun elemento concreto, di fatto o di diritto, riferibile alla fattispecie sub indice.

Ancora, il motivo è altresì inammissibile perché, oltre che generico e meramente assertivo, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione mira, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito (Cass. Sez. U -, Sentenza n. 34476 del 27/12/2019), in termini di accertamento delle caratteristiche del terreno sottoposto ad imposizione e di relativa qualificazione dello stesso fondo

2.Con il secondo motivo la contribuente deduce “omessa insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.”.

Nel corpo del motivo, la censura investe la pretesa non “adeguata valorizzazione” di una perizia tecnica di parte sul fondo e la “palese violazione ” dell’art. 53 Cost. e del D.Lgs. n. 504 del 1992, art. 2, dei quali la CTR avrebbe fatto un’applicazione “meramente burocratica”.

Anche tale motivo, come eccepito dal controricorrente e come rilevabile d’ufficio, è inammissibile per diverse ragioni, ciascuna sufficiente di per sé sola alla relativa declaratoria.

Innanzitutto, la censura formulata, come rubricata e come esposta nel corpo del motivo, è riferita alla versione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, non più applicabile ratione temporis, in relazione alla data di pubblicazione della sentenza impugnata..

Inoltre, alla pari del primo motivo, anche il secondo non ottempera al requisito, di contenuto-forma, di specifica indicazione degli atti e dei documenti posti a fondamento del ricorso, ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, previsto a pena d’inammissibilità. Ancora, nel corpo del mezzo, si evidenzia un’inammissibile prospettazione della medesima questione sotto profili incompatibili (Cass. 23/10/2018, n. 26874; Cass. 23/09/2011, n. 19443; Cass. 11/04/2008, n. 9470), non risultando specificamente separati la trattazione delle doglianze relative all’interpretazione o all’applicazione delle norme di diritto appropriate alla fattispecie ed i profili attinenti alla ricostruzione del fatto (Cass. 11/04/2018, n. 8915; Cass. 23/04/2013, n. 9793).

Si tratta quindi di censure non ontologicamente distinte dallo stesso ricorrente e dunque non autonomamente individuabili, senza un inammissibile intervento di selezione e ricostruzione del mezzo d’impugnazione da parte di questa Corte.

Con riferimento poi alla perizia tecnica di parte contribuente, alla quale si riferisce il merito, ribadita la non autosufficienza e la genericità della relativa censura, deve sottolinearsi altresì che, come questa Corte ha già avuto modo di precisare proprio con riferimento ad una consulenza tecnica di parte, ” L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, come riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente la omessa valutazione di deduzioni difensive. (In applicazione del predetto principio, la S.C. ha rigettato il motivo di ricorso con il quale il ricorrente, in un giudizio per la dichiarazione della paternità naturale, si doleva che il giudice d’appello non avesse tenuto conto delle risultanze della consulenza tecnica di parte, sottolineando come, nonostante il suo contenuto tecnico e a differenza della consulenza tecnica d’ufficio, la c.t.p. costituisca una semplice allegazione difensiva, priva di autonomo valoro probatorio).” (Cass. Sez. 1 -, Ordinanza n. 26305 del 18/10/2018).

Inoltre, proprio perché la perizia di parte prodotta dalla contribuente ha valore solo di indizio, al pari di ogni documento proveniente da un terzo, con la conseguenza che la sua valutazione è rimessa all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito (Cass. 27/12/2018, n. 33503), è inammissibile il tentativo della ricorrente di proporre una mera rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito (Cass. Sez. U -, Sentenza n. 34476 del 27/12/2019), che sul punto si è espressamente pronunciato nella motivazione della sentenza d’appello.

3. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 2.300,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 26 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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