Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31734 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 04/11/2021, (ud. 08/10/2020, dep. 04/11/2021), n.31734

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 778-2020 proposto da:

F.L., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato MARIA BASSAN;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore e della

COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE

INTERNAZIONALE DI VERONA – SEZIONE DI PADOVA, in persona del

Direttore pro tempore, rappresentati e difesi dall’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domiciliano in ROMA, ALLA

VIA DEI PORTOGHESI 12, ope legis;

– resistenti con mandato –

avverso la sentenza n. 2478/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 17/06/2019 R.G.N. 1870/2017;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

08/10/2020 dal Consigliere Dott. LEO GIUSEPPINA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

CHE:

1. la Corte territoriale di Venezia, con sentenza pubblicata in data 17.6.2019, ha rigettato l’appello proposto da F.L., cittadino senegalese, avverso l’ordinanza resa dal Tribunale della stessa sede il 12.4.2017, che aveva respinto il ricorso del medesimo avverso il provvedimento emesso dal Ministero dell’Interno-Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Verona, con il quale erano state disattese le domande del richiedente, dirette ad ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, del diritto alla protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. n. 251 del 2017, ovvero del diritto al rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari del D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6;

2. la Corte di merito ha osservato che le ragioni addotte dall’appellante a sostegno dell’espatrio non integrano in alcun modo il rischio di una persecuzione determinata da ragioni politiche, religiose, razziali o di appartenenza ad un determinato gruppo sociale, secondo quanto dispone il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, avendo il medesimo “giustificato l’espatrio per motivi di carattere privato”;

3. circa la richiesta di protezione sussidiaria, la Corte ha evidenziato che l’appellante, che ha dichiarato di provenire dal Senegal (in particolare, dalla regione del Casamance, nella parte meridionale del Paese), non ha espresso timori in ordine a possibili conflitti armati interni e, comunque, l’evoluzione attuale della situazione socio-politica del Paese di provenienza esclude l’ipotesi del conflitto armato interno; pertanto, ha ritenuto che non sussistessero i presupposti per il riconoscimento del diritto alla protezione sussidiaria il D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a), b) e c);

4. infine, i giudici di appello hanno negato che, nella fattispecie, potessero configurarsi particolari profili di vulnerabilità atti a giustificare il rilascio del permesso di soggiorno previsto dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, perché la storia personale del ricorrente non consente di ritrovare riferimenti ad una condizione di menomata dignità vissuta in patria, né ad una personale situazione di vulnerabilità da proteggere;

5. per la cassazione della sentenza ha proposto ricorso F.L. articolando tre motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato tardivamente un “Atto di costituzione” al solo fine “di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione”;

6. il P.G. non ha formulato richieste;

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

CHE:

1. con il primo motivo si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, per carenza di motivazione in merito alla valutazione di credibilità del ricorrente perché i giudici di appello hanno ritenuto non ammissibile il primo motivo di gravame ritenendo che il F. si fosse limitato a ripercorrere la versione fornita dinanzi al Tribunale senza contestare la motivazione dell’ordinanza impugnata;

2. con il secondo motivo si deduce, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 3, comma 3; il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. b); D.Lgs. n. 25 del 2008, per mancato riconoscimento della protezione sussidiaria e mancata indagine in ordine alla “persecuzione di agenti terzi, nella figura dei familiari della fidanzata del F.”;

3. con il terzo motivo si denunzia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3; il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, per mancata valutazione della situazione del Paese di origine del richiedente ai fini del riconoscimento della sussistenza dei presupposti per il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi umanitari;

4. il primo motivo è inammissibile, in quanto il vizio ex art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, sussiste solo quando la pronuncia evidenzi una obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che ha condotto il giudice al proprio convincimento, come, ad esempio, accade, quando non vi sia alcuna esplicitazione del quadro probatorio, né alcuna disamina logico-giuridica che lasci trasparire il percorso argomentativo seguito: ipotesi, queste, che non si ravvisano nella fattispecie;

5. il secondo ed il terzo motivo, che per la loro interferenza possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili perché generici ed altresì, in quanto, sotto l’apparente deduzione di vizi di violazione o falsa applicazione di legge, mirano, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti storici operata dai giudici di merito (al riguardo, v. Cass., SS.UU. n. 34476/2019). Inoltre, le dedotte violazioni di legge non appaiono configurabili (arg. ex art. 366, comma 1, n. 4, del codice di rito) in difetto degli appropriati requisiti di erronea sussunzione della fattispecie concreta in quella astratta regolata dalle norme pretesamente incise, mediante la specificazione delle affermazioni in diritto contenute nel provvedimento impugnato che, motivatamente, si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (cfr., ex plurimis, Cass. nn. 16038/2013; 3010/2012);

6. ed e’, altresì, da rilevare che i motivi sono tutti fondati su presupposti di fatto che attengono alla credibilità del racconto del F.; credibilità che è stata negata dalla Corte di Appello (v. pag. 7 della sentenza impugnata), con un apprezzamento che non può essere rivisitato in questa sede in mancanza di censure appropriate; peraltro, a fondamento della pretesa, l’appellante ha addotto vicende private, senza la dimostrazione dell’impossibilità di ottenere tutela dalle autorità dello Stato di provenienza (cfr., ex multis, Cass. n. 14680/2020);

7. infine, in ordine al rilascio del permesso di soggiorno giudici di seconda istanza hanno sottolineato che l’appellante non ha evidenziato elementi significativi di integrazione, né ulteriori condizioni di vulnerabilità, oggettiva e soggettiva; la decisione impugnata, pertanto, appare in linea con gli arresti giurisprudenziali di questa Corte, secondo cui, in materia di protezione umanitaria, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione in Italia “deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione di integrazione raggiunta nel Paese di accoglienza” (cfr., tra le altre, Cass. nn. 29857/2020; 4455/2018);

8. per tutto quanto in precedenza esposto, il ricorso va dichiarato inammissibile;

9. nulla va disposto in ordine alle spese del presente giudizio, non essendo stata svolta attività difensiva dal Ministero intimato;

10. avuto riguardo all’esito del giudizio ed alla data di proposizione del ricorso, sussistono i presupposti processuali (cfr. Cass., SS.UU. n. 4315/2020) di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, secondo quanto specificato in dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 8 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

 

 

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