Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31668 del 04/12/2019

Cassazione civile sez. I, 04/12/2019, (ud. 10/09/2019, dep. 04/12/2019), n.31668

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. SAN GIORGIO Maria Rosaria – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. FIDANZIA Andrea – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 11027-2015 r.g. proposto da:

S.M., in proprio e nella qualità di titolare della ditta

“Glamour di M.S.”, (cod. fisc. (OMISSIS)), rappresentata e

difesa, giusta procura speciale apposta in calce al ricorso,

dall’Avvocato Mirko Battistelli, elettivamente domiciliata in Porto

Sant’Elpidio, Via Faleria n. 68, presso lo studio degli Avvocati

Diego Cuccù e Mirko Battistelli.

– ricorrente –

contro

CARTASI s.p.a., (cod. fisc. (OMISSIS)), con sede in Milano, Corso

Sempione n. 55, in persona del legale rappresentante pro tempore,

rappresentata e difesa, giusta procura generali alle liti per atto

Notaio T.G. (atto n. (OMISSIS)), dagli Avvocati Luigi

Giorgio Palmisano e Stefano Di Meo, elettivamente domiciliata in

Roma, alla V. G. Pisanelli n. 2, presso lo studio dell’Avvocato

Stefano Di Meo.

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di Appello di Milano, depositata in

data 28 ottobre 2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/9/2019 dal Consigliere Dott. Roberto Amatore.

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con la sentenza impugnata la Corte di Appello di Milano – decidendo sull’appello proposto da S.M., in proprio e nella qualità di titolare della ditta Le Glamour di M.S., avverso la sentenza emessa dal Tribunale di Milano e di cui al n. 10337/2013 (con la quale era stata respinta l’opposizione a decreto ingiuntivo proposta dalla S. per il credito pari ad Euro 11.393,65, azionato monitoriamente dalla società CARTA SI’ s.p.a., in relazione al saldo debitorio determinato da anomalia nel calcolo delle commissioni ovvero della negoziazione di operazioni di vendita) – ha dichiarato inammissibile l’appello per tardività dello stesso, confermando, pertanto, la sentenza di condanna al pagamento resa in primo grado.

La corte del merito ha ritenuto che l’appello dovesse ritenersi tardivamente proposto, in quanto la notifica del gravame era intervenuta in data 7 marzo 2014 allorquando, cioè, era decorso il termine di decadenza di sei mesi previsto dall’art. 327 c.p.c., così come modificato dalla L. n. 69 del 2009, termine applicabile ratione temporis al procedimento in esame, iniziato dopo il 4 luglio 2009. La corte ha, inoltre, precisato che l’istanza di rimessione in termini formulata dal difensore dell’appellante in data 27 febbraio 2014 era stata correttamente rigettata con ordinanza resa in data 4 marzo 2014, il cui contenuto doveva ritenersi richiamato in motivazione.

2. La sentenza, pubblicata il 28 ottobre 2014, è stata impugnata da S.M., in proprio e nella qualità di titolare della ditta Le Glamour di M.S., con ricorso per cassazione, affidato a due motivi, cui la società CARTASI’ s.p.a. ha resistito con controricorso.

La parte ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. Con il primo motivo la parte ricorrente lamenta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 327 e 330 c.p.c., in relazione al profilo della declaratoria di inammissibilità dell’appello per tardività dello stesso. Si evidenzia che l’atto di appello era stato avviato alla notifica in data 10 febbraio 2014, ovvero prima della scadenza del termine cd. lungo, ex art. 327 c.p.c., fissato al 10 febbraio 2014, presso il domicilio eletto dalla società Carta Sì s.p.a., ovvero presso lo studio legale dell’Avv. Luigi Palmisano (corrente in (OMISSIS)); che tale prima notifica era stata tentata invano presso lo studio del difensore della società appellata, nel domicilio dichiarato e risultante dagli atti di causa, e che la notifica non si era perfezionata perchè il difensore aveva medio tempore trasferito la sede del suo studio professionale altrove, come era emerso dalla relata di notifica redatta dall’ufficiale giudiziario in data 7.2.2014; che in data 27.2.2014 la parte ricorrente si era autonomamente riattivata, richiedendo la rimessione in termini ex art. 153 c.p.c., comma 2, in ragione della incolpevolezza nella mancata notifica nei termini, per fatti non imputabili al notificante; che in data 4 marzo 2014 la Corte di appello di Milano aveva rigettato la predetta istanza di rimessione in termini e che, nella successiva data del 7 marzo 2014, la ricorrente si era di nuovo attivata autonomamente per la notifica dell’atto di appello presso il nuovo domicilio del difensore dell’appellata, come risultante dall’Albo degli Avvocati. Si denuncia, dunque, come erronea la decisione impugnata, posto che la mancata prima notifica dell’atto di appello (nei termini di cui all’art. 327 c.p.c.) era dipesa, in realtà, da fatti non imputabili al ricorrente, e cioè dal repentino trasferimento del domicilio eletto, circostanza quest’ultima che aveva determinato l’errore incolpevole del notificante.

2. Con il secondo motivo si denuncia, sempre in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione dell’art. 156, comma 2 e art. 157 codice di rito, in riferimento al mancato rilievo della sanatoria della nullità della prima notifica, in seguito alla tempestiva costituzione dell’appellato che nulla aveva eccepito sul punto.

3. Il ricorso è infondato.

3.1 Già il primo motivo non merita positivo apprezzamento.

3.1.1 Sul punto giova ricordare che la giurisprudenza di questa Corte ha affermato il principio secondo cui, in tema di impugnazione, la notifica presso il procuratore costituito o domiciliatario va effettuata nel domicilio da lui eletto nel giudizio, se esercente l’ufficio in un circondario diverso da quello di assegnazione, o, altrimenti, nel suo domicilio effettivo, previo riscontro, da parte del notificante, delle risultanze dell’albo professionale, dovendosi escludere che tale onere di verifica – attuabile anche per via informatica o telematica – arrechi un significativo pregiudizio temporale o impedisca di fruire, per l’intero, dei termini di impugnazione. Ove, peraltro, la notifica in detti luoghi abbia avuto ugualmente esito negativo per caso fortuito o forza maggiore (per la mancata od intempestiva comunicazione del mutamento del domicilio o per il ritardo della sua annotazione ovvero per la morte del procuratore o, comunque, per altro fatto non imputabile al richiedente attestato dall’ufficiale giudiziario), il procedimento notificatorio, ancora nella fase perfezionativa per il notificante, può essere riattivato e concluso, anche dopo il decorso dei relativi termini, mediante istanza al giudice “ad quem”, corredata dall’attestazione dell’omessa notifica, di fissazione di un termine perentorio per il completamento della notificazione ovvero, ove la tardiva notifica dell’atto di impugnazione possa comportare la nullità per il mancato rispetto dei termini di comparizione, per la rinnovazione dell’impugnazione ai sensi dell’art. 164 c.p.c. (Sez. U, Sentenza n. 3818 del 18/02/2009; Sez. 1, Ordinanza n. 10212 del 28/04/2010; Sez. U, Sentenza n. 14494 del 16/06/2010; Sez. 3, Sentenza n. 25339 del 17/12/2015; Sez. L, Sentenza n. 21154 del 13/10/2010).

Va, peraltro, precisato che – ove la notificazione dell’atto processuale (in particolare dell’atto di impugnazione di una sentenza ai sensi dell’art. 330 c.p.c.), da effettuare pertanto in un termine perentorio, non si concluda positivamente per circostanze non imputabili al richiedente, quali l’intervenuto mutamento del luogo in cui ha sede lo studio del procuratore costituito, il primo ha la facoltà (diversamente da quanto incidentalmente affermato da Cass. S.U. 19 febbraio 2009 n. 3960 e Cass. 16 giugno 2010 n. 14494, che aveva ritenuto in tal caso necessaria la tempestiva richiesta al giudice ad quem di fissazione di un termine perentorio per completare la nuova notifica), ma anche l’onere, di richiedere all’ufficiale giudiziario la ripresa del procedimento notificatorio, con la conseguenza che, ai fini del rispetto del termine, in tale evenienza la successiva notificazione avrà effetto dalla data iniziale di attivazione del procedimento, semprechè la ripresa del medesimo sia intervenuta entro un termine ragionevolmente contenuto, tenuti presenti i tempi necessari secondo la comune diligenza per conoscere l’esito negativo della notificazione e per assumere le informazioni ulteriori conseguentemente necessarie (Cass. S.U. 24 luglio 2009 n. 17352).

Tenuto debito conto di tali principi, si rileva che, nel caso di specie, la parte ricorrente non ha neanche allegato un evento incolpevole da cui sia derivata la mancata conoscenza del trasferimento del domicilio eletto determinato dal trasferimento della sede dello studio professionale (nelle ipotesi scrutinate dalla giurisprudenza di legittimità, per come sopra ricordate), ma si è limitata del tutto genericamente a dedurre la non colpevolezza dell’errore nell’avvio della prima notifica al precedente domicilio del difensore, errore determinato – sic et simpliciter – dal trasferimento di domicilio di quest’ultimo, circostanza che, invero, era facilmente conoscibile previa consultazione dell’albo professionale degli avvocati.

2. Anche il secondo motivo di doglianza è in realtà infondato.

Va ricordato come la società appellata si sia costituita nel giudizio di appello e non avesse rilevato la tardività dell’impugnazione, ponendosi, pertanto, la questione se l’inammissibilità sia rimasta sanata.

La soluzione negativa è stata adottata dalla giurisprudenza di questa Corte, alla quale si aderisce, confermandosi che l’inammissibilità dell’appello, siccome rilevabile di ufficio dal giudice in ogni stato e grado del giudizio, può essere eccepita in sede di legittimità e non è sanata dalla costituzione dell’appellato, in quanto la tardività dell’appello importa il passaggio in giudicato della sentenza di primo grado (Cass.16.3.1996, n. 2203; Cass. 8.3.1995,n. 2722; Cass.19.3.1990,n. 2260;Sez. 3, Sentenza n. 4601 del 11/ 4/2000).

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Non è dovuto il pagamento del doppio contributo in ragione dell’ammissione della ricorrente al patrocinio a spese dello Stato.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna la parte ricorrente al pagamento, in favore della contro ricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 5.000 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 10 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 4 dicembre 2019

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