Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31715 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. VI, 04/11/2021, (ud. 15/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31715

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L.C.G. – Presidente –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29536-2019 proposto da:

ELY IMMOBILIARE SRL, in liquidazione, in persona del liquidatore pro

tempore SAURO PEDICONI, in proprio, elettivamente domiciliati in

ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato ALBERTO FELIZIANI;

– ricorrenti –

contro

CURATELA FALLIMENTARE (OMISSIS) SRL IN LIQUIDAZIONE, AGENZIA DELLE

ENTRATE RISCOSSIONE, (OMISSIS), D.C.L.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 1305/2019 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,

depositata il 03/09/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 15/06/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FRANCESCO

TERRUSI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la corte d’appello di Ancona, con sentenza in data 3-9-2019, ha respinto il reclamo di Ely Immobiliare s.r.l. in liquidazione avverso la sentenza del tribunale di Macerata che ne aveva dichiarato il fallimento su istanza dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione e di D.C.L.; la società e il liquidatore propongono adesso ricorso per cassazione in tre motivi;

gli intimati non hanno svolto difese.

Diritto

CONSIDERATO

che:

I. – col primo motivo, assumendo violazione del D.L. n. 119 del 2018, art. 3, parte ricorrente lamenta che la corte d’appello non si sia espressa in ordine alla rilevanza dell’istanza di adesione alla rottamazione dei ruoli, essendosi invece limitata alla constatazione dell’insolvenza della società;

il motivo è inammissibile;

II. – è d’uopo premettere che al reclamo avverso la sentenza dichiarativa di fallimento non si applicano, come noto, per la sua specialità, i limiti previsti in tema di appello dagli artt. 342 e 345 c.p.c.; in tal senso il relativo procedimento è caratterizzato da un effetto devolutivo pieno, pur attenendo a un provvedimento decisorio emesso all’esito di un procedimento contenzioso svoltosi in contraddittorio e suscettibile di acquistare autorità di cosa giudicata;

tale effetto, come non implica che il reclamo possa assumere le forme di una semplice richiesta di riesame senza formulazione dei motivi (v. Cass. n. 26771-16), così non consente di esaminare fatti non dedotti a mezzo delle censure a esso consegnate;

in altre parole l’effetto devolutivo pieno che caratterizza il reclamo avverso la sentenza di fallimento postula che il giudice del reclamo possa riesaminare – sì – tutte le questioni rilevanti ai fini della pronuncia, anche se dedotte per la prima volta nel giudizio di reclamo (v. per riferimenti Cass. n. 1169-17), ma non anche che egli debba estendere l’indagine a fatti non dedotti e non emergenti dagli atti di causa;

III. – nella concreta fattispecie la sentenza ha esplicitamente affermato che il reclamo era stato affidato a contestazioni unicamente attinenti “al difetto del titolo esecutivo”, senza messa in discussione della “qualifica di creditore in capo all’istante né, tanto meno, (del)l’entità del credito”;

IV. – il primo motivo, nella parte in cui assume rilevante la questione dell’adesione alla rottamazione dei ruoli, al di là del carente fondamento della tesi che ne deduce un qualche effetto sull’esposizione debitoria, è inammissibile per difetto di autosufficienza: non emerge infatti dal ricorso se e quando una simile questione sia stata puntualmente introdotta nel giudizio fallimentare; la ricorrente si è limitata a un generico cenno a che nella procedura fallimentare vi era stato un “corto circuito nelle azioni dell’Agenzia delle entrate”, per avere l’ente di riscossione da un lato sospeso le cartelle e dall’altro insistito nella dichiarazione di fallimento;

un tal corto circuito peraltro non può dirsi per nulla esistente, dal momento che la sospensione delle cartelle, accordata dallo stesso ente creditore, rileva sul versante amministrativo, mentre il ricorso per dichiarazione di fallimento è incentrato sull’accertamento giudiziale della situazione d’insolvenza; a ogni modo la deduzione, per la sua genericità, non implica affatto che sia stata infine introdotta nel giudizio fallimentare la circostanza dell’avvenuta adesione al procedimento di rottamazione per gli effetti che ne sarebbero derivati sulla quantificazione dei debiti;

V. – col secondo mezzo parte ricorrente assume violato l’art. 5 L. Fall. a proposito della valutazione dello stato di insolvenza;

il motivo è inammissibile;

la corte d’appello ha fatto applicazione del principio per cui, quando la società è in liquidazione, la valutazione del giudice ai fini dell’accertamento dello stato d’insolvenza deve essere diretta unicamente ad accertare se il patrimonio sociale consenta di assicurare l’integrale soddisfacimento dei creditori (da ultimo Cass. n. 24660-20, Cass. n. 28193-20); ha quindi stabilito che l’entità dei crediti esposti era comprensiva di poste attive per la massima parte inesigibili, con conseguente risultato differenziale passivo, e non attivo come invece preteso dalla reclamante;

codesta affermazione integra una valutazione di fatto, ben sufficiente a sostenere la conferma della dichiarazione di fallimento;

la società insiste nel dire che invece, essendo avvenuto il conferimento del compendio aziendale in una new co. (la Costruzioni e Restauri s.r.l.), essa conferente non aveva più né debiti né crediti, tanto da aver presentato una richiesta di cancellazione al registro delle imprese in correlazione col progetto imprenditoriale maggiormente garantista per i creditori, stante il rafforzamento della garanzia patrimoniale individuato nella nuova società;

sennonché è risolutivo che gli imprenditori individuale e collettivi possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal registro delle imprese (art. 10 L. Fall.), e che non è neppure dedotto che l’anno fosse decorso inutilmente;

non risulta dalla sentenza, né emerge dal ricorso in prospettiva di autosufficienza, che sia stata consegnata al giudizio fallimentare la questione del conferimento integrale dei debiti e dei crediti in una società maggiormente patrimonializzata e tale da consentire il soddisfacimento di ogni pretesa;

in ogni caso la questione afferente postulerebbe indagini in fatto non consentite in sede di legittimità, a fronte della chiara affermazione dell’impugnata sentenza in ordine all’incapacità patrimoniale della fallita;

VI. – pur il terzo motivo è inammissibile;

con esso la parte ricorrente si limita a sollecitare la rimessione degli atti alla Corte costituzionale a proposito del D.L. n. 119 del 2018, art. 3, in tema di rottamazione dei ruoli, nella parte afferente alla denegata estensione dei relativi effetti alle procedure prefallimentari;

ne segue che non si è dinanzi a un motivo di censura ma a una affermazione di rilevanza di un’ipotetica questione di costituzionalità; alla quale tuttavia non devesi dar corso alla luce di quanto già specificato relativamente al primo motivo, giacché l’inammissibilità di esso rende la questione non rilevante nel presente caso.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo Unificato pari a quello relativo al ricorso, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 15 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

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