Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31743 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 27/05/2021, dep. 04/11/2021), n.31743

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TORRICE Amelia – Presidente –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – rel. Consigliere –

Dott. MAROTTA Caterina – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 26121-2015 proposto da:

D.B.T., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEGLI

SCIPIONI 268/A, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO ANTONINI, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato PIERGIOVANNI

ALLEVA;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’ISTRUZIONE, DELL’UNIVERSITA’ E DELLA RICERCA, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso il cui Ufficio domicilia

in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 627/2014 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 31/10/2014 R.G.N. 404/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

27/05/2021 dal Consigliere Dott. DI PAOLANTONIO ANNALISA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. La Corte d’Appello di Ancona, in riforma della sentenza del Tribunale di Ascoli Piceno che aveva accolto il ricorso, ha respinto la domanda di risarcimento del danno non patrimoniale proposta da D.B.T. nei confronti del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca;

2. la Corte territoriale ha premesso che l’appellata, insegnante di scuola materna dichiarata inidonea all’insegnamento perché affetta da gravi patologie, aveva ottenuto l’assegnazione dal maggio 2000 al Centro Servizi Amministrativi di Ascoli, ubicato nelle immediate vicinanze della sua abitazione, ove aveva prestato attività lavorativa in piena armonia con i colleghi di lavoro i quali le avevano anche prestato soccorso in occasione di crisi ipoglicemiche;

3. Il 15 gennaio 2004 era stata trasferita con provvedimento formale presso il Distretto Scolastico di Ascoli Piceno e, a suo dire, il trasferimento non era stato determinato da effettive esigenze di servizio e costituiva la reazione ad una discussione avuta con il dirigente del CSA il quale l’aveva anche accusata di essere “bugiarda”;

4. già la sola notizia di dover prestare servizio lontano da casa e senza la confortante presenza di colleghi conosciuti, le aveva provocato una crisi d’ansia ed innescato un processo di progressivo aggravamento della condizione psichica, sfociato nel ricovero presso l’Unità Operativa di Psichiatria ove era stata diagnosticata una profonda depressione ed accertato un disturbo permanente;

5. la Corte territoriale, riassunti i fatti di causa, ha escluso che il trasferimento fosse stato disposto per ragioni ritorsive ed ha evidenziato che l’assegnazione al distretto scolastico ed alla sede operativa di via (OMISSIS) si era resa necessaria in quanto a quell’ufficio era stata assegnata l’attività amministrativa curata dalla D.B., che non poteva essere svolta presso la precedente sede di (OMISSIS), divenuta inagibile;

6. ha precisato che queste circostanze erano state riferite dal dirigente del distretto il quale, sentito come teste, aveva precisato di aver avuto un colloquio con il marito della ricorrente, al quale già il 14 gennaio erano state comunicate le ragioni dell’assegnazione;

7. il giudice d’appello ha poi evidenziato che il contenuto del dialogo con il dirigente D. era stato evidentemente travisato dall’appellata, sicché nessun inadempimento, rilevante ex art. 2087 c.c., poteva essere ravvisato nella fattispecie giacché la valutazione giudiziale deve restare ancorata “all’obiettivo disvalore delle condotte” e non può essere condizionata dalla “peculiare percezione che ne abbiano i soggetti direttamente coinvolti”;

8. ha precisato, infine, che l’intento ritorsivo non poteva essere desunto dalla mera successione temporale e che il silenzio serbato dall’amministrazione sulle reiterate richieste di revoca del trasferimento non era di per sé manifestazione di noncuranza e di disprezzo;

9. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso D.B.T. sulla base di un unico motivo, al quale il MIUR ha replicato con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con l’unico motivo di ricorso D.B.T. denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’utilizzo di prove effettivamente dedotte dalle parti e regolarmente esperite” e sostiene, in sintesi, che la sentenza impugnata, sorprendentemente, si basa su una prova mai acquisita al processo, ossia sulla testimonianza del dirigente del distretto Dott. T., il quale non era stato escusso come teste ed aveva solo redatto, a distanza di anni dai fatti, una nota nella quale aveva riferito in merito al colloquio avuto con il coniuge della ricorrente;

1.1. addebita alla Corte territoriale di avere scambiato per il contenuto di una testimonianza quello di una nota priva di rilevanza probatoria, perché richiamata solo nell’atto d’appello del Ministero e “neanche depositata in maniera rituale”;

2. il ricorso è infondato;

e’ consolidato, nella giurisprudenza di questa Corte, il principio secondo cui la nullità di un atto di acquisizione probatoria non comporta la nullità derivata della sentenza, atteso che i rapporti tra atto istruttorio nullo e decisione non possono definirsi in termini di eventuale nullità derivata di quest’ultima, quanto, piuttosto, di giustificatezza o meno delle statuizioni in fatto della sentenza, la quale, in quanto fondata sulla prova nulla (che quindi non può essere utilizzata) o sulla esclusione di una prova con provvedimento nullo, è priva di (valida) motivazione, non già nulla a sua volta, atteso che l’atto istruttorio, puramente eventuale, non fa parte dell’indefettibile serie procedimentale che conduce alla sentenza ed il cui vizio determina la nullità, ma incide soltanto sul merito delle valutazioni (in fatto) compiute dal giudice, sindacabili in sede di legittimità esclusivamente nei limiti consentiti dall’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. n. 18587/2014 e negli stessi termini Cass. n. 13575/2020, Cass. n. 5192/2020, Cass. n. 2125/2020, Cass. n. 3467/2019, Cass. n. 18311/2016);

2.1. dal principio si era tratta la conseguenza, nella vigenza dell’art. 360 c.p.c., n. 5 nel testo antecedente alle modifiche apportate dal D.L. n. 83 del 2012, che la irrituale acquisizione probatoria può giustificare la cassazione della sentenza impugnata solo qualora emerga, con giudizio di certezza e non di mera probabilità, che la circostanza, non valutabile, abbia avuto efficacia determinante nella soluzione della controversia, di modo che la ratio decidendi venga a trovarsi priva di base, una volta accertata la irritualità della prova (Cass. n. 10057/2016);

2.2. con la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, il vizio motivazionale assume rilievo solo nei ristretti limiti indicati da Cass. S.U. n. 8053/2014, sicché affinché l’atto di irrituale acquisizione possa spiegare effetti sulla validità della pronuncia impugnata è necessario che la ritenuta inutilizzabilità della prova documentale o testimoniale renda la decisione priva del requisito essenziale imposto dall’art. 132 c.p.c., n. 4 (Cass. n. 3467/2019);

2.3. le richiamate condizioni non ricorrono nella fattispecie perché le dichiarazioni alle quali la Corte territoriale avrebbe erroneamente attribuito il valore della testimonianza, anziché di mero elemento indiziario (cfr. fra le tante Cass. n. 24976/2017), consentendone, inoltre, l’ingresso nel processo pur a fronte della tardività della produzione, non costituiscono l’unico argomento sul quale il giudice d’appello ha fondato l’accoglimento del gravame ed il rigetto della domanda di risarcimento del danno;

2.4. la ratio decidendi della sentenza impugnata va individuata, innanzitutto, nella ritenuta insussistenza del denunciato intento ritorsivo e nell’affermazione che il datore di lavoro può essere ritenuto responsabile della lesione all’integrità psico-fisica del dipendente solo in caso di provvedimenti illegittimi o di atti che “denuncino intenti o anche solo effetti persecutori”, intenti nella fattispecie esclusi anche sul rilievo che la valutazione giudiziale “deve restare ancorata alla valutazione dell’obiettivo disvalore delle condotte e non può dare seguito a valutazioni meramente soggettive, sia pure improntate ad una particolare sensibilità, condizionata dalla peculiare percezione che ne abbiano i soggetti direttamente coinvolti”;

2.5. il colloquio svoltosi fra il coniuge della ricorrente ed il dirigente scolastico è solo uno degli elementi apprezzati dal giudice d’appello per escludere che la reazione della D.B. alla notizia del trasferimento fosse prevedibile ed addebitabile a colpa dell’amministrazione, sicché l’errore nel quale la Corte territoriale sarebbe incorsa risulta privo della decisività che sola avrebbe potuto giustificare la cassazione della pronuncia;

3. il ricorso va, pertanto, rigettato con conseguente condanna della ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo;

4. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, come modificato dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, si deve dare atto, ai fini e per gli effetti precisati da Cass. S.U. n. 4315/2020, della ricorrenza delle condizioni processuali previste dalla legge per il raddoppio del contributo unificato, se dovuto dalla ricorrente.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità liquidate in Euro 3.000,00 per competenze professionali oltre al rimborso delle spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma del cit. art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 27 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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