Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31767 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 01/07/2021, dep. 04/11/2021), n.31767

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4575/2020 proposto da:

A.I., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato DAVIDE ASCARI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di BOLOGNA in persona

del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso il decreto n. cronologico 6486/2019 del TRIBUNALE di BOLOGNA,

depositato il 28/12/2019 R.G.N. 5989/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

01/07/2021 dal Consigliere Dott. FRANCESCA SPENA.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. Il Tribunale di BOLOGNA, con decreto del 28 dicembre 2019, rigettava il ricorso proposto da A.I., cittadino Pakistano, avverso il provvedimento con il quale la competente Commissione Territoriale respingeva la domanda proposta per il riconoscimento della protezione internazionale, escludendo, altresì, la sussistenza dei presupposti per la protezione complementare (umanitaria).

2. Il Tribunale, anche alla luce della audizione personale del ricorrente, osservava che le sue dichiarazioni non comprovavano la sussistenza del dedotto pericolo di essere ucciso dai sunniti, in quanto musulmano sciita, giacché estremamente vaghe e generiche. Egli non aveva descritto gli episodi più significativi, non li aveva collocati nel tempo e nello spazio, né li aveva indicati numericamente; neppure aveva tentato di spiegare il motivo per cui i familiari non avevano avuto alcun problema, nonostante la fede professata ed il loro trattenersi in loco.

3. Il ricorrente non aveva fornito plausibile giustificazione delle ragioni per le quali non aveva potuto corroborare la sua richiesta di protezione con elementi oggettivi di prova, quali i documenti identificativi e lo stato di famiglia, pur avendo parenti nel paese d’origine con i quali era in contatto, documenti che, pur non comprovando la fondatezza della sua richiesta, avrebbero dimostrato l’adempimento del suo onere di collaborazione.

4. Inoltre le dichiarazioni non erano coerenti con le informazioni disponibili sulla convivenza tra sunniti e sciiti nella regione di provenienza del ricorrente, il PUNJAB; sia EASO che IMMIGRATION AND REFUGEES BORD OF CANADA rendevano conto di un livello di tolleranza assai elevato in quella regione fra comunità di culti diversi nonché del fatto che il governo aveva risposto efficacemente agli attacchi subiti dalle minoranze sciite da parte dei sunniti.

5. Il ricorrente non poteva ritenersi attendibile e, dunque, non era provato il pericolo concreto di subire persecuzioni in caso di rientro nel paese d’origine, nei sensi indicati dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7, o una delle forme di danno grave alla persona individuate dall’art. 14, lett. a) e b), del medesimo D.Lgs..

6. Andava ulteriormente considerato che il ricorrente aveva volontariamente scelto di non verificare la possibilità di trovare tutela presso l’autorità o le forze di polizia, preferendo lasciare il paese.

7. In merito alla possibile situazione di violenza generalizzata, rilevante ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), andavano considerate le tabelle statistiche del SOUTH ASIA TERRORISM PORTAL e le informazioni esposte in altri siti web (citati nel decreto); il quadro risultante da tali fonti era in sostanza confermato dal rapporto EASO sulla situazione in Pakistan, pubblicato il 20 aprile 2018, secondo cui il distretto di provenienza del ricorrente, nella parte nord del PUNJAB, era una zona sicuramente più tranquilla.

8. Quanto alla domanda diretta ad ottenere la protezione umanitaria, nella fattispecie non erano emerse situazioni di particolare vulnerabilità del ricorrente, che peraltro continuava a mantenere stabili punti di riferimento in Pakistan; la circostanza che egli avesse svolto per alcuni mesi, negli anni 2018 e 2019, attività lavorativa in Italia a tempo determinato non era di per sé tale da evidenziare un suo radicamento sul territorio, ostativo al rientro in patria.

9. I tre istituti dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e del rilascio di un permesso umanitario, di cui non ricorrevano i presupposti, costituivano la compiuta regolamentazione del diritto di asilo; non vi erano margini per l’applicazione diretta dell’art. 10 Cost., comma 3.

10. Ha proposto ricorso per la cassazione del decreto A.I., articolato in tre motivi di censura; il Ministero dell’Interno ha depositato atto di costituzione per la partecipazione alla discussione orale.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo mezzo il ricorrente ha denunciato la violazione e falsa applicazione di norme di diritto in riferimento al D.Lgs. n. 25 del 2008, artt. 8,10,13 e 27, anche in relazione al D.lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, lamentando che il Tribunale di Bologna aveva ritenuto non credibile la sua narrazione benché essa fosse lineare e priva di contraddizioni.

2. Con il secondo motivo si lamenta la violazione e falsa applicazione di norme di diritto – in relazione al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b) e c) – assumendo che il rigetto della domanda di protezione sussidiaria derivava da un incompleto inquadramento normativo delle condizioni necessarie al suo riconoscimento.

3. Con la terza critica viene dedotta la violazione o falsa applicazione di norme di diritto – in relazione al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, ed al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 – censurando il diniego del riconoscimento della protezione umanitaria, sull’assunto di una superficiale valutazione delle condizioni personali del richiedente.

4. In via preliminare, deve essere dichiarata la giuridica inesistenza della procura speciale rilasciata al difensore (nella specie apposta su foglio separato e materialmente congiunto all’atto), in quanto priva di uno specifico riferimento al provvedimento impugnato – data la generica indicazione “nomina l’avv…. a rappresentarlo in giudizio, nella presente procedura”, senza altro elemento identificativo – ed avente ad oggetto attività, quali il patrocinio “nelle eventuali fasi successive”, “il proporre reclami e compiere quant’altro necessario” che non sono né pertinenti al giudizio di cassazione né compatibili con la necessità del rilascio di una procura speciale (ex aliis: cfr. Cass. n. 23381/2004; Cass. n. 6070/2005; Cass. n. 18257/2017; Cass. n. 28146/2018; Cass. n. 17708/2019; Cass. n. 18283/2020; Cass. 24 giugno 2021 n. 18138, pronuncia relativa allo specifico tema della protezione internazionale);

5. Alla suddetta conclusione si perviene d’ufficio in quanto l’art. 83 c.p.c., configura come un obbligo del giudice quello della verifica dell’effettiva estensione della procura rilasciata – principalmente a garanzia della stessa parte che l’ha rilasciata, affinché la medesima non risulti esposta al rischio del coinvolgimento in una controversia diversa da quella voluta, per effetto dell’autonoma iniziativa del proprio difensore – per l’assorbente rilievo secondo cui la suindicata formulazione della procura fa sì che essa non risulti riferibile al ricorso, cui pur materialmente accede e quindi alla controversia in relazione alla quale il mandato è stato conferito dal ricorrente, non essendo tale vizio sanabile per effetto della sottoscrizione del ricorrente stesso apposto in calce alla procura speciale (vedi, per tutte: Cass. 7 giugno 2003, n. 9173);

6. La mancata riferibilità della procura alla causa in esame ne determina l’inesistenza con conseguente inammissibilità del ricorso, senza assunzione di un provvedimento sulle spese del giudizio, non avendo il Ministero vittorioso svolto difese;

7. Si dà atto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto il cui versamento va posto a carico del difensore dandosi seguito ad un consolidato orientamento di questa Corte in materia di procura inesistente (vedi, per tutte: Cass. SU 10 maggio 2006, n. 10706 e successive conformi).

PQM

La Corte dichiara la inammissibilità del ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del difensore del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 1 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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