Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31643 del 06/12/2018

Cassazione civile sez. lav., 06/12/2018, (ud. 26/06/2018, dep. 06/12/2018), n.31643

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – rel. Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 5503-2017 proposto da:

F.I., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA PANAMA 74, presso

lo studio dell’avvocato GIANNI EMILIO IACOBELLI, che lo rappresenta

e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

ENEL DISTRIBUZIONE S.P.A., ora E-DISTRIBUZIONE S.P.A., in persona del

legale rappresentante pro tempore elettivamente domiciliata in ROMA,

VIALE GIULIO CESARE 21/23, presso lo studio dell’avvocato CARLO

BOURSIER NIUTTA, che la rappresenta e difende giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 8571/2016 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 22/12/2016 R.G.N. 4731/2015;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

26/06/2018 dal Consigliere Dott. ADRIANO PIERGIOVANNI PATTI;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MATERA Marcello che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato IACOBELLI GIANNI EMILIO.

Fatto

Con sentenza in data 22 dicembre 2016, la Corte d’appello di Napoli rigettava il reclamo proposto da F.I. avverso la sentenza di primo grado, che ne aveva respinto la domanda di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli dalla datrice Enel Distribuzione s.p.a. con lettera del 2 ottobre 2012, ai sensi dell’art. 25, primo comma, lett. q) CCNL Elettrici, per la ravvisata fondatezza degli allacci abusivi alla corrente elettrica praticati, anche presso clienti, contestatigli.

Con atto notificato il 20 (23) febbraio 2017, iil lavoratore ricorreva per cassazione con otto motivi, cui la società resisteva con controricorso; entrambe le parti comunicavano memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c., per erronea valutazione di sussistenza, nonostante l’assoluzione con sentenza del Tribunale penale di Benevento (in giudicato il 18 marzo 2015) per non avere commesso il ratto, dell’illecito di esecuzione dal lavoratore di un allaccio abusivo alla corrente elettrica presso la propria abitazione, ritenuto comunque fondato sotto il profilo dell’omessa constatazione della sua esistenza ivi, benchè in sede penale ne fosse stata accertata la mancata conoscenza, in quanto compiuto dal padre a sua insaputa, in violazione in particolare degli artt. 653 e 654 c.p.p.

2. Con il secondo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, artt. 1, 3 e 5 artt. 115 e 116 c.p.c., anche in relazione con l’art. 2697 c.c., artt. 421 e 437 c.p.c., artt. 2729 e 2729 c.c., anche in relazione con gli artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2697 c.c., per insussistenza e non addebitabilità del fatto contestato, in relazione alla presunta conoscenza dal ricorrente dell’esistenza di un allaccio abusivo presso la sua abitazione.

3. Con il terzo, il ricorrente deduce nullità della sentenza e del procedimento in relazione all’art. 132 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c. e violazione dell’art. 111 Cost., per insufficiente ed incongrua esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione e difetto di motivazione nella relatio alla sentenza del primo giudice.

4. Con il quarto, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c. anche in relazione all’art. 111 Cost., per inidoneità dell’esposizione delle ragioni di fatto e di diritto all’espressione della ratio decidendi della sentenza.

5. Con il quinto, il ricorrente deduce omesso esame di fatti e documenti decisivi per il giudizio oggetto di discussione tra le parti, in riferimento alle contestazioni disciplinari riguardanti gli allacci abusivi presso le forniture di D.M.U. (capo A), di D.A.L. (capo B) e di D.B.G. (capo C), in riferimento alle deduzioni formulate e alle risultanze istruttorie.

6. Con il sesto, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, artt. 1, 3 e 5, artt. 115 e 116 c.p.c., anche in relazione con l’art. 2697 c.c., artt. 421 e 437 c.p.c., artt. 2729 e 2729 c.c., anche in relazione con gli artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2697 c.c., per insussistenza e non addebitabilità ed erronea interpretazione delle risultanze probatorie dei fatti contestati sopra indicati sub A), B).

7. Con il settimo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1455,2104,2106 e 2119 c.c., L. n. 604 del 1966, artt. 1, 3 e 5, artt. 115 e 116 c.p.c. e art. 2697 c.c., per insussistenza della giusta causa ed assoluta sproporzione tra i fatti contestati, con omessa considerazione unitaria di ogni aspetto concreto della vicenda processuale (in particolare: la lunga durata del rapporto di lavoro, l’assenza di recidiva e il comportamento complessivo del lavoratore e del datore di lavoro), ferma l’esclusione dell’addebito di abusivo allaccio presso l’abitazione del lavoratore medesimo e per erronea interpretazione delle risultanze istruttorie.

8. Con l’ottavo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 115,116,421 e 437 c.p.c., art. 2697 c.c., art. 24 Cost. ed omessa o insufficiente motivazione su punto decisivo della controversia ed omesso esame di fatti decisivi, in riferimento alla mancata ammissione dei mezzi istruttori dedotti.

9. Il primo motivo (violazione e falsa applicazione degli artt. 2106 e 2119 c.c. per erronea valutazione di sussistenza dell’illecito di esecuzione dal lavoratore di allaccio abusivo alla corrente elettrica presso la propria abitazione nonostante l’assoluzione con giudicato del Tribunale penale di Benevento per non avere commesso il fatto) e il secondo (violazione e falsa applicazione di norme di diritto per insussistenza e non addebitabilità del fatto contestato), congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono infondati.

9.1. Occorre premettere che dall’art. 654 c.p.p. si desuma come, se è doveroso ritenere accertati anche nel giudizio civile gli stessi fatti materiali ritenuti rilevanti in un precedente giudizio penale conclusosi con una sentenza di condanna divenuta definitiva, non sia invece sempre possibile trarre da un giudicato di assoluzione dalla responsabilità penale la conseguenza, automatica e vincolante per il giudizio civile, dell’insussistenza di tutti i fatti posti a fondamento dell’imputazione (tanto meno qualora il datore di lavoro, come nel caso di specie, non abbia partecipato al giudizio penale: Cass. 4 marzo 2000, n. 2464): potendo verificarsi che alcuni di essi, pur rivelatisi nella loro indiscussa materialità non decisivi per la configurazione del reato contestato, possano essere rilevanti ai fini civilistici; sicchè, il discrimen tra efficacia vincolante dell’accertamento dei fatti materiali in sede penale e libera valutazione degli stessi in sede civile è costituito dall’apprezzamento della rilevanza in detta sede degli stessi fatti (Cass. 18 ottobre 2000, n. 13818; Cass. 29 novembre 2004, n. 22484; Cass. 5 gennaio 2015, n. 13).

9.2. Si deve pertanto ritenere che, nei confronti dell’imputato, la sentenza irrevocabile di assoluzione pronunciata a seguito di dibattimento abbia efficacia di giudicato nel giudizio civile nel quale si controverte intorno ad un diritto, il cui riconoscimento dipenda dall’accertamento degli stessi fatti materiali che furono oggetto del giudizio penale: restando invece impregiudicata la qualificazione giuridica dei fatti medesimi (Cass. 16 febbraio 2009, n. 3713).

9.3. Nel caso di specie, la Corte territoriale ha accertato in fatto il comportamento del lavoratore, fermo il giudicato di assoluzione dall’addebito di sua personale esecuzione dell’allacciamento abusivo alla corrente elettrica presso la propria abitazione, per l’assunzione di responsabilità del fatto dal padre ad insaputa del figlio, in base ad una diversa valutazione del comportamento oggetto di contestazione nelle “sue conseguenze disciplinari”. Ed essa ha attribuito rilevanza alla circostanza dell’omissione per anni da parte di “Fumo, dipendente ENEL con una specifica competenza tecnica”, di una constatazione “che esisteva presso la sua abitazione e, soprattutto, che di fatto non pagava l’energia elettrica, avendone beneficiato gratuitamente per complessivi 34.100 kw, pari ad Euro 9.404,97”: così accertando la “gravità dei fatti contestati, e pienamente confermati dalle risultanze probatorie… che minano in maniera irreversibile il rapporto fiduciario che è alla base del rapporto di lavoro” (ai primi due capoversi di pg. 3 della sentenza), in corretta applicazione dei principi di diritto suenunciati e adeguata argomentazione, ben resistente alla censura, tendenzialmente sottesa a sollecitare un riesame del merito valutativo.

10. Il terzo motivo (error in procedendo e violazione dell’art. 111 Cost. per insufficiente ed incongrua esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione e difetto di motivazione) e il quarto (violazione e falsa applicazione degli artt. 132 c.p.c., art. 118 disp. att. c.p.c. anche in relazione all’art. 111 Cost., per inidoneità dell’esposizione delle ragioni di fatto e di diritto allla ratio decidendi), congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono infondati.

10.1. Le argomentazioni poste a fondamento della decisione sono state, infatti, esposte dalla Corte territoriale in modo essenziale ma pienamente adeguato (dall’ultimo capoverso di pg. 2 al secondo di pg. 3 della sentenza) e ben consentono di individuare gli elementi di fatto considerati o presupposti da questa: sicchè, non è integrata la nullità denunciata sotto il profilo dell’error in procedendo, che non può essere mai dichiarata se l’atto abbia raggiunto il suo scopo, per il principio di strumentalità della forma (Cass. 10 novembre 2010, n. 22845; Cass. 20 gennaio 2015, n. 920; Cass. 22 giugno 2015, n. 12864).

11. Il quinto motivo (omesso esame di fatti e documenti decisivi e controversi in riferimento alle contestazioni disciplinari di allacci abusivi presso le forniture di D.M.U., di D.A.L. e di D.B.G.) ed il sesto (violazione e falsa applicazione di norme di diritto per insussistenza e non addebitabilità ed erronea interpretazione delle risultanze probatorie dei fatti contestati sopra indicati sub A, B), congiuntamente esaminabili per ragioni di stretta connessione, sono inammissibili.

11.1. Non si configura il vizio di omesso esame, nell’insussistenza dei presupposti di indicazione del “fatto storico”, secondo il paradigma deduttivo individuato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439) e della sua “decisività”, evidentemente esclusa dalla pluralità dei fatti presuntivi enumerati, sicchè nessuno di essi davvero ex se decisivo (Cass. 5 luglio 2016, n. 13676; Cass. 28 maggio 2018, n. 13625).

11.2. Ma neppure ricorre la violazione di norme di diritto denunciate, in difetto dei requisiti propri (Cass. 26 giugno 2013, n.. 16038; Cass. 28 febbraio 2012, n. 3010; Cass. 28 novembre 2007, n. 24756; Cass. 31 maggio 2006, n. 12984).

La denuncia piuttosto ridonda in un’incensurabile contestazione dell’accertamento in fatto e della valutazione probatoria, compiuta dal giudice del merito, cui spettano in via esclusiva: non essendone sollecitabile il riesame in sede di legittimità, qualora vi sia un sostegno argomentativo, sia pure essenziale ma adeguato (Cass. 4 ottobre 2011, n. 20311; Cass. 20 settembre 2013, n. 21612; Cass. 13 ottobre 2017, n. 24155), tanto meno alla luce dei più rigorosi limiti introdotti dal novellato testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 10 febbraio 2015, n. 2498; Cass. 21 ottobre 2015, n. 21439), applicabile ratione temporis.

12. Il settimo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione di norme di diritto per insussistenza della giusta causa ed assoluta sproporzione tra i fatti contestati, è inammissibile.

12.1. Anch’esso sottende un riesame del merito, non consentito nell’odierna sede di legittimità, in quanto afferisce alla valutazione di proporzionalità motivatamente compiuta dalla Corte partenopea (al secondo capoverso di pg. 3 della sentenza: “gravità dei fatti contestati… pienamente confermati dalle risultanze istruttorie… che minano in maniera irreversibile il rapporto fiduciario”), riservata all’esclusivo esame del giudice di merito.

13. Infine, pure l’ottavo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione di norme di diritto e vizio di motivazione sulla mancata ammissione dei mezzi istruttori dedotti, è inammissibile.

13.1. Anch’esso sollecita un riesame del merito, insindacabile per le ragioni dette in sede di legittimità e la denuncia di omessa ammissione delle prove dedotte è pure inidonea, per difetto di allegazione della loro attitudine a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che abbiano determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la ratio decidendi sia priva di fondamento (Cass. 17 maggio 2007, n. 11457; Cass. 7 marzo 2011, n. 5377; Cass. 7 marzo 2017, n. 5654).

14. Dalle superiori argomentazioni discende coerente il rigetto del ricorso e la regolazione delle spese del giudizio di legittimità secondo il regime di soccombenza.

PQM

LA CORTE

rigetta il ricorso e condanna il lavoratore alla rifusione, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso per spese generali 15% accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 26 giugno 2018.

Depositato in Cancelleria il 6 dicembre 2018

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