Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31759 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 22/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31759

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12962-2015 proposto da:

D.F.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE CLODIO

12, presso lo studio dell’avvocato MAURO TORCIANO, rappresentato e

difeso dall’avvocato LUIGI LOMIO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA;

– intimato –

nonché da:

RICORSO SUCCESSIVO SENZA N. R.G.;

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i

cui Uffici domicilia in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– ricorrente successivo –

contro

D.F.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 610/2014 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 13/11/2014 R.G.N. 391/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/06/2021 dal Consigliere Dott. TRICOMI IRENE.

 

Fatto

RITENUTO IN FATTO

1. La Corte d’Appello di Potenza, con la sentenza n. 610 del 2014, in parziale accoglimento dell’appello proposto da D.F.A. nei confronti del Ministero della giustizia e in riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Potenza n. 1289/11, ha dichiarato il diritto del lavoratore al riconoscimento economico degli scatti di anzianità maturati ed in godimento al momento del passaggio al Ministero della giustizia, e per l’effetto ha condannato il Ministero al pagamento in favore di D.F.A. della complessiva somma di Euro 537,52, maggiorata di accessori di legge dalla maturazione dei singoli crediti sino al saldo.

Il giudice di appello ha condannato il Ministero al pagamento in favore dell’appellante di un quarto delle spese di lite del doppio grado, in ragione dell’accoglimento solo parziale della domanda originaria. Poneva in parte a carico del Ministero anche le spese di CTU.

2. Il lavoratore aveva adito il Tribunale premettendo che, con concorso pubblico e con decorrenza dal 2 aprile 1986, era transitato dai ruoli del personale della USL n. 1 di Venosa a quelli del Ministero della giustizia, assumendo servizio presso la Corte d’Appello di Potenza e facendo congiungere in un unico rapporto i due servizi; il Ministero non gli aveva riconosciuto la maggiorazione economica degli scatti di anzianità già maturati ed in godimento per Lire 87.999, che aveva diritto a percepire anche sul nuovo stipendio il D.P.R. n. 3 del 1957, ex art. 202; il Ministero, nel calcolare la maggiorazione RIA spettante al ricorrente il D.P.R. 17 gennaio 1990, n. 44, ex art. 9, non aveva tenuto conto del servizi e dell’anzianità pregressi, maturati presso l’azienda sanitaria di Venosa a decorrere dal 18 ottobre 1979; inutile era stata ogni richiesta inoltrata alla nuova amministrazione di appartenenza.

Ciò premesso, il lavoratore aveva chiesto di accertare e dichiarare il proprio diritto ad ottenere il riconoscimento degli scatti di anzianità maturati ed in godimento al momento del passaggio al Ministero della giustizia nella misura di Lire 87.999 (Euro 45,45) con effetto dal 1 luglio 1998, con conseguente incremento dell’attuale RIA in godimento maturata presso il Ministero, nonché il diritto ad ottenere il riconoscimento economico della maggiorazione RIA il D.P.R. n. 44 del 1990, ex art. 9, nella misura raddoppiata ex comma 5, per aver maturato oltre dieci anni di servizio nella vigenza contrattuale dal 1 luglio 1998, con condanna del Ministero al pagamento del maturato economico di cui ai punti precedenti illegittimamente non versati a far tempo dal 1 luglio 1998, oltre interessi e rivalutazione monetaria sino all’effettivo soddisfo, ed alla ricostruzione della posizione previdenziale, sempre con decorrenza dal 1 luglio 1998, conseguente al riconoscimento economico di cui ai precedenti punti.

3. Il Tribunale di Venosa rigettava la domanda affermando che la RIA era un istituto retributivo commisurato all’anzianità di servizio, e preordinato a premiare l’esperienza professionale maturata nello specifico settore nel quale la prestazione è effettivamente svolta, per cui la maggiorazione prevista dal D.P.R. n. 44 del 1990, art. 9, comma 5, in favore del personale statale che avesse maturato una certa anzianità di servizio spettava solo a coloro che tale anzianità avessero conseguito nel medesimo specifico settore lavorativo nel quale vigeva la maggiorazione stessa.

4. La Corte d’Appello ha accolto in parte l’impugnazione del D.F..

Il giudice di appello ha evidenziato la duplicità della domanda del lavoratore, in quanto volta ad ottenere, da un lato il riconoscimento economico egli scatti di anzianità maturati ed in godimento al momento del passaggio; dall’altro l’incremento dell’attuale RIA il D.P.R. n. 44 del 1990, ex art. 9, nella misura raddoppiata per avere maturato oltre dieci anni di servizio nella vigenza contrattuale con decorrenza dal 1 luglio 1998.

4.1. Il giudice di secondo grado ha accolto la prima domanda, riconoscendo il diritto del lavoratore a percepire, perché più favorevole, il trattamento di anzianità in godimento presso l’amministrazione di provenienza sino al limite del riassorbimento per effetto dei successivi aumenti dell’analogo emolumento corrisposto dal Ministero della giustizia.

4.2. La Corte d’Appello, invece, ha rigettato l’ulteriore domanda, confermando la statuizione del Tribunale, in quanto, come affermato dalla giurisprudenza di legittimità, la maggiorazione RIA spetta solo a chi può vantare la necessaria anzianità di servizio nello specifico settore lavorativo nel quale vige la maggiorazione stessa.

Nella specie, ciò non era ravvisabile, neppure sotto il profilo della omogeneità del contenuto professionale, in quanto era pacifico che il lavoratore presso al USL di provenienza svolgeva mansioni di infermiere generico e non compiti impiegatizi in qualche modo assimilabili a quelli assunti presso la Corte d’Appello di Potenza.

5. Per la cassazione della sentenza di appello ricorre il lavoratore prospettando due motivi di impugnazione.

6. Il Ministero della giustizia, che è rimasto intimato, ha proposto anch’esso ricorso per cassazione articolato in un motivo.

7. Il D.F. è rimasto intimato.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Va premesso che il principio dell’unicità del processo di impugnazione contro una stessa sentenza comporta che, una volta avvenuta la notificazione della prima impugnazione, tutte le altre debbono essere proposte in via incidentale nello stesso processo e perciò, nel caso di ricorso per cassazione, con l’atto contenente il controricorso; quest’ultima modalità, tuttavia, non può considerarsi essenziale, per cui ogni ricorso successivo al primo, come nella specie il ricorso del Ministero, si converte in ricorso incidentale, indipendentemente dalla forma assunta e ancorché proposto con atto a sé stante (Cass., n. 448 del 2020).

2. Con il primo motivo del ricorso principale è dedotto il vizio di violazione o falsa applicazione di norme di diritto, con riferimento al D.P.R. n. 44 del 1990, art. 9 per retribuzione individuale di anzianità.

E’ censurata la statuizione che non ha riconosciuto al lavoratore il diritto ad ottenere la corresponsione della attuale RIA, il D.P.R. n. 44 del 1990, ex art. 9 in misura raddoppiata, per l’intervenuta maturazione di dieci anni di servizio.

Il ricorrente richiama la giurisprudenza di legittimità alla quale ha fatto riferimento la Corte d’Appello (in particolare, Cass., n. 11836 del 2009, n. 756 del 2012).

Rileva, quindi, come tale giurisprudenza richiami quella amministrativa, che all’epoca riteneva che la maggiorazione era condizionata al solo servizio prestato presso le amministrazioni statali, ma che, però, nelle more è mutata facendo riferimento, come poteva evincersi da diverse pronunce, al servizio svolto, anche in modo non continuativo, presso qualsiasi amministrazione pubblica, anche locale.

Il ricorrente, nel richiamare ulteriori pronunce del giudice amministrativo, deduce l’applicabilità alla fattispecie del D.P.R. n. 1079 del 1970, art. 12, comma 3, che impone la conservazione dell’anzianità maturata nel precedente rapporto di servizio.

Ne’ il D.P.R. n. 44 del 1990, art. 9, dispone, ai fini del riconoscimento della RIA, che non valga il servizio prestato presso enti pubblici diversi da quelli dello Stato.

3. Il motivo non è fondato.

La Corte d’Appello ha fatto corretta applicazione dei principi consolidati affermati da questa Corte (da ultimo, si v. Cass., n. 20394 del 2021), che nell’interpretare il D.P.R. n. 44 del 1990, art. 9, relativo al personale del comparto Ministeri, ha già affermato che “la retribuzione individuale di anzianità è istituto retributivo commisurato all’anzianità di servizio e preordinato a premiare l’esperienza professionale maturata nello specifico settore nel quale è effettuata la prestazione; ne consegue che la maggiorazione della RIA prevista dal D.P.R. n. 44 del 1990, art. 9, comma 5, in favore del personale statale che abbia maturato dieci o venti anni di servizio, spetta soltanto a coloro che possano vantare detta anzianità di servizio nello specifico settore lavorativo nel quale vige la maggiorazione stessa” (Cass. n. 756 del 2012 e negli stessi termini Cass. n. 11836 del 2009, Cass., n. 17404 del 2014).

La Corte costituzionale, nel richiamare la giurisprudenza di legittimità da ultimo citata, con la sentenza n. 211 del 2014 ha ricordato che secondo quando affermato dalla giurisprudenza di questa Corte, la RIA costituisce un “istituto retributivo commisurato all’anzianità di servizio che è preordinato a premiare l’esperienza professionale maturata nello specifico settore nel quale è effettuata la prestazione”.

Nella motivazione della sentenza n. 11836 del 2009, come richiamata anche nella sentenza n. 756 del 2012, questa Corte spiega che “l’art. 9, u.c. su riportato fa invero riferimento al servizio e quindi al servizio prestato presso il Ministero, e non all’anzianità che è cosa diversa”…. “Inoltre, la maggiorazione prevista dal comma 5 citato, è solo un aumento della maggiorazione già prevista al comma 4, aumento subordinato alla maggiore durata del servizio, non già di cinque anni, ma di dieci o di venti; se la maggiorazione di cui al comma 4 viene erogata in considerazione della esperienza professionale acquisita con almeno cinque anni di effettivo servizio ed è dunque collegata e dipende dall’esperienza conseguita nel settore in cui vige la maggiorazione, ossia nel comparto Ministeri, anche la maggiorazione di cui al comma 5, che richiede un servizio più lungo (non già cinque, ma dieci o venti anni) è evidentemente condizionata al fatto che questo sia stato prestato nel medesimo settore e non già in un settore diverso”.

I suddetti principi, che va precisato trovavano un mero riscontro ma non fondamento motivazionale nella giurisprudenza amministrativa richiamata nelle suddette sentenze, e che sono stati ribaditi nel tempo, sono condivisi dal Collegio, non ravvisandosi nelle prospettazioni del ricorrente argomenti per una diversa statuizione.

4. Con il secondo motivo del ricorso principale il lavoratore censura la statuizione sulle spese, come quantificate e compensate dalla Corte territoriale, deducendo la violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c.. Omessa, contraddittoria o insufficiente motivazione con riferimento alla quantificazione delle spese di lite e violazione delle norme sulla quantificazione delle spese e competenze di giudizio.

5. E’ preliminare all’esame del secondo motivo del ricorso principale l’esame del ricorso incidentale del Ministero.

6. Il Ministero ha dedotto, con un unico motivo, la violazione/falsa applicazione del D.P.R. n. 3 del 1957, art. 202, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, atteso che la Corte d’Appello avrebbe esteso in modo indebito il campo di applicazione della suddetta norma.

Ad avviso dell’Amministrazione l’art. 202 cit. non poteva trovare applicazione rispetto al lavoratore, essendo questi transitato da un ente regionale, quale la USL, ad un’amministrazione statale

7. Il motivo è fondato.

In tema di mobilità di personale fra enti pubblici, va escluso il diritto alla percezione dell’assegno “ad personam” di cui al D.P.R. n. 3 del 1957, art. 202 e la L. n. 537 del 1993, art. 3, comma 57, trattandosi di previsione riferita esclusivamente ai passaggi presso la stessa o altra amministrazione da parte dei dipendenti statali, ivi compresi i casi di accesso per concorso, non estensibile alle altre categorie di dipendenti pubblici, a nulla rilevando, a tal fine, la circostanza che all’entrata in vigore della cit. L. n. 537 del 1993 fosse già intervenuta la “privatizzazione” del pubblico impiego ad opera del D.Lgs. n. 29 del 1993, posto che il mutamento della natura giuridica del rapporto di lavoro non ne ha determinato l’unificazione di disciplina (Cass., n. 19437 del 2018, cui adde Cass., n. 5677 del 2020).

8. La Corte rigetta il primo motivo del ricorso principale, accoglie il ricorso incidentale, cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso incidentale accolto e decidendo nel merito, rigetta la domanda del lavoratore.

9. Il secondo motivo del ricorso principale è assorbito in ragione della statuizione sulle spese dell’intero giudizio che sono compensate in ragione degli esiti alterni.

10. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

PQM

La Corte accoglie il ricorso incidentale. Rigetta il primo motivo del ricorso principale. Assorbito il secondo motivo del ricorso principale. Cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso incidentale decidendo nel merito rigetta la domanda proposta da D.F.A.. Compensa tra le parti le spese dell’intero processo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 22 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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