Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31748 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 16/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31748

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3951-2020 proposto da:

B.A. o B.A., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso

LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato MASSIMO GILARDONI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Brescia, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1611/2019 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 11/11/2019 R.G.N. 1874/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/06/2021 dal Consigliere Dott. CINQUE GUGLIELMO.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. La Corte di appello di Brescia, con la sentenza n. 1611 del 2019, ha confermato il provvedimento emesso dal Tribunale della stessa sede con il quale era stata respinta la domanda di protezione internazionale ed umanitaria, proposta da B.A., cittadino del Bangladesh.

2. Il richiedente aveva dichiarato di essere analfabeta, di avere lavorato nel suo Paese di origine come cameriere in un ristorante, di essere sposato e di avere quattro figli che vivevano con la suocera e si mantenevano con i soldi che inviava lui dall’Italia; aveva precisato di avere lasciato il Bangladesh nel marzo del 2013 per problemi politici; infatti, a causa del padre, che era stato presidente del BNP del villaggio finché era stato in vita, gli appartenenti all’AWAMI LEAGUE, che erano in maggioranza, iniziarono a minacciarlo di morte se non si fosse allontanato dal villaggio, sicché aveva deciso di vendere il terreno e andarsene in Libia, giungendo poi in Italia.

3. A fondamento della decisione la Corte di merito ha rilevato che l’appellante non aveva impugnato il giudizio di inattendibilità del racconto effettuato dal Tribunale sul presupposto della contraddittorietà tra le dichiarazione rese in sede di compilazione del modello C3 e quelle fornite innanzi alla Commissione territoriale; ha sottolineato che la inattendibilità travolgeva, pertanto, tanto la domanda di protezione internazionale che quella umanitaria; in ordine a quella sussidiaria D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. c) ha precisato che la città da cui proveniva il richiedente (Dacca) non era interessata da conflitti armati e, con riferimento alla protezione umanitaria, che non sussistevano i presupposti per concederla atteso che non erano state allegate situazioni di vulnerabilità ed il richiedente non aveva prodotto a supporto idonea documentazione lavorativa.

4. Avverso la sentenza di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione B.A. affidato ad un unico motivo.

5. Il Ministero dell’Interno si è costituito, al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. Con l’unico motivo il ricorrente, premessa la tempestività del ricorso, denuncia la violazione e/o falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 comma 2, perché la Corte territoriale, sull’erroneo presupposto che non fossero stati allegati fattori di oggettiva vulnerabilità, aveva omesso di considerare il suo inserimento conseguito in Italia e che la condizione di vulnerabilità discendeva dalla situazione oggettivamente rilevabile in Bangladesh, contraddistinta da una insicurezza che emergeva dalla lettura delle informazioni reperibili sul sito del Ministero dell’Interno, come già rilevato in altri provvedimenti giudiziari.

2. Il ricorso è inammissibile.

3. Il tema della generale violazione dei diritti umani nel Paese di provenienza costituisce senz’altro un necessario elemento da prendere in esame nella definizione della posizione del richiedente; tale elemento, però, deve necessariamente correlarsi alla vicenda personale dell’istante, il quale e’, perciò, onerato quanto meno di allegare i suddetti fattori di vulnerabilità (Cass. n. 231/2019; Cass. n. 9651/2019).

4. In ordine a tale punto la Corte territoriale ha evidenziato, alla stregua delle informazioni acquisite, l’assenza di criticità nella città di provenienza (Dacca) del richiedente ed ha escluso sue situazioni di vulnerabilità soggettiva: in particolare, ha ritenuto, da un lato, che non vi fosse prova che si fosse integrato in Italia e, dall’altro, che nel proprio paese aveva ancora rapporti parentali significativi nonché un lavoro.

5. I giudici di seconde cure hanno fatto corretta applicazione dei principi affermati in sede di legittimità secondo cui il diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari presuppone l’esistenza di situazioni non tipizzate di vulnerabilità dello straniero, risultanti da obblighi internazionali o costituzionali, conseguenti al rischio del richiedente di essere immesso, in esito al rimpatrio, in un contesto sociale, politico ed ambientale idoneo a costituire una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti fondamentali (Cass. n. 5358/2019), con una valutazione di vulnerabilità da effettuarsi caso per caso.

6. A fronte delle sopra indicate argomentazioni, corrette giuridicamente, le censure del ricorrente risultano del tutto generiche, prive di puntuali riferimenti e del tutto inidonee ad impugnare la ratio decidendi posta a base della sentenza impugnata e fondata sugli elementi sopra citati.

7. Il ricorso va, quindi, dichiarato inammissibile.

8. Nulla va disposto in ordine alle spese di lite non avendo l’Amministrazione resistente svolto attività difensiva.

9. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24.12.2012 n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti processuali, sempre come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla in ordine alle spese del presente giudizio di cassazione. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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