Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31621 del 04/11/2021

Cassazione civile sez. trib., 04/11/2021, (ud. 24/06/2021, dep. 04/11/2021), n.31621

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANZON Enrico – Presidente –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA Maria Giuli – Consigliere –

Dott. GORI P. – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 28045/2015 R.G. proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio eletto in Roma, via Dei Portoghesi, n. 12;

– ricorrente –

contro

M.M., rappresentato e difeso dall’Avv. Guglielmo Maisto e

dall’Avv. Marco Cerrato, con domicilio eletto presso il loro studio

in Roma, piazza d’Aracoeli n. 1;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Lombardia n. 4140/6/2015 depositata il 28 settembre 2015, notificata

in data 2 ottobre 2015.

Udita la relazione svolta nell’adunanza camerale del 24 giugno 2021

dal consigliere Pierpaolo Gori.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. Con sentenza della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia veniva rigettato l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Milano n. 4853/23/2014 la quale, a sua volta, aveva accolto il ricorso di M.M. avverso avvisi di irrogazione sanzioni per gli anni imposta 2002, 2004 ed un atto di contestazione per il 2005.

2. In particolare, le riprese traevano origine da una verifica fiscale per gli anni di imposta 1999-2006, da cui scaturivano avvisi di accertamento per le annualità 1999, 2001, 2002, 2003 per mancata dichiarazione della qualità di socio della società lussemburghese Monterosso S.A., definiti in adesione. Quale ulteriore conseguenza, venivano emessi atti contestazione per sanzioni connesse alla violazione degli obblighi di monitoraggio negli anni di imposta oggetto di ripresa, tra cui gli atti impugnati in questa sede.

3. Il giudice d’appello confermava la decisione del giudice di prime cure, ritenendo che l’Agenzia non avesse applicato correttamente il principio sanzionatorio della continuazione delle violazioni e che, per l’anno di imposta 2002, non operassero né la proroga biennale né il raddoppio dei termini ai fini della decadenza dal potere impositivo, con conseguente decadenza dal termine per esercitare il potere sanzionatorio.

4. Avverso tale sentenza propone ricorso principale l’Agenzia delle Entrate affidato a tre motivi, cui resiste la contribuente con controricorso e ricorso incidentale per due motivi, che illustra con memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5. Con il primo motivo di ricorso principale – ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, -, l’Agenzia denuncia la nullità della sentenza per violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c., e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, ritenendo omessa o apparente la motivazione in quanto il giudice d’appello non avrebbe esposto le ragioni poste a fondamento della propria decisione.

6. In via preliminare il contribuente eccepisce l’inammissibilità del mezzo di impugnazione, poiché surrettiziamente diretto ad ottenere una rivalutazione del merito, e l’eccezione è fondata unitamente alle considerazioni che seguono. La Corte reitera che “La motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perché affetta da “error in procedendo”, quando, benché graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perché recante argomentazioni obiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture” (Cass. Sez. Un. 3 novembre 2016 n. 22232). Si rammenta inoltre che “La riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione” (Cass. Sez. Un., 7 aprile 2014 n. 8053).

7. Orbene, nel caso di specie la motivazione, per quanto succinta, esprime plurime rationes decidendi, ciascuna riconoscibile e compiutamente espressa: in primo luogo, per tutti gli anni di imposta oggetto di ripresa il giudice d’appello ha ritenuto che l’Agenzia non avesse applicato correttamente il principio sanzionatorio della continuazione delle violazioni.

In secondo luogo, quanto all’anno di imposta 2002, la CTR ha statuito la decadenza dal potere accertativo perché non opererebbe la proroga biennale dal momento che la mancata indicazione di attività finanziarie non sarebbe condonabile ai sensi della L. n. 289 del 2002; conseguentemente ha ritenuto non operante neppure il raddoppio dei termini perché la scadenza del termine decadenziale era già intervenuto, fatto impeditivo della decorrenza di un nuovo termine.

In terzo luogo, e sempre con riferimento alla decadenza per il 2002, la deduzione contenuta nell’atto di appello al D.L. n. 78 del 2009, art. 12, comma 2-bis, è stata ritenuta motivo nuovo e per tale ragione inammissibile.

Si tratta di una motivazione che, preceduta da una adeguata ricostruzione del fatto e degli snodi processuali principali, certamente soddisfa il minimo costituzionale e il motivo si risolve, sotto lo schermo della denunciata nullità, in una inammissibile contrapposizione a tali rationes decidendi di una diversa valutazione della fattispecie preclusa al giudice di legittimità che non può procedere ad una rivalutazione del fatto.

8. Con il secondo motivo – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 -, l’Agenzia ricorrente principale deduce la violazione e falsa applicazione della L. n. 289 del 2002, artt. 8, 9 e 10, e del D.L. n. 78 del 2009, art. 12, nella parte in cui la decisione impugnata ha ritenuto che il potere accertativo fosse incorso in decadenza con riferimento all’anno di imposta 2002 per essere inapplicabile la proroga biennale del termine decadenziale con riferimento alla disciplina del condono di cui alla L. n. 289 del 2002, art. 9, non operando in conseguenza il raddoppio dei termini dal momento che la decadenza era già intervenuta.

9. Con la terza censura – ai fini dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 -, la ricorrente prospetta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 57, per aver la CTR ritenuto nuova e pertanto inammissibile la deduzione contenuta nell’atto di appello al D.L. n. 78 del 2009, art. 12, comma 2-bis, mentre si sarebbe trattato del riferimento ad una diversa disposizione di legge fondante la medesima eccezione, già proposta in primo grado, di legittimità dell’atto di irrogazione sanzioni emesso per l’anno di imposta 2002.

10. I due motivi sono inammissibili, come puntualmente eccepito in controricorso, per carenza di interesse dal momento che la prima ratio decidendi, che si estende anche al 2002, di erronea applicazione del regime della continuazione, non è stata impugnata ed è sufficiente a sorreggere l’esito decisorio sfavorevole alla ricorrente.

Va al proposito reiterato che “In tema di ricorso per cassazione, qualora la decisione impugnata si fondi su ai una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome e singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, l’omessa impugnazione di tutte le “rationes decidendi” rende inammissibili le censure relative alle singole ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime, quand’anche fondate, non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre non impugnate, all’annullamento della decisione stessa” (Cass. 11 gennaio 2007 n. 389; successive conformi, Cass. Sez. Un. 29 marzo 2013 n. 7931; Cass. 4 marzo 2016 n. 4293). Dalla mancata impugnazione della prima ratio decidendi discende l’inammissibilità dei due motivi in disamina, focalizzati unicamente sulla seconda e terza ratio e all’inammissibilità del ricorso principale consegue l’assorbimento dei due motivi di ricorso incidentale condizionato all’accoglimento del ricorso dell’Agenzia.

11. In conclusione, il ricorso principale dev’essere rigettato per inammissibilità dei motivi, mentre resta assorbito l’incidentale del contribuente condizionato all’eventuale accoglimento del ricorso principale, e le spese di lite, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

Si dà atto del fatto che, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, in presenza di soccombenza della parte ammessa alla prenotazione a debito non sussistono i presupposti per il versamento dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso principale, dichiara assorbito il ricorso incidentale condizionato e condanna la ricorrente alla rifusione delle spese di lite, liquidate in Euro 10.000 per compensi, Euro 200 per spese borsuali, spese forfetarie 15%, Iva e Cpa.

Così deciso in Roma, il 24 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 4 novembre 2021

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