Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31756 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 22/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31756

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 8488-2015 proposto da:

COMUNE DI AGROPOLI, in persona del Sindaco pro tempore, domiciliato

in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE DI

CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato GERMANO DI FEO;

– ricorrente –

contro

L.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA CRESCENZIO 58,

presso lo studio degli avvocati BRUNO COSSU e SAVINA BOMBOI che la

rappresentano e difendono unitamente all’avvocato MICHELE DE FELICE;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1337/2014 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,

depositata il 14/1/2015 R.G.N. 68/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/06/2021 dal Consigliere Dott. DI PAOLANTONIO ANNALISA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Salerno, in riforma della sentenza del Tribunale di Vallo della Lucania, che aveva respinto il ricorso, ha accolto le domande proposte da L.E. nei confronti del Comune di Agropoli e, annullata la disposizione di servizio n. 31724 del 23 ottobre 2003, ha condannato l’appellato a reintegrare la L. nelle funzioni in precedenza svolte ed a corrispondere, a titolo di risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, la complessiva somma di Euro 41.729,83, oltre ad interessi e rivalutazione monetaria con decorrenza dal 27 ottobre 2003;

2. la Corte territoriale, premesso che la natura antisindacale dell’ordine di servizio era già stata accertata con decreto divenuto irrevocabile, ha rilevato che si era in presenza di una condotta plurioffensiva, perché il datore di lavoro pubblico, oltre a violare le libertà sindacali, aveva anche determinato una lesione diretta della sfera giuridica della dipendente, la quale era stata demansionata e posta in condizione di forzata inoperosità;

3. il giudice d’appello ha escluso l’eccepita nullità del ricorso di primo grado, evidenziando che la ricorrente aveva sufficientemente motivato e argomentato la pretesa, tanto che il resistente era stato in grado di formulare in modo esauriente le proprie difese;

4. nel merito ha ritenuto che fosse stato realizzato un demansionamento ed ha fondato la decisione sulla deposizione resa dal dirigente dell’area di vigilanza il quale aveva dichiarato di avere avuto “difficoltà ad utilizzare a tempo pieno la ricorrente” e di averla assegnata, in assenza di posizioni lavorative disponibili, ad un servizio “non ancora previsto in pianta organica, in fase di allestimento”;

5. la Corte territoriale ha evidenziato che in tal modo la L. era stata posta in una condizione di forzata inattività, sicché nessun rilievo poteva spiegare la circostanza che l’appellante fosse rimasta assente per ferie e malattia, posto che in caso di presenza in servizio la stessa sarebbe stata comunque priva di incarichi e di postazione di lavoro;

6. infine il giudice d’appello ha ritenuto provati il danno patrimoniale e quello biologico e, quanto a quest’ultimo, richiamate le conclusioni del consulente tecnico d’ufficio ed applicate le tabelle in uso presso il Tribunale di Milano, ha liquidato il danno derivato dall’invalidità del 15% in complessivi Euro 39.425,00;

7. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso il Comune di Agropoli sulla base di sei motivi, ai quali ha opposto difese L.E., con tempestivo controricorso, illustrato da memoria.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE

1. con il primo motivo il ricorrente denuncia, ex art. 360 c.p.c., n. 4, violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63 e sostiene che non poteva la Corte annullare l’ordine di servizio del 23 ottobre 2003 perché il giudice ordinario ha solo il potere di disapplicare l’atto amministrativo presupposto;

2. la violazione del D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 63 è dedotta anche con il secondo motivo, ricondotto ai vizi di cui all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, che addebita alla sentenza impugnata di avere erroneamente annullato un atto inesistente, già revocato con provvedimento del Segretario Generale del Comune in data 6 aprile 2004;

3. con la terza censura, formulata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, il ricorrente eccepisce la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione degli artt. 414,434,164 e 156 c.p.c. e sostiene che la Corte territoriale avrebbe dovuto ritenere nullo il ricorso introduttivo del giudizio di primo grado in quanto la L. non aveva indicato la declaratoria contrattuale ed inoltre non aveva individuato con chiarezza la causa petendi della domanda risarcitoria, riferendosi indifferentemente al demansionamento ma anche ad una pretesa condotta vessatoria subita;

4. con la quarta critica il Comune di Agropoli si duole della violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 c.c. e D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 e sostiene che il giudice d’appello ha errato nel ritenere provato il demansionamento che, invece, andava escluso perché all’impiego pubblico contrattualizzato non si applica la disciplina delle mansioni dettata dal codice civile e la norma speciale di cui al richiamato art. 52 attribuisce rilievo solo all’equivalenza formale in riferimento alla classificazione astratta prevista dai contratti collettivi;

4.1. precisa che l’ordine di servizio con il quale la L. era stata assegnata all’area della vigilanza faceva riferimento ad attività amministrative, alla catalogazione ed alla archiviazione, ossia a compiti rientranti nella qualifica di inquadramento, sicché la Corte non poteva ritenere illegittimo l’esercizio dello ius variandi, tanto più che la prolungata assenza della dipendente, protrattasi per oltre cinque mesi nell’arco temporale 24 ottobre 2003/6 aprile 2004, non consentiva di configurare l’asserita totale privazione di ogni mansione;

5. con il quinto motivo, formulato ai sensi dei nn. 4 e 5 dell’art. 360 c.p.c., il ricorrente censura la consulenza tecnica d’ufficio, nonché la liquidazione del danno sulla prima basata, perché erronea, non motivata, illogica e nulla ex artt. 194 e 195 c.p.c.;

5.1. sostiene che il CTU ha fondato le proprie conclusioni su fatti non rispondenti al vero e su documentazione medica non tempestivamente acquisita agli atti ed ha inoltre valorizzato circostanze successive all’instaurazione del giudizio;

6. infine il sesto motivo addebita alla Corte territoriale di avere violato l’art. 1224 c.c., l’art. 429 c.p.c. ed il divieto di cumulo fra interessi e rivalutazione monetaria;

7. i primi due motivi, da trattare congiuntamente in ragione della loro connessione logica e giuridica, sono inammissibili perché il Comune non ha alcun interesse a censurare la pronuncia di annullamento di un atto che, per sua stessa ammissione, era stato già ritenuto illegittimo in ragione del carattere antisindacale e, per questo, era stato revocato dal Segretario Generale dell’ente in data 6 aprile 2004;

7.1. nel giudizio di cassazione l’interesse all’impugnazione, che va valutato in relazione ad ogni singolo motivo, deve essere apprezzato con riferimento all’utilità concreta che la parte può ricavare dall’eventuale accoglimento del gravame, e non può consistere in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, sicché va escluso ogniqualvolta la dedotta violazione di norme giuridiche, sostanziali o processualì, sia diretta all’emanazione di una pronuncia priva di rilievo pratico (cfr. Cass. n. 20689/2016, Cass. n. 15253/2010, Cass. n. 13373/2008; Cass. n. 11844/2006);

8. parimenti inammissibile, per le ragioni indicate dalla controricorrente, è il terzo motivo, formulato senza il necessario rispetto degli oneri di specificazione e di allegazione imposti dall’art. 366 c.p.c., n. 6 e art. 369 c.p.c., n. 4;

8.1. il requisito imposto dal richiamato art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, deve essere verificato anche in caso di denuncia di errores in procedendo, rispetto ai quali la Corte è giudice del “fatto processuale”, perché l’esercizio del potere/dovere di esame diretto degli atti è subordinato al rispetto delle regole di ammissibilità e di procedibilità stabilite dal codice di rito, in nulla derogate dall’estensione ai profili di fatto del potere cognitivo del giudice di legittimità (Cass. S.U. n. 8077/2012);

8.2. la parte, quindi, non è dispensata dall’onere di indicare in modo specifico i fatti processuali alla base dell’errore denunciato e di trascrivere nel ricorso gli atti rilevanti, quantomeno nella parte di interesse, non essendo consentito il rinvio per relationem agli atti del giudizio di merito, perché la Corte di Cassazione, anche quando è giudice del fatto processuale, deve essere posta in condizione di valutare ex actis la fondatezza della censura e deve procedere solo ad una verifica degli atti stessi non già alla loro ricerca (cfr. fra le più recenti Cass. S.U. n. 20181/2019; Cass. n. 20924/2019);

8.3. nel caso di specie il Comune ricorrente si è limitato ad argomentare sulle ragioni per le quali doveva essere accolta l’eccezione di nullità del ricorso senza fornire indicazioni sulla sede processuale nella quale l’atto è rintracciabile, sicché tale mancata “localizzazione” basterebbe da sola a sorreggere la pronuncia di inammissibilità, anche a prescindere dalla completezza o meno della riproduzione (Cass. S.U. n. 20181/2019; Cass. n. 28184/2020);

9. infondata è la quarta censura;

e’ consolidato nella giurisprudenza di questa Corte l’orientamento, condiviso dal Collegio e qui ribadito, secondo cui per il rapporto di pubblico impiego contrattualizzato la disciplina delle mansioni è dettata, non dall’art. 2103 c.c., bensì dalla norma speciale di cui al D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 52 (Cass. S.U. n. 8074/2008) che, nel testo applicabile alla fattispecie ratione temporis, antecedente alla riformulazione operata dal D.Lgs. n. 150 del 2009, assegna rilievo, per le esigenze del servizio e di buon andamento della Pubblica Amministrazione, solo al criterio dell’equivalenza formale con riferimento alla classificazione prevista in astratto dai contratti collettivi, indipendentemente dalla professionalità acquisita e senza che il giudice possa sindacare in concreto la natura equivalente della mansione (cfr. fra le tante Cass. nn. 16311, 976 e 450 del 2019; Cass. nn. 32592, 32151, 18817, 7304, 5696 del 2018);

e’ stato, però, precisato che ove, con la destinazione ad altre mansioni, si verifichi il sostanziale svuotamento dell’attività lavorativa, la vicenda esula dall’ambito delle problematiche sull’equivalenza delle mansioni, configurandosi la diversa ipotesi della sottrazione pressoché integrale delle funzioni da svolgere, vietata anche nell’ambito del pubblico impiego (cfr. fra le tante Cass. n. 11835/2009);

9.1. dai richiamati principi non si è discostata la Corte territoriale la quale, all’esito dell’accertamento di fatto non censurabile in questa sede, ha ritenuto assorbente, per escludere la legittimità dell’esercizio dello ius variandi, la circostanza che nell’ufficio di destinazione la L. fosse rimasta sostanzialmente inattiva, in ragione dell’assenza di posizioni lavorative corrispondenti all’area ed al profilo di inquadramento;

9.2. tutti gli argomenti sviluppati nel motivo di ricorso, che si incentrano sul contenuto dell’ordine di servizio e sull’astratta riconducibilità delle mansioni ivi indicate alla categoria b), non colgono la ratio decidendi della pronuncia gravata e risultano privi della necessaria specifica attinenza al decisum, perché, lo si ripete, il giudice d’appello non ha prospettato una diversa nozione di equivalenza, ma ha accertato che quelle mansioni, seppure formalmente assegnate, non erano in realtà disponibili e per ciò ha escluso ogni rilevanza delle assenze successive dovute a ferie e malattie, evidenziando che ” la presenza sul posto di lavoro non avrebbe mai potuto neutralizzare la forzata inoperosità”;

10. le critiche mosse alla consulenza tecnica d’ufficio con il quinto motivo, sotto l’apparente deduzione del vizio motivazionale e dell’error in procedendo, sollecitano un diverso apprezzamento delle risultanze istruttorie e fanno leva su circostanze di fatto che si assumono non valutate dal consulente nel rispondere al quesito posto in merito alla sussistenza del nesso causale fra le vicende lavorative e la patologia psichica insorta;

10.1 la censura, quindi, è sotto questo aspetto inammissibile mentre è infondata, quanto al vizio motivazionale addebitato alla sentenza impugnata, perché, anche a voler prescindere dall’inesatta formulazione della rubrica, la Corte territoriale ha dato ampio conto delle ragioni per le quali le conclusioni del consulente dovevano essere condivise; 10.2. all’esito della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5 l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità, ex art. 360 c.p.c., n. 4 in relazione alla nullità che deriva dalla violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4, attiene solo all’esistenza della motivazione in sé, prescinde dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (Cass. S.U. n. 8053/2014 che richiama Cass. S.U. n. 5888/1992);

10.3. esula, quindi, dal vizio denunciabile in sede di legittimità la verifica della sufficienza e della razionalità della motivazione sulle quaestiones facti, implicante un raffronto tra le ragioni del decidere adottate ed espresse nella sentenza impugnata e le risultanze del materiale probatorio sottoposto al vaglio del giudice di merito;

11. è invece fondato il sesto motivo;

il divieto di cumulo di rivalutazione monetaria ed interessi legali si fonda su ragioni di contenimento della spesa pubblica e, pertanto, lo stesso opera per tutti i crediti, non solo retributivi ma anche risarcitori, che trovano titolo nel rapporto di impiego pubblico;

11.1. la diversa tesi sostenuta dalla controricorrente, secondo la quale al risarcimento del danno non si applicherebbe il richiamato divieto, si fonda, da un lato, su un’interpretazione estensiva dell’art. 429 c.p.c. e, dall’altro, su un’esegesi strettamente ancorata al tenore letterale della disposizione quanto alla L. n. 724 del 1994, art. 22, comma 36 e non considera la ratio del divieto di cumulo, valorizzata invece dalla Corte Costituzionale, alla luce della quale si deve ritenere che il legislatore abbia utilizzato l’ampia dizione “emolumenti di natura retributiva, pensionistica ed assistenziale” per ricomprendere tutti i crediti ai quali, in difetto della previsione derogatoria, sarebbe stata applicabile la norma speciale prevista dal richiamato art. 429 c.p.c. (Cass. n. 12877/2020);

12. in via conclusiva merita accoglimento il solo sesto motivo di ricorso, in relazione al quale la sentenza impugnata deve essere cassata;

non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto la causa può essere decisa nel merito ex art. 384 c.p.c., comma 2, con la condanna del Comune di Agropoli a corrispondere sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno la maggior somma fra interessi legali e rivalutazione monetaria;

13. quanto al regolamento delle spese ritiene il Collegio che per i gradi del giudizio di merito la condanna debba essere contenuta nei limiti già fissati dalla Corte territoriale, che ha compensato parzialmente le spese anche della consulenza tecnica d’ufficio, ponendo a carico del Comune solo la quota pari ad un mezzo;

13.1. per il giudizio di legittimità la fondatezza del solo sesto motivo di ricorso giustifica la pronuncia di compensazione limitatamente ad un quarto sicché il ricorrente deve essere condannato al pagamento del residuo, liquidato come da dispositivo, da distrarre in favore degli avvocati Bruno Cossu, Michele De Felice e Savina Bomboi che hanno reso la dichiarazione prescritta dall’art. 93 c.p.c.;

14. in ragione della parziale fondatezza del ricorso si deve dare atto della non ricorrenza dei presupposti processuali richiesti dal del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24.12.12 n. 228, per il raddoppio del contributo unificato.

PQM

La Corte accoglie il sesto motivo di ricorso e rigetta gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e decidendo nel merito condanna il Comune di Agropoli a corrispondere a L.E. sulle somme liquidate a titolo di risarcimento del danno la maggior somma fra interessì legali e rivalutazione monetaria. Condanna il Comune di Agropoli al pagamento delle spese del doppio grado del giudizio di merito in misura eguale a quanto già liquidato dalla sentenza impugnata. Compensa le spese del giudizio di legittimità limitatamente ad un quarto e condanna il ricorrente al pagamento della quota residua, liquidata in Euro 150,00 per esborsi ed Euro 4.500,00 per competenze professionali, oltre al rimborso delle spese generali del 15% ed agli accessori di legge, da distrarre in favore degli avvocati Bruno Cossu, Michele De Felice e Savina Bomboi, dichiaratisi antistatari.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 22 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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