Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31740 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 06/05/2021, dep. 04/11/2021), n.31740

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

Dott. BUFFA Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12386-2015 proposto da:

P.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AREZZO

29, presso lo studio dell’avvocato MARIA CRISTINA PANSARELLA, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

Presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura

Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli Avvocati

ELISABETTA LANZETTA, CHERUBINA CIRIELLO, SEBASTIANO CARUSO;

– controricorrente –

nonché contro

R.M.G., C.S., quali eredi di C.A.,

A.A., CO.SE., L.V., M.G., nella

qualità di erede di RI.MA.TE.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 8611/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 24/11/2014 R.G.N. 725/2012;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

06/05/2021 dal Consigliere Dott. CALAFIORE DANIELA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

la Corte d’appello di Roma, con sentenza n. 8611 del 2014, ha accolto l’impugnazione proposta dall’INPS nei confronti di P.G. ed altri consorti (avvocati già appartenenti al ruolo professionale legale e cessati dal servizio nel 1994) avverso la sentenza di primo grado che aveva accolto la domanda di questi ultimi volta all’accertamento del proprio diritto a restituire all’istituto previdenziale somme relative a riliquidazione dell’indennità di buonuscita indebitamente ricevute, per effetto di sentenze poi riformate, al netto e non al lordo;

ad avviso della Corte territoriale doveva farsi applicazione del principio espresso da Cassazione n. 8606 del 1996 e n. 1140 del 2001, secondo il quale il diritto al rimborso dell’imposta che si assume indebita, riscossa in tutto o in parte mediante ritenuta alla fonte, spetta in prima istanza al sostituito, il quale, ai fini della ripetizione della stessa deve fornire la prova di aver subito detta ritenuta, senza dovere altresì dimostrare che l’imposta è stata effettivamente incassata dall’erario, né trova applicazione in tali casi il termine decadenziale fissato dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 38;

per la cassazione di tale sentenza ricorre P.G. sulla base di un motivo illustrato da successiva memoria;

resiste l’INPS controricorso;

R.M.G. e C.S., quali eredi di C.A., A.A., Co.Se., L.V. e M.G., quale erede di Ri.Ma.Te., litisconsorti del ricorrente nei gradi di merito, sono rimasti intimati.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

con l’unico motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2033 c.c., posto che solo gli elementi retributivi rientranti nella disponibilità patrimoniale dei dipendenti e dei pensionati avrebbero potuto essere restituiti;

il motivo è fondato;

questa Corte di cassazione ha affermato più volte (vd. Cass. n. 13530 del 2019; Cass. n. 3836 del 2021) che in caso di retribuzioni erogate indebitamente al lavoratore dipendente il datore di lavoro ha diritto a ripetere soltanto quanto quest’ultimo abbia effettivamente percepito e non già importi al lordo di ritenute fiscali e previdenziali mai entrate nella sfera patrimoniale del dipendente;

le ritenute fiscali, in particolare, ricadono nel raggio di azione del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, art. 38, comma 1, secondo cui il diritto al rimborso fiscale nei confronti dell’amministrazione finanziaria spetta in via principale a colui che ha eseguito il versamento non solo nelle ipotesi di errore materiale e di duplicazione ma anche in quelle di inesistenza totale o parziale dell’obbligo;

le ritenute previdenziali di cui non si discute nella presente fattispecie, del pari, vedono il datore di lavoro quale unico obbligato al versamento dei contributi all’ente previdenziale anche per la quota a carico del lavoratore, ai sensi della L. 4 aprile 1952, n. 218, art. 19, di modo che spetta solo a lui la legittimazione a richiedere la ripetizione in caso di indebito versamento (in tal senso Cass. n. 21196 del 2020);

non è dubitabile, peraltro, che la richiamata disciplina si renda applicabile anche nel caso in cui l’indebito sia conseguenza di una pronuncia giurisdizionale dal momento che anche in tal caso si deve ritenere ravvisabile un’ipotesi di inesistenza totale o parziale dell’obbligo;

neppure può dirsi che questo assetto, che vede legittimato in via principale alla condictio indebiti il soggetto che ha effettuato il versamento, si presta a revisioni alla luce del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 916, art. 10, comma 1, lett. d-bis), che abilita il contribuente a portare in deduzione del carico imponibile le somme restituite al soggetto erogatore poiché la norma non investe il profilo della legittimazione all’azione di indebito, ma rappresenta solo una facoltà accordata al contribuente in ragione della quale non è consentito interpretarne il disposto in modo incoerente rispetto al principio secondo cui il solvens non può ripetere dall’accipiens più di quanto quest’ultimo abbia effettivamente percepito (Cass. n. 19735 del 2018);

e’ pertanto errata la contraria affermazione operata dalla Corte d’appello che ha ritenuto invece ripetibile la somma imputata all’odierno ricorrente nell’intero, al lordo, cioè, delle ritenute fiscali operate alla fonte e versate all’erario;

in definitiva, il ricorso va accolto, la sentenza impugnata va cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti, la causa va decisa nel merito ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, dichiarando non tenuto il ricorrente alla restituzione, nei confronti dell’INPS, anche delle somme trattenute a titolo di acconto IRPEF sulle eccedenze erogate in esecuzione della sentenza del TAR Lazio e direttamente versate dall’INPS all’erario negli anni 1999-2000; le spese dei gradi di merito e del giudizio di legittimità seguono la soccombenza nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, dichiara non dovute dal ricorrente le somme versate dall’INPS all’erario negli anni 1999 e 2000; condanna l’INPS al pagamento delle spese di tutti gradi del giudizio che liquida: quanto al primo grado, in Euro 2500,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge; quanto al grado d’appello, in Euro 2500,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge; quanto al giudizio di legittimità, in Euro 4000,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfetarie nella misura del 15% ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, non sussistono i presupposti processuali per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso ex art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 6 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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