Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31752 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 16/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31752

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3966-2020 proposto da:

T.S. alias T.S., domiciliato in ROMA, PIAZZA

CAVOUR presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE,

rappresentato e difeso dall’avvocato DAVIDE VERLATO;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Verona sezione di

Vicenza, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 3214/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 30/07/2019 R.G.N. 1646/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/06/2021 dal Consigliere Dott. AMENDOLA FABRIZIO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. la Corte di Appello di Venezia, con la sentenza impugnata, ha rigettato l’appello proposto da T.S., cittadino del Togo, avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. il Collegio ha condiviso l’assunto del primo giudice che aveva affermato la non attendibilità della vicenda narrata dal richiedente circa una presunta persecuzione politica nel Paese di origine perché se ne evidenziavano le contraddizioni, neanche specificamente confutate in sede di gravame; ritenuto non credibile il racconto del richiedente si è esclusa la ricorrenza delle ipotesi di protezione previste dal D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. a) e b); per quanto riguarda la lettera c) della stessa disposizione la Corte ha escluso la sussistenza in Togo di una situazione di violenza generalizzata nei confronti della popolazione civile sulla base delle fonti internazionali individuate; infine la Corte ha escluso una condizione di vulnerabilità nell’istante che giustificasse il riconoscimento della protezione umanitaria;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con due motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo firie di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione di norme di diritto in ordine al diniego di protezione umanitaria in violazione della normativa che “consentiva di dare rilievo ai rischi personali che derivano da vicende di carattere privato con profili di ampia discrezionalità”; si deduce che “nessuna corretta ed aggiornata informazione” sarebbe stata acquisita dalla Corte di Appello sulla situazione sociale e politica del Togo;

con il secondo motivo si denuncia “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio” e violazione di legge per avere la Corte territoriale ritenuto la ‘non credibilità del racconto dell’istante senza rispettare i criteri previsti dal D.Lgs. n. 25 del 2008,. art. 8, commi 2 e 3; si lamenta altresì che la Corte non avrebbe effettuato la dovuta comparazione “al fine di accertare la possibile vulnerabilità del richiedente”;

2. i motivi, per come sono formulati, non possono trovare accoglimento;

innanzitutto sono privi di adeguata specificità, perché la formulazione delle censura risulta del tutto astratta, risolvendosi in una mera elencazione di norme, senza l’osservanza del fondamentale principio secondo cui i motivi per i quali si chiede la cassazione della sentenza non possono essere affidati a deduzioni generali e ad affermazioni apodittiche, con le quali la parte non articoli specifiche censure esaminabili dal giudice di legittimità sulle singole conclusioni tratte dal giudice del merito in relazione alla fattispecie decisa, avendo il ricorrente l’onere di indicare con precisione gli asseriti errori contenuti nella sentenza impugnata, in quanto, per la natura di giudizio a critica vincolata propria del giudizio di cassazione, il singolo motivo assolve alla funzione di identificare la critica mossa ad una parte ben specificata della decisione espressa (v. Cass. n. 2959 del 2020; conf. Cass. n. 1479 del 2018); pertanto, se nel ricorso per cassazione si sostiene l’esistenza della violazione di legge denunziata nel motivo, si deve chiarire a pena di inammissibilità l’errore di diritto imputato al riguardo alla sentenza impugnata, in relazione alla concreta controversia (Cass. SS.UU. 21672 del 2013); in caso contrario, la censura – pur formalmente formulata come vizio di violazione di norme legge – nella sostanza si traduce in una inammissibile denuncia di errata valutazione da parte del Giudice del merito del materiale probatorio acquisito ai fini della ricostruzione dei fatti, effettuata nell’esercizio di un apprezzamento non censurabile in sede di legittimità, se non sotto il profilo del vizio di motivazione, peraltro nei ristretti limiti di cui al nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, pure invocato da parte ricorrente, ma senza individuare il fatto storico decisivo di cui sarebbe stato omesso l’esame e trascurando completamente gli enunciati di Cass. SS.UU. nn. 8053 e 8054 del 2014 che hanno rigorosamente interpretato detta disposizione novellata nel 2012;

inoltre le doglianze non si confrontano realmente con il decisum, non contestando adeguatamente la valutazione della Corte territoriale circa le contraddizioni del racconto del richiedente, che non sarebbero state neanche specificamente confutate in sede di gravame;

quanto poi alla mancata cooperazione istruttoria, si rammenta che il giudice di merito, nel fare riferimento alle cd. fonti privilegiate di cui al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, deve indicare la fonte in concreto utilizzata, nonché il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alle parti la verifica della pertinenza e della specificità dell’informazione predetta rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione; nel caso di specie, la decisione impugnata soddisfa i suindicati requisiti, consentendo in tal modo alla parte la duplice verifica della provenienza e della pertinenza dell’informazione, là dove il ricorrente contesta genericamente l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria del giudice territoriale e la semplice e generica allegazione dell’esistenza di un quadro generale del paese di origine del richiedente la protezione differente da quello ricostruito dal giudice di merito si risolve nell’implicita richiesta di rivalutazione delle risultanze istruttorie e nella prospettazione di una diversa soluzione argomentativa, entrambe precluse in questa sede (Cass. n. 14680 del 2021; Cass. n. 26728 del 2019).

non coglie nel segno neanche la censura in ordine al diniego della protezione umanitaria; la Corte lagunare, infatti, ha precisato che la mera allegazione di avere acquisito un certo grado di integrazione sociale nel nostro Paese non era sufficiente, occorrendo, invece, la prova della compromissione del nucleo fondamentale dei diritti di cui all’art. 2 Cost., in caso di rimpatrio nel paese di origine, qui escluso secondo quanto si desumeva dalle COI richiamate; a fronte di tale argomentazione il ricorrente non ha offerto elementi per contraddire le conclusioni della Corte territoriale limitandosi a richiamare la mera sua integrazione lavorativa che l’giudici di seconde cure hanno comunque ritenuto elemento non idoneo e sufficiente (v. Cass. n. 14680 del 2021, per analoghe considerazioni);

3. conclusivamente il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; nulla per le spese in difetto di attività difensiva del Ministero intimato;

occorre dare atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, (cfr. Cass. SS.UU. n. 4315 del 2020);

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 20012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

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