Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3172 del 09/02/2018


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. trib., 09/02/2018, (ud. 27/09/2017, dep.09/02/2018),  n. 3172

Fatto

RILEVATO

che:

con ricorso tempestivamente notificato A.F., sulla base di tre motivi, impugnava la sentenza n. 602/2009, depositata il 01.07.2009 dalla Commissione Tributaria Centrale, Sezione di Bologna;

riferiva di aver proposto impugnazione avverso quattro avvisi di accertamento, notificatigli il 30 ottobre 1982, con cui gli erano rettificati i redditi di partecipazione nell’impresa familiare A.G., relativamente ai periodi di imposta 1977, 1978, 1979 e 1980. Contestualmente aveva presentato dichiarazione integrativa ai sensi del D.L. n. 429 del 1982, convertito con L. n. 516 del 1982.

Nel novembre 1988 riceveva le cartelle esattoriali n. (OMISSIS) e (OMISSIS), rispettivamente dell’importo di Lire 59.976.000 e di Lire 9.756.000, con le quali erano liquidate le dichiarazioni integrative. Il contribuente promuoveva tempestivo ricorso anche avverso le cartelle presso la CTP di Parma, invocando la sentenza della Corte Costituzionale n. 175 del 1986, dichiarativa della parziale incostituzionalità del D.L. n. 429 cit., art. 16 per gli avvisi di accertamento notificati nel periodo compreso tra il 14.07.1982 ed il 15.03.1983, riferibile dunque anche agli avvisi a lui indirizzati.

Mentre il contenzioso relativo agli avvisi di accertamento era definito con sentenza dichiarativa della cessazione della materia del contendere (sentenza risalente al 1990), rinunciando l’Amministrazione alle pretese emergenti dagli atti di accertamento investiti dalla declaratoria d’incostituzionalità (ma non impugnati sotto questo profilo), la controversia proseguiva con riguardo alle cartelle esattoriali, che l’Amministrazione riteneva invece non travolte dalla illegittimità degli avvisi. La CTP di Parma accoglieva il ricorso del contribuente con sentenza del 15 novembre 1990, confermata dalla CTR con sentenza del 19 ottobre 1991. La Commissione Tributaria Centrale, Sezione di Bologna, accoglieva invece il ricorso della Agenzia con la sentenza ora gravata.

con il primo motivo il contribuente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 99,112,329 e 342 c.p.c., del D.P.R. n. 636 del 1972, artt. 19 bis, 22 e 25 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, per aver pronunciato la CTC oltre i limiti della domanda, accogliendo il ricorso erariale sulla base di un motivo mai proposto dall’Amministrazione nè rilevabile d’ufficio;

con il secondo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione degli artt. 324 e 329 c.p.c., art. 2909 c.c., del D.P.R. n. 636 del 1972, artt. 22, 37 e 39, del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, c.p.c., per violazione del giudicato interno, formatosi in ordine al non esaurimento del rapporto derivante dall’avviso di accertamento, affermato dalla sentenza della Commissione Regionale e non oggetto di impugnazione da parte della Amministrazione nel ricorso alla CTC;

con il terzo motivo denuncia la violazione o falsa applicazione del D.L. n. 429 del 1982, art. 16 come convertito con L. n. 516 del 1982, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la gravata sentenza erroneamente ritenuto esauriti i rapporti derivanti dagli avvisi di accertamento, e conseguentemente non travolti dalla sentenza della Corte Costituzionale i medesimi avvisi, quando di essi, pur impugnati, non ne fosse stata denunciata l’illegittimità costituzionale.

per tutti i motivi sono stati formulati i quesiti di diritto, nel rispetto dall’art. 366 bis c.p.c., che però, abrogato dalla L. n. 69 del 2009, art. 47 con effetto dal 4 luglio 2009, non erano più dovuti.

L’Agenzia delle Entrate si è tempestivamente costituita con controricorso, contestando gli avversi motivi, ritenuti inammissibili o infondati nel merito, chiedendo il rigetto del ricorso.

Il controricorrente ha depositato nei termini di legge memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 1.

Diritto

CONSIDERATO

che:

è infondato il primo motivo di ricorso. Va premesso che la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 175 del 1986, dichiarava la parziale illegittimità del D.L. n. 429 del 1982 cit., art. 16 nella parte in cui, consentendo la notifica di avvisi d’accertamento sino alla presentazione della dichiarazione integrativa in rettifica o d’ufficio e non sino all’entrata in vigore della disciplina (periodo “bianco” tra 14.07.1982 e 15.03.1983), introduceva una disparità tra i contribuenti non attinti da avviso di accertamento, che per accedere al condono potevano, ai sensi dell’art. 19 della medesima legge, presentare una dichiarazione integrativa con cui definire automaticamente le pendenze fiscali mediante il riconoscimento e successivo versamento di una percentuale di maggiore imposta rispetto a quanto già dichiarato, e quelli attinti dall’avviso di accertamento, d’ufficio o in rettifica, per il quali la definizione, prevista dall’art. 16, era ben più onerosa. In particolare la Consulta aveva rilevato che la disciplina, consentendo all’ufficio a sua discrezione di notificare avvisi di accertamento nel periodo “bianco” ad un contribuente anzichè ad un altro, creava una disparità di trattamento tra contribuenti.

A fronte della sentenza sono emerse due questioni, la prima relativa ai suoi effetti sugli accertamenti notificati tra l’entrata in vigore della disciplina e il 15 marzo 1983, per la quale si prospettava l’illegittimità degli avvisi salvo che afferenti a rapporti ormai esauriti o per mancata impugnazione dell’accertamento, o (per coloro che marcavano la necessità di una ulteriore distinzione sull’oggetto dell’impugnazione dell’avviso) perchè non impugnati in punto di illegittimità costituzionale; la seconda relativa agli effetti della sentenza della Consulta sulla dichiarazione integrativa presentata in relazione agli accertamenti notificati nel periodo “bianco”, che secondo un orientamento, qualora illegittimo l’avviso, era a sua volta travolta insieme alla cartella esattoriale di liquidazione ad essa conseguente; secondo una diversa opinione non si caducavano perchè ritenute irretrattabili.

Fatta questa premessa, la difesa dell’Ufficio ha valorizzato senz’altro la autonomia della dichiarazione integrativa rispetto all’avviso di accertamento pur illegittimo, sostenendo che l’invalidità che travolge questo non si riflette sulla validità della dichiarazione integrativa finalizzata all’accesso alla definizione delle pendenze fiscali.

La commissione tributaria centrale ha motivato la decisione affermando che “gli avvisi di accertamento notificati in questo “periodo bianco” non erano però da considerare inesistenti, ma nulli per illegittimità del loro esercizio, tali – comunque – da travolgere anche le dichiarazioni integrative presentate nel periodo protetto, semprechè fosse stato sollecitato – dal ricorrente – il giudizio incidentale di costituzionalità, restando altrimenti validi sia gli avvisi (che verrebbero però assorbiti nella richiesta di condono) sia la dichiarazione integrativa per la definizione agevolata della pendenza tributaria”, concludendo infine, tramite menzione di precedenti, che la dichiarazione integrativa non poteva reputarsi illegittima e caducata perchè nel caso di specie il rapporto giuridico d’imposta, sorto a seguito dell’avviso di accertamento, era esaurito. Dunque, pur non concordando sulla autonomia della dichiarazione integrativa dall’avviso di accertamento e dunque dell’indifferenza sulla prima della caducazione del secondo, lascia impregiudicati gli effetti della dichiarazione sostenendo che comunque, non essendo stato impugnato l’avviso di accertamento, notificato nel periodo bianco, sotto il profilo della illegittimità costituzionale della norma di supporto, il rapporto giuridico era ormai consolidato ed esaurito.

Il ricorrente afferma che tale decisione si fonda su argomentazioni giuridiche afferenti a censure che l’Amministrazione, impugnando la sentenza della Commissione Regionale, non aveva mai sollevato, e pertanto sarebbe viziata perchè motivata ultrapetita, in violazione dell’art. 112 c.p.c. Sennonchè trattasi di una censura del tutto infondata. Sul punto infatti questo collegio, pur rilevando che per fattispecie quasi in tutto simile sia stato riconosciuto il vizio di ultrapetizione (Cass., Sez. 5, sent. n.926/2016), ritiene di non discostarsi da quanto reiteratamente ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, secondo cui il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c., implica il divieto per il giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto, o comunque di emettere una statuizione che non trovi corrispondenza nella domanda e deve ritenersi violato ogni qual volta il giudice, interferendo nel potere dispositivo delle parti, alteri alcuno degli elementi identificativi dell’azione (“petitum” e “causa petendi”), attribuendo o negando ad alcuno dei contendenti un bene diverso da quello richiesto e non compreso, nemmeno implicitamente o virtualmente, nella domanda, ovvero, pur mantenendosi nei limiti della domanda, rilevi d’ufficio una eccezione in senso stretto che può essere fatta valere solo dall’interessato, o ancora qualora ponga a fondamento della decisione fatti o situazioni estranei alla materia del contendere, introducendo nel giudizio un titolo nuovo e diverso da quello enunciato dalla parte a sostegno della domanda. Non viola, invece, il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato il giudice che sorregga la decisione con argomentazioni diverse da quelle addotte dalla parte, rendendo la pronuncia richiesta in base ad una ricostruzione e ad una valutazione dei fatti autonoma rispetto a quella prospettata dalle parti (Cass., Sez. 3, sent. n. 6891/2005; sent. 21745/2006). Nel caso concreto quest’ultima ipotesi è propriamente quella verificatasi con la decisione impugnata, che pertanto non è affetta da vizio di ultrapetizione.

E’ peraltro infondato anche il secondo motivo di ricorso, con il quale il contribuente lamenta la violazione del giudicato interno per mancata impugnazione, da parte della Amministrazione, della determinazione cui perviene la Commissione Regionale in ordine al non esaurimento del rapporto giuridico d’imposta. Infatti, a parte che la stessa impostazione difensiva della Agenzia dinanzi alla commissione tributaria centrale non costituiva acquiescenza al dato fattuale del “non esaurimento” dei rapporti tributari derivanti dagli avvisi di accertamento, la questione è del tutto superata dall’interpretazione che la giurisprudenza di legittimità ha reso in ordine al principio di irretrattabilità delle dichiarazioni integrative.

Secondo un orientamento affermato ripetutamente in precedenti pronunce, cui il collegio ritiene di dare continuità, alla dichiarazione illegittimità costituzionale del D.L. n. 429 del 1982, art. 16 convertito, con modificazioni, dalla L. n. 516 del 1982 – nella parte in cui consente la notifica di accertamenti in rettifica o d’ufficio fino alla data di presentazione della dichiarazione integrativa, anzichè fino a quella della sua entrata in vigore – non può riconnettersi l’invalidità di tutti gli avvisi di accertamento notificati dopo l’entrata in vigore del d.l. citato, nè può derivare l’invalidità dell’iscrizione a ruolo e delle cartelle formate e notificate sulla base della dichiarazione integrativa presentata dal contribuente (Cass., Sez. 5″ sent. n. 9955 del 2008). Infatti con tale dichiarazione integrativa (cd. condono automatico o tombale) è lo stesso contribuente a determinare autonomamente il nuovo imponibile e la corrispondente imposta da pagare.

Nel caso di specie il contribuente presentò la dichiarazione integrativa sulla base dei dati contenuti negli avvisi di accertamento dell’Ufficio e la cartella esattoriale rifletteva la liquidazione effettuata proprio su tali presupposti fattuali. La scelta fiscale fu dunque liberamente operata dal contribuente, che aderì al condono sulla base dei valori comunicati con gli avvisi di accertamento. Deve pertanto ritenersi legittima la pretesa fatta valere dall’Ufficio, che ha liquidato le imposte sulla base delle dichiarazioni integrative presentate dal contribuente, tenuto conto della irretrattabilità di queste, così come disposto dal citato D.L. n. 429 del 1982, art. 32. Si è trattato infatti di una scelta inequivoca del contribuente, ancorchè inconsapevole dei relativi effetti giuridici, circostanza che, quand’anche verificatasi, sarebbe giuridicamente irrilevante.

La motivazione con cui è rigettato il secondo motivo comporta l’assoluta infondatezza del terzo motivo di ricorso.

Le puntualizzazioni evidenziate con la trattazione del secondo motivo di ricorso, integrative della motivazione della decisione impugnata, giustificano la compensazione delle spese processuali.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese del presente processo.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Quinta civile della Corte suprema di cassazione, il 27 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2018

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA