Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31763 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 23/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31763

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. DI ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4185-2020 proposto da:

S.D., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO 38,

presso lo studio dell’avvocato ROBERTO MAIORANA, che lo rappresenta

e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso la sentenza n. 5153/2019 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 26/07/2019 R.G.N. 6880/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/06/2021 dal Consigliere Dott. LORITO MATILDE.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

S.D., cittadino, senegalese, chiedeva alla competente commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale:

a) in via principale, il riconoscimento dello status di rifugiato politico, D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, ex art. 7 e ss.;

b) in via subordinata, il riconoscimento della “protezione sussidiaria” di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14;

c) in via ulteriormente subordinata, la concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari, D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, ex art. 5, comma 6, (nel testo applicabile ratione temporis);

la Commissione Territoriale rigettava l’istanza;

avverso tale provvedimento proponeva ricorso dinanzi al Tribunale di Roma, che ne disponeva il rigetto;

la Corte distrettuale dichiarava inammissibile l’appello spiegato avverso tale provvedimento;

a fondamento della decisione assunta, il Collegio del merito, respinto il motivo di appello concernente la dedotta nullità del colloquio reso innanzi alla Commissione territoriale, deduceva, in estrema sintesi, che il ricorrente non aveva specificamente impugnato la statuizione del giudice di prima istanza con la quale erano state ritenute scarsamente credibili le dichiarazioni rese, con la precisazione che, in mancanza di un quadro assertivo sufficientemente definito, non era possibile per il giudicante svolgere un ruolo attivo e integrativo nell’istruzione della domanda;

il provvedimento della Corte d’appello è stato impugnato per cassazione con ricorso fondato su cinque motivi;

Il Ministero dell’Interno, non ha svolto attività difensiva.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 342 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3;

si deduce che l’atto di appello recava tutti gli elementi di specificità previsti dal codice di rito come individuati dalla giurisprudenza di legittimità;

2. il motivo non è ammissibile;

esso palesa evidenti profili di genericità, non recando la riproduzione dell’atto di appello, in coerenza con il principio di specificità che governa il ricorso per cassazione;

la giurisprudenza di questa Corte, infatti, è consolidata nell’affermare che l’esercizio del potere di esame diretto degli atti del giudizio di merito, riconosciuto al giudice di legittimità, anche ove sia denunciato un error in procedendo, presuppone l’ammissibilità del motivo, ossia che la parte riporti in ricorso, nel rispettoòdel principio di autosufficienza, gli elementi ed i riferimenti che consentono di individuare, nei suoi termini esatti e non genericamente, il vizio suddetto, così da consentire alla Corte di effettuare il controllo sul corretto svolgimento dell'”iter” processuale senza compiere generali verifiche degli atti (ex plurimis, vedi Cass. 25/09/2019 n. 23834);

i requisiti di contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, postulano infatti che il ricorrente specifichi il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato, e trascrivendone o riassumendone il contenutò nel ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza (vedi Cass. 13/11/2018 n. 29093);

Il quale ha omesso di trascrivere sia il tenore della pronuncia di primo grado, che quello delle censure ritenute inammissibili per la genericità della tecnica redazionale adottata e pertanto reputate dalla Corte distrettuale, inidonee ad inficiare la statuizione della pronuncia di primo grado in tema di credibilità e coerenza delle dichiarazioni rese dal richiedente con le specifiche informazioni assunte sul Senegal;

e’ dunque mancata una impugnazione specifica della ratio decidendi fondata sulla genericità del ricorso in appello; nel presente ricorso questa affermazione – che costituisce una ratio decidendi idonea da sola a sorreggere la sentenza nei punti qui contestati – non viene attinta dalla presente censura, che risulta priva di specifica attinenza con tale statuizione centrale nella sentenza di appello impugnata;

la aspecificità della censura rende inammissibile, per difetto di interesse, il ricorso, essendo la statuizione non censurata divenuta definitiva e quindi non potendosi più produrre in nessun caso il relativo annullamento (vedi, al riguardo: Cass. 7 novembre 2005, n. 21490; Cass. 26 marzo 2010, n. 7375; Cass. 7 settembre 2017, n. 20910; Cass. 3 maggio 2019, n. 11706);

le suesposte argomentazioni rendono ultronea la disamina dei successivi motivi con i quali era stato denunciato omesso esame delle dichiarazioni rese alla Commissione Territoriale e alle allegazioni idonee a consentire di valutare la condizione personale del ricorrente (secondo motivo); violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e 5, per l’assoluta assenza di attività istruttoria in merito alle condizioni anche socio-economiche del Paese di origine (terzo e quarto motivo); violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, ex art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, in relazione alla statuizione di diniego di riconoscimento della protezione umanitaria;

in definitiva, deve dichiararsi l’inammissibilità del ricorso;

nulla va disposto per le spese del presente giudizio di cassazione, in quanto il Ministero intimato non ha svolto attività difensiva in questa sede;

si dà infine atto della sussistenza dei presupposti processuali di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, quanto al versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato ivi previsto, se dovuto giacché le controversie in materia di riconoscimento della protezione internazionale non sono annoverate tra quelle esentate dal contributo unificato di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, artt. 9 e 10 (vedi ex aliis, Cass. 8/2/2017 n. 3305).

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del presente giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 23 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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