Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31774 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 01/07/2021, dep. 04/11/2021), n.31774

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4830/2020 proposto da:

I.A., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato FRANCO BERETTI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di BOLOGNA, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 3377/2019 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 28/11/2019 R.G.N. 2568/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

01/07/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte di appello di Bologna, con sentenza del 28 novembre 2019, confermava l’ordinanza del Tribunale della stessa sede, che aveva respinto il ricorso proposto da I.A. avverso il provvedimento della competente Commissione territoriale, con il quale veniva rigettata la sua domanda di protezione internazionale ed esclusi i presupposti per la protezione complementare (umanitaria).

2. La Corte territoriale condivideva la valutazione del Tribunale circa la mancanza di credibilità soggettiva dell’appellante, in quanto la narrazione, anche se formalmente lineare e priva di contraddizioni evidenti, era priva di ogni riscontro riguardo alle paventate persecuzioni, ferma restando la incomprensibilità della scelta di non rivolgersi alle autorità di polizia.

3. Per il riconoscimento della protezione sussidiaria era necessaria la esistenza di indici specifici di pericolosità, quali la presenza di gruppi armati aventi il controllo del territorio, la difficoltà di accesso per la popolazione a forme di assistenza umanitaria, la presenza di un significativo numero di vittime fra la popolazione civile, come conseguenza di una situazione di violenza generalizzata.

4. Il Tribunale aveva verificato, sulla base delle fonti più attendibili e recenti delle Nazioni Unite e dell’UNHCR, che lo Stato di provenienza del ricorrente – EDO STATE – non era interessato da una situazione tale da porre a rischio la vita o l’incolumità fisica della popolazione civile presente sul territorio (COI e UNCHR 2016), non presentando oltretutto il ricorrente particolari fattori individualizzanti di rischio.

5. Anche con riferimento alla protezione umanitaria, il primo giudice aveva adeguatamente ponderato la situazione soggettiva del richiedente; il positivo percorso di inserimento nel nostro paese non era per sé solo decisivo, in assenza di specifici fattori di rischio o di debolezza.

6. Ha proposto ricorso per la cassazione della sentenza I.A., affidato a due motivi di censura; il MINISTERO DELL’INTERNO si è costituito per la partecipazione alla discussione orale.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo il ricorrente ha denunciato la violazione o falsa applicazione – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), censurando il diniego di tale forma di protezione sussidiaria. Ha dedotto che le fonti citate dal giudice dell’appello circa la situazione nigeriana si riferivano all’anno 2016 e che dalle fonti aggiornate risultava la sussistenza dei presupposti previsti dalla norma. Le fonti internazionali ed il sito del Ministero dell’Interno “(OMISSIS)” davano atto di molteplici profili di criticità quanto alla situazione socioeconomica, politica, etnico-religiosa, ambientale; più in generale, la Nigeria era caratterizzata da decenni di conflitti, oltre a doversi valutare la mancanza di garanzie processuali e giudiziarie e la diffusa corruzione delle forze di polizia (fonti EASO 2017 e 2018). Si citano più fonti internazionali sulla situazione Nigeriana e sulla zona dell’EDO STATE.

2. Con il secondo motivo si deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, nonché omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, per non avere il giudice dell’appello esaminato la situazione di pericolo, in caso di rimpatrio, di essere sottoposto a trattamenti inumani e degradanti, lesivi della dignità personale, in ragione della violenza diffusa nel Paese di provenienza, come emergente dalle fonti internazionali.

3. Il ricorso è inammissibile.

4. Nel corpo dell’atto di gravame viene del tutto omessa l’esposizione del fatto storico, limitandosi il ricorrente, nella parte intitolata “svolgimento del processo” ad indicare la vicenda processuale. Rimangono del tutto oscuri i fatti esposti dal richiedente a fondamento della domanda di protezione.

5. La mancanza dell’esposizione sommaria del fatto determina la inammissibilità del ricorso per violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3 (cfr., in tema di protezione internazionale, Cass. Sez. 3, n. 15030/2021; n. 10479/2021; n. 10429/2021; n. 8525/2021; sez. I n. 9453/2021; n. 31673/2018).

6. Ulteriore e concorrente ragione di inammissibilità deriva dal rilievo che i due motivi, a dispetto della diffusività espositiva, contengono una raccolta di fonti internazionali prive di specifico riferimento allo Stato federato di provenienza del ricorrente – Stato di EDO – (rispetto al quale il giudice dell’appello ha accertato non esservi un pericolo per la vita o incolumità fisica delle persone della popolazione civile per il solo fatto di essere presenti sul territorio) oppure, quando asseritamente relative a detto Stato, non riportate nei contenuti o comunque risalenti all’anno 2016.

7. Va in questa sede ribadito il principio secondo cui “In tema di protezione internazionale, ai fini della dimostrazione della violazione del dovere di collaborazione istruttoria gravante sul giudice di merito, non può procedersi alla mera prospettazione, in termini generici, di una situazione complessiva del Paese di origine del richiedente diversa da quella ricostruita dal giudice, sia pure sulla base del riferimento a fonti internazionali alternative o successive a quelle utilizzate dal giudice e risultanti dal provvedimento decisorio, ma occorre che la censura dia atto in modo specifico degli elementi di fatto idonei a dimostrare che il giudice di merito abbia deciso sulla base di informazioni non più attuali, dovendo la censura contenere precisi richiami, anche testuali, alle fonti alternative o successive proposte, in modo da consentire alla S.C. l’effettiva verifica circa la violazione del dovere di collaborazione istruttoria” (Cass. 21 ottobre 2019, n. 26728).

8. Non vi è luogo a provvedere sulle spese, in quanto il Ministero non ha svolto attività difensiva.

9. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

PQM

La Corte dichiara la inammissibilità del ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 1 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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