Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31755 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 22/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31755

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. NEGRI DELLA TORRE Paolo – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 1548-2015 proposto da:

S.B., domiciliato ope legis in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIOVANNI BATTISTA LUCIANO;

– ricorrente –

contro

AZIENDA SANITARIA LOCALE N. 1 DI SASSARI, in persona del legale

rappresentante pro tempore, domiciliata ope legis in ROMA PIAZZA

CAVOUR presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentata e difesa dall’avvocato MARCO ENRICO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 144/2014 della CORTE D’APPELLO DI CAGLIARI

SEZ. DIST. DI SASSARI, depositata il 17/06/2014 R.G.N. 273/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

22/06/2021 dal Consigliere Dott. DI PAOLANTONIO ANNALISA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. la Corte d’Appello di Cagliari – Sezione Distaccata di Sassari – ha respinto l’appello di S.B. avverso la sentenza del locale Tribunale che aveva rigettato il ricorso, proposto nei confronti dell’Azienda Sanitaria Locale n. 1, volto ad ottenere: l’accertamento della dequalificazione subita a seguito della revoca dell’incarico di Responsabile Sanitario del Distretto di Sassari e di Responsabile del Servizio di Medicina di Base; la condanna dell’Azienda ad attribuire al ricorrente un incarico professionale di direzione di struttura complessa; il risarcimento dei danni non patrimoniali derivati dal demansionamento;

2. la Corte territoriale ha evidenziato che l’appellante aveva agito in giudizio sulla premessa che ai fini del giudizio di equivalenza dovesse essere valutato l’incarico di responsabile del distretto, che, in realtà, era stato assegnato al S., ai sensi dell’art. 18 del CCNL per la dirigenza medica del servizio sanitario nazionale, dal 2005 al 2010 in palese violazione della normativa legale e contrattuale che imponeva la selezione pubblica e solo in via temporanea consentiva la sostituzione;

3. ha aggiunto che la materia degli incarichi dirigenziali è sottratta dall’ambito di applicazione dell’art. 2103 c.c. e pertanto il dirigente non ha alcun diritto soggettivo a ricoprire un incarico di pari rilevanza rispetto a quello in precedenza assegnato, potendo solo chiedere di non essere lasciato privo di mansioni dirigenziali, fra le quali però rientrano anche i compiti di studio e quelli ispettivi, nella specie espletati dall’appellante quale componente dello staff del Direttore Generale;

4. il giudice d’appello ha precisato che il S. non era mai rimasto inattivo perché in precedenza aveva avuto la responsabilità del Servizio di Medicina di Base, le cui competenze erano state solo ridotte quanto alla rilevanza;

5. ha aggiunto che l’appellante non aveva subito un danno patrimoniale e che nell’ambito del rapporto dirigenziale è ben possibile che gli incarichi di volta in volta attribuiti non abbiano tutti la stessa importanza ed il dirigente in tal caso, se ingiustamente pretermesso, si può dolere solo della violazione dei criteri legali di correttezza e buona fede, criteri ai quali non aveva fatto neppure cenno l’appellante;

6. per la cassazione della sentenza S.B. ha proposto ricorso sulla base di tre motivi, illustrati da memoria, ai quali l’Azienda Sanitaria Locale n. 1 di Sassari ha resistito con tempestivo controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo il ricorrente denuncia ex art. 360 c.p.c., n. 3 “violazione e falsa applicazione degli artt. 19 T.U. Pubblico Impiego (D.Lgs. n. 165 del 2001), D.L. n. 78 del 2010, comma 32, comma 9, 39 CCNL dirigenza medica e veterinaria” e sostiene, in sintesi, che il potere di conferimento degli incarichi dirigenziali non può essere arbitrario e va esercitato nel rispetto dei principi di buon andamento ed imparzialità che implicano il dovere di impiegare in ambito aziendale le capacità dirigenziali;

1.1. afferma il ricorrente che la Corte territoriale ha errato nel ritenere che il Servizio di Medicina di Base fosse stato riorganizzato con una riduzione della rilevanza dei compiti assegnati, perché, in realtà, il servizio in questione era stato del tutto svuotato, come emergeva dalla produzione documentale, idonea a provare che dal 31.12.2010 il S. non risultava neppure inserito nell’elenco dei dirigenti;

2. il secondo motivo eccepisce ex art. 360 c.p.c., n. 4 la nullità della sentenza impugnata per violazione dell’art. 112 c.p.c. perché la Corte, muovendo dall’erroneo presupposto che fosse stato formulato un unico motivo di appello, non ha pronunciato sulla seconda censura, alla quale erano state dedicate le pagine da 23 a 27 del ricorso;

3. infine la terza critica addebita alla sentenza impugnata la violazione degli artt. 115,116,420,421 e 437 c.p.c. perché, previo esame del secondo motivo di appello, la Corte avrebbe dovuto ammettere le prove orali richieste, volte a dimostrare l’assoluto svuotamento delle mansioni, che, peraltro, poteva già essere desunto dalla produzione documentale;

3.1. il ricorrente sostiene che il giudice d’appello, dopo avere correttamente affermato che il dirigente non può essere tenuto inattivo, avrebbe dovuto disporre, anche d’ufficio, i mezzi istruttori volti a dimostrare che, al di là della formale attribuzione di un incarico, vi era stata di fatto una privazione totale di ogni compito di rilevanza dirigenziale;

4. il primo motivo di ricorso è infondato, nella parte in cui addebita alla Corte territoriale di non avere correttamente ricostruito il sistema, legale e contrattuale, di conferimento degli incarichi dirigenziali ed è inammissibile per il resto;

4.1. l’inapplicabilità ai dirigenti dell’art. 2103 c.c., sancita dal D.Lgs. n. 165 del 2001, art. 19, comma 1, in tutte le versioni della norma succedutesi nel tempo, era già stata affermata dal D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 19, come modificato dal D.Lgs. n. 80 del 1998, art. 13 e discende dalle peculiarità proprie della qualifica dirigenziale che, nel nuovo assetto, non esprime più una posizione lavorativa inserita nell’ambito di una carriera e caratterizzata dallo svolgimento di determinate mansioni, bensì esclusivamente l’idoneità professionale del soggetto a ricoprire un incarico dirigenziale, necessariamente a termine, conferito con atto datoriale gestionale, distinto dal contratto di lavoro a tempo indeterminato;

4.2. quanto alla dirigenza sanitaria, inserita “in un unico ruolo distinto per profili professionali e in un unico livello” (D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15), la giuridica impossibilità di applicare la disciplina dettata dall’art. 2103 c.c. è ribadita dal D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15 ter, inserito dal D.Lgs. n. 229 del 1999, nonché dall’art. 28, comma 6, del CCNL 8.6.2000, secondo cui ” nel conferimento degli incarichi e per il passaggio ad incarichi di funzioni dirigenziali diverse le aziende tengono conto… che data l’equivalenza delle mansioni dirigenziali non si applica l’art. 2103 c.c., comma 1″;

4.3. il comma 7 del richiamato D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 15 stabilisce che “alla dirigenza sanitaria si accede mediante concorso pubblico per titoli ed esami disciplinato ai sensi del D.P.R. 10 dicembre 1997, n. 483, …gli incarichi di direzione di struttura complessa sono attribuiti a coloro che siano in possesso dei requisiti di cui al D.P.R. 10 dicembre 1997, n. 484 e secondo le modalità dallo stesso stabilite, salvo quanto disposto dall’art. 15 ter, comma 2” che, ne testo antecedente alle modifiche apportate dal già richiamato di. n. 158/2012, prevedeva che l’incarico dovesse essere attribuito dal direttore generale “previo avviso da pubblicare nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, sulla base di una rosa di candidati idonei selezionata da una apposita commissione”;

4.4. le procedure disciplinate dal D.P.R. sono richiamate dalla contrattazione collettiva con la quale (art. 29 CCNL 8.6.2000) è stato previsto che, eccezion fatta per il periodo transitorio, “gli incarichi di direzione di struttura complessa sono conferiti con le procedure previste dal D.P.R. n. 484 del 1997, nel limite del numero stabilito dall’atto aziendale…”;

4.5. a dette procedure hanno fatto rinvio le parti collettive anche nel dettare la disciplina delle sostituzioni per l’ipotesi di vacanza della posizione dirigenziale ed hanno precisato, all’art. 18 del CCNL 8.6.2000, che la possibilità di conferire in via momentanea l’incarico di dirigente di struttura complessa ad uno dei dirigenti in servizio presso la struttura medesima, in caso di vacanza, è limitata al “tempo strettamente necessario ad espletare le procedure di cui ai D.P.R. n. 483 e 484/1997 ovvero del D.Lgs. n. 502 del 1992, art. 17 bis”; 4.6. correttamente, pertanto, la Corte territoriale ha ritenuto priva di fondamento la pretesa del S. di vedersi attribuire un incarico equivalente a quello di responsabile del distretto sanitario di Sassari, trattandosi di pretesa infondata, innanzitutto perché anche per la dirigenza medica e sanitaria, pur connotata da peculiarità che derivano dalla natura delle funzioni espletate, non è configurabile un diritto soggettivo ad ottenere e a conservare un determinato incarico dirigenziale (Cass. n. 5025/2009), ed inoltre perché nel caso di specie l’incarico assunto a parametro di comparazione era stato pacificamente assegnato ai sensi dell’art. 18 del CCNL 8.6.2000, ossia a prescindere dall’espletamento delle procedure previste ai fini del legittimo conferimento dell’incarico stesso;

5. il motivo di ricorso, nella parte in cui richiama l’orientamento di questa Corte secondo cui anche il dirigente non può essere immotivatamente ed ingiustificatamente lasciato privo di compiti di natura dirigenziale (cfr. fra le tante Cass. n. 12678/2016), svolge considerazioni che non hanno la necessaria specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata, perché il giudice d’appello di detto orientamento ha dato atto, dichiarando di condividerlo, ma ne ha poi escluso l’applicabilità alla fattispecie avendo accertato, sulla base della documentazione prodotta e delle allegazioni delle parti, che mai il S. era stato lasciato privo di incarico (pag. 8 della pronuncia impugnata) e che nessuna pretesa poteva essere fondata sulla circostanza che le funzioni dirigenziali successivamente attribuite non avessero la medesima rilevanza di quelle assegnate in precedenza (pag. 9);

5.1. si tratta di un accertamento di fatto riservato al giudice del merito che il ricorrente cerca di contrastare con argomenti che, sotto l’apparente deduzione del vizio di violazione di legge, finiscono per sollecitare una nuova e diversa valutazione delle risultanze processuali, che esula dalla funzione e dai limiti del giudizio di legittimità;

6. manifestamente infondato è il secondo motivo, con il quale il ricorrente addebita alla Corte territoriale di non avere pronunciato sulle censure sviluppate nell’atto di appello alle lettere da b) a b)4, riportate alle pagine da 21 a 24 del ricorso, con le quali, sostanzialmente, l’appellante aveva lamentato l’erronea valutazione delle risultanze istruttorie ed aveva insistito per l’ammissione della prova orale, ritenuta dal Tribunale non rilevante né necessaria;

6.1. in realtà su queste censure la Corte territoriale, sia pure con motivazione sintetica, ha pronunciato, pervenendo alle medesime conclusioni del primo giudice quanto all’esclusione della denunciata inattività ed all’assenza di un pregiudizio patrimoniale ed aggiungendo che, a fronte delle risultanze già acquisite, non si ravvisava necessità alcuna del sollecitato approfondimento istruttorio (pag. 10 della sentenza impugnata);

6.2. il vizio di omessa pronuncia è configurabile solo allorquando risulti omesso il provvedimento del giudice indispensabile per la soluzione del caso concreto, sicché lo stesso non ricorre qualora, seppure manchi una specifica argomentazione, la decisione adottata in contrasto con la pretesa fatta valere dalla parte ne comporti il rigetto (cfr. fra le tante Cass. n. 12652/2020 e Cass. n. 2151/2021);

6.3. il giudice del merito, infatti, non è tenuto ad esaminare espressamente e singolarmente ogni allegazione, prospettazione ed argomentazione delle parti, atteso che ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4 è necessario e sufficiente che esponga, in maniera concisa, gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione, con la conseguenza che si devono ritenere disattesi per implicito tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l’iter argomentativo seguito;

7. infine è inammissibile il terzo motivo, innanzitutto perché formulato senza il necessario rispetto dell’onere imposto dall’art. 366 c.p.c., n. 6;

7.1. la mancata ammissione della prova testimoniale si risolve in un vizio della motivazione solo qualora “la prova non ammessa ovvero non esaminata in concreto sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la ratio decidendi venga a trovarsi priva di fondamento” (Cass. n. 11457/2007 e negli stessi termini Cass. n. 5654/2017 e Cass. n. 16214/2019);

7.2. dal principio discende che nel giudizio di cassazione il ricorrente, ai fini della valida formulazione della censura, è tenuto, non solo ad indicare le ragioni che avrebbero dovuto indurre il giudice del merito ad ammettere tale prova, ma anche e soprattutto ad adempiere gli oneri di specifica indicazione necessari per consentire alla Corte di valutare ex actis la decisività del mezzo istruttorio richiesto nonché la tempestività e la ritualità della relativa istanza di ammissione (cfr. fra le tante Cass. n. 8204/2018);

7.3. detti oneri nella specie non sono stati assolti, perché nel ricorso non sono riportati i capitoli di prova né il ricorrente indica quando e con quali modalità avrebbe sollecitato, dapprima il Tribunale e poi il giudice d’appelloiad attivare i poteri officiosi previsti dagli artt. 421 e 437 c.p.c.;

7.4. al riguardo deve essere richiamato l’orientamento consolidato nella giurisprudenza di questa Corte secondo cui “nel rito del lavoro, il ricorrente che denunci in cassazione il mancato esercizio dei poteri istruttori di ufficio nel giudizio di merito, deve riportare in ricorso gli atti processuali dai quali emerge l’esistenza di una “pista probatoria” qualificata, ossia l’esistenza di fatti o mezzi di prova, idonei a sorreggere le sue ragioni con carattere di decisività, rispetto ai quali avrebbe potuto e dovuto esplicarsi l’officiosa attività di integrazione istruttoria demandata al giudice di merito, ed allegare, altresì, di avere espressamente e specificamente richiesto tale intervento nel predetto giudizio” (Cass. n. 22628/2019);

8. in via conclusiva il ricorso deve essere rigettato con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo;

9. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24.12.12 n. 228, si deve dare atto, ai fini e per gli effetti precisati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della ricorrenza delle condizioni processuali previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto dal ricorrente.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.000,00 per competenze professionali, oltre al rimborso spese generali del 15% ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto, per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 22 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

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