Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3160 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 02/02/2022, (ud. 22/12/2021, dep. 02/02/2022), n.3160

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PERRINO Angelina Maria – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Roberto – Consigliere –

Dott. PIRARI Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 1863/2013 R.G. proposto da:

Agenzia delle Entrate, in persona del direttore pro-tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, presso

la quale è domiciliata in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– ricorrente –

contro

GUL Moda s.r.l., rappresentata e difesa dagli avv.ti Matteo

Frenguelli e Pasquale Di Rienzo, ed elettivamente domiciliata in

Roma, viale Mazzini, n. 11, presso lo studio di quest’ultimo;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

Avverso la sentenza n. 227/1/11 della Commissione tributaria

regionale per l’Umbria, depositata il 24/11/2011;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

22/12/2021 dalla Dott.ssa Valeria Pirari.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. In data 2/9/2008, l’Agenzia delle Entrate notificò alla società Gul Moda s.r.l., esercente l’attività di commercio al dettaglio di abbigliamento, un avviso di accertamento con il quale, in relazione all’anno di imposta 2003, recuperò a tassazione maggiori IRPEG, IRAP e IVA, avendo ritenuto che il contratto del (OMISSIS), col quale la stessa aveva ceduto alla Salmoiraghi e Viganò s.p.a., esercente il commercio al dettaglio di ottica e fotografia, il ramo di azienda, ubicato in (OMISSIS), andasse riqualificato come vendita di singoli beni.

Impugnato il predetto avviso dalla contribuente, la C.T.P. di Perugia, ritenendo l’Ufficio decaduto dal potere di accertamento, accolse il ricorso con sentenza n. 24/2/10, che, impugnata dall’Ufficio, fu confermata dalla C.T.R. per l’Umbria con la sentenza n. 227/1/11, con la quale fu respinto il gravame.

2. Contro la predetta sentenza l’Ufficio propone ricorso per cassazione sulla base di tre motivi. Il contribuente resiste con controricorso, proponendo, a sua volta, ricorso incidentale sulla base di un unico motivo.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso principale, si lamenta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, artt. 40 e 76, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 57, del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 43, e della L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 10, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la C.T.R. ritenuto che, essendo stato l’atto di cessione qualificato come cessione di ramo di azienda e portato alla registrazione, l’Ufficio, in virtù del principio di alternatività tra imposta di registro e Iva, avrebbe potuto/dovuto controllare l’esatta tassazione sia in relazione alla quantificazione dell’imposta di registro pagata, sia all’assoggettamento a Iva dell’operazione, e che la mancata tassazione, allo scadere del termine triennale, della registrazione avrebbe comportato l’illegittimità dell’atto per violazione dei principi di affidamento e buona fede. Ad avviso dell’Ufficio, invece, il D.P.R. n. 131 del 1986, art. 76, fa riferimento esclusivamente al pagamento dell’imposta di registro, senza fornire alcun elemento a sostegno della sua applicabilità anche ad accertamento afferenti a imposte diverse, con la conseguenza che il termine triennale di decadenza riguarda esclusivamente il controllo sull’atto ai fini della corretta quantificazione dell’imposta di registro e che, decorso tale termine, l’Ufficio conserva il potere di valutare la correttezza degli adempimenti fiscali ai fini IVA, IRPEG e IRAP. Inoltre non poteva profilarsi alcuna violazione dell’affidamento.

2. Col secondo motivo di ricorso principale, si lamenta la violazione dell’art. 2555 c.c., e conseguente violazione o falsa applicazione del D.P.R. 22 gennaio 1986, n. 917, artt. 54 e 91, del D.Lgs. 15 dicembre 1997, n. 446, artt. 4 e 5, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, artt. 1 e 2, del D.Lgs. 9 ottobre 1997, n. 358, art. 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la C.T.R. affermato che il contratto del (OMISSIS) fosse fa qualificare come cessione di azienda, senza considerare che per configurare un azienda, ancorché cessata, devono essere percepibili i potenziali elementi di identificazione e, in specie, il settore commerciale in cui l’impresa opera od opererà, dovendo esistere un vincolo di organizzazione teleologica, da reputarsi insussistente nella specie, posta la disomogeneità delle attività svolte dalle due società e l’esclusione dall’oggetto della cessione dell’immobile di proprietà delle merci, dei debiti e dei crediti, dei contratti, dei rapporti di lavoro e dei segni distintivi.

3. Col terzo motivo, subordinato al precedente, si lamenta l’insufficiente motivazione su un fatto decisivo e controverso per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la C.T.R. omesso di considerare, con riguardo al negozio del 2003, la disomogeneità delle attività svolte dalle due società; la discrepanza tra le premesse al contratto e l’esclusione dell’immobile di proprietà, del registratore di cassa, delle merci, dei debiti e dei crediti, dei contratti, dei rapporti di lavoro e dei segni distintivi; l’esclusione dell’immobile, in cui prima si svolgeva l’attività, dal ramo d’azienda compravenduto e quindi la sua successiva concessione in locazione alla medesima cessionaria.

4. Con l’unico motivo di ricorso incidentale, la contribuente lamenta l’avvenuta compensazione delle spese del giudizio, nonostante l’annullamento dell’avviso in primo grado e la conferma in appello.

5. Con memoria del 4/5/2021, la contribuente ha fatto presente di avere provveduto, in data 31/5/2019, a presentare istanza di definizione agevolata della controversia D.L. 23 ottobre 2018, n. 119, ex artt. 6 e 7, conv. dalla L. 17 dicembre 2018, n. 136, e di avere eseguito, in pari data, il pagamento dovuto, secondo quanto previsto dall’art. 6, comma 2-ter, chiedendo perciò la declaratoria della cessazione della materia del contendere ai sensi del D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 6.

Con istanza del 28/9/2021, l’Agenzia delle Entrate ha aderito a tale richiesta, chiedendo a sua volta la declaratoria della cessazione della materia del contendere con compensazione delle spese ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 46, comma 3, avendo la Direzione provinciale di Perugia confermato, con nota del 27/9/2021, la regolarità della domanda di definizione della controversia ai sensi del D.L. n. 118 del 2018, art. 6.

Pertanto, considerata la richiesta della contribuente di estinzione del giudizio per cessata la materia del contendere, ai sensi del D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 10, cui ha aderito l’Agenzia delle Entrate, deve dichiararsi l’estinzione del giudizio.

Per giurisprudenza di questa Corte, il pagamento a seguito di definizione agevolata comprende le spese processuali, atteso che, per espressa previsione di legge, “Le spese del processo estinto restano a carico della parte che le ha anticipate” (D.L. n. 119 del 2018, art. 6, comma 13; conf. art. 46 proc. trib., comma 3).

P.Q.M.

dichiara il giudizio estinto.

Così deciso in Roma, il 22 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

 

 

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