Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31768 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 01/07/2021, dep. 04/11/2021), n.31768

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4663/2020 proposto da:

K.A., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CARDINAL DE

LUCA 10, presso lo studio dell’avvocato MATTEO MEGNA, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di FIRENZE, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ex lege

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso l’Ordinanza n. cronologico 786/2019 del TRIBUNALE di PERUGIA,

depositata il 25/11/2019 R.G.N. 5735/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

01/07/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Il Tribunale di Perugia, con decreto del 25 novembre 2019, respingeva il ricorso proposto da K.A., cittadino del SENEGAL, avverso il provvedimento della competente Commissione territoriale, che aveva rigettato la sua domanda di riconoscimento della protezione internazionale, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione complementare (umanitaria).

2. Il Tribunale escludeva il ricorrere delle condizioni per il riconoscimento dello status di rifugiato, misura neppure invocata in ricorso.

3. Escludeva, altresì, che il ricorrente, in caso di rientro in patria, potesse correre un rischio di danno grave, come qualificato dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14. Il suo vissuto non consentiva di collegare, neppure in astratto, l’abbandono del paese di origine ad una situazione di conflitto armato ovvero agli altri pericoli presi in considerazione del citato art. 14, lett. a) e b).

15. Il SENEGAL era un paese in cui non si registravano conflitti civili a livello nazionale o persecuzioni per ragioni politiche ovvero conflitti religiosi; il ricorrente, pur provenendo dalla zona della CASAMANCE, non aveva fornito elementi che consentissero di ravvisare una particolare ragione individuale di esposizione al pericolo.

16. Alla attualità, per quanto attestato dalle fonti internazionali, la zona di provenienza non era teatro di conflitti armati ovvero di situazioni di violenza indiscriminata ad alta intensità (essendovi stata una trasformazione dei gruppi secessionisti ribelli in bande armate, dedite al saccheggio ed al banditismo a fini di auto-sostentamento). La esperienza di vita riferita dal ricorrente – ovvero la perdita del padre nell’anno 2011 in occasione di un attacco dei ribelli – non poteva essere ricondotta alla determinazione di abbandonare il paese, assunta cinque anni più tardi; lo stesso ricorrente la ricollegava, piuttosto, al timore soggettivo derivante dall’attacco di un gruppo di ribelli ad un villaggio non meglio precisato vicino a quello dove egli lavorava come saldatore.

17. Esclusi i presupposti per la protezione sussidiaria, neppure ricorrevano quelli per la protezione umanitaria D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6. Il ricorrente documentava di avere frequentato con profitto corsi di lingua italiana (depositando il giudizio del pastore della Chiesa valdese di Perugia attestante il superamento, al settembre 2009, dell’esame conclusivo del livello A2 e la frequenza del corso per il conseguimento del livello successivo). In ragione della sua provenienza da un paese nel quale il fenomeno separatista era attualmente contenuto – tanto da avere assunto connotazioni assimilabili a fatti di criminalità comune (ancorché di allarme non modesto)- non erano ravvisabili ragioni di particolare vulnerabilità rispetto alla condizione personale del ricorrente, il quale riferiva di lavorare come saldatore. Sotto altro aspetto, l’avere appreso la lingua del paese ospite, non poteva essere considerato di per sé elemento indicativo di una stabile prospettiva di radicamento nel paese di destinazione.

18. Non ricorrevano i presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per casi speciali, trattandosi di soggetto non esposto concretamente al rischio di tortura o grave privazione dei diritti umani, sicché non trovava applicazione il principio di “non refoulement”.

19. Ha proposto ricorso per cassazione del decreto K.A., articolato in due ragioni di censura; il MINISTERO DELL’INTERNO si è costituto per la partecipazione alla udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo si denuncia – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 3 e 4 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 9, nonché motivazione apparente ed illegittima. Si censura il diniego della protezione sussidiaria, assumendo che il Tribunale avrebbe utilizzato fonti di conoscenza non aggiornate ed omesso di considerare la situazione personale.

2. Con il secondo mezzo si deduce – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e/o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, nonché del T.U. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 e succ. mod., con riferimento alla richiesta di protezione umanitaria, parimenti lamentandosi la mancata valutazione della situazione personale e del Paese di origine.

3. in via preliminare, deve essere rilevato che la procura rilasciata dal richiedente al difensore, apposta su foglio separato e materialmente congiunto all’atto, è priva di data e di relativa certificazione del difensore, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, così da non consentire la verifica del suo conferimento in epoca successiva alla comunicazione del decreto impugnato;

4. Le Sezioni unite di questa Corte hanno recentemente affermato che l’art. 35 bis, comma 13 citato, nella parte in cui prevede che “la procura alle liti per la proposizione del ricorso per cassazione deve essere conferita, a pena di inammissibilità del ricorso, in data successiva alla comunicazione del decreto impugnato” e che “a tal fine il difensore certifica la data del rilascio in suo favore della procura medesima”, richiede, quale elemento di specialità rispetto alle ordinarie ipotesi di rilascio della procura speciale, regolate dagli artt. 83 e 365 c.p.c., il requisito della posteriorità della data rispetto alla comunicazione del provvedimento impugnato: appunto prevedendo una speciale ipotesi di inammissibilità del ricorso nel caso di mancata certificazione della data di rilascio della procura in suo favore da parte del difensore, integrante ipotesi di nullità per il suo invalido conferimento (Cass. SU 10 giugno 2021, n. 15177);

5. con ordinanza interlocutoria 23 giugno 2021, n. 17970, questa Corte ha rimesso alla Corte costituzionale, ritenendone la rilevanza e la non manifesta infondatezza, la questione di legittimità costituzionale del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, comma 13, per contrarietà agli artt. 3,10,24,111 Cost.; per contrasto con l’art. 117 Cost., in relazione alla direttiva 2013/32/UE con riferimento all’art. 28 e art. 46 p. 11 e con l’art. 47 della Carta dei diritti UE, art. 18 e art. 19, p.2 della medesima Carta, artt. 6, 7, 13 e 14 della CEDU;

6. una sommaria delibazione dei motivi del ricorso esclude la rilevanza a fini decisori della questione di legittimità costituzionale sollevata – (in ragione della tardività del ricorso e della infondatezza della relativa istanza di rimessione in termini, basata esclusivamente sulla mancata conoscenza da parte del K. della lingua italiana; cfr. Cass. n. 14987/2021; n. 14596/2021; n. 14595/2021; n. 27726/2020) – sicché ben può essere dichiarata l’inammissibilità del ricorso per nullità della procura, senza attendere la pronuncia della Corte costituzionale (sul punto: Cass. n. 19330/2021);

7. in conclusione, va dichiarata l’inammissibilità del ricorso senza assunzione di un provvedimento sulle spese del giudizio, non avendo il Ministero vittorioso svolto attività difensive;

8. infine, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto, con la precisazione che esso va posto a carico del ricorrente dandosi seguito alla citata sentenza delle Sezioni Unite nella quale sul punto è stato affermato il seguente principio di diritto: “il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato previsto dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, in caso di declaratoria di inammissibilità del ricorso per cassazione conseguente alla mancata presenza, all’interno della procura speciale, della data o della certificazione del difensore della sua posteriorità rispetto alla comunicazione del provvedimento impugnato, va posto a carico della parte ricorrente e non del difensore, risultando la procura affetta da nullità e non da inesistenza”.

P.Q.M.

La Corte dichiara la inammissibilità del ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, il 1 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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