Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3154 del 02/02/2022

Cassazione civile sez. VI, 02/02/2022, (ud. 18/11/2021, dep. 02/02/2022), n.3154

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BISOGNI Giacinto – Presidente –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 11200/2021 proposto da:

S.D., rappresentato e difeso dall’Avv. Michele Parola, per

procura in atto separato allegato al ricorso per cassazione;

– ricorrente –

e:

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato.

– resistente –

avverso la sentenza della Corte d’appello di TORINO, n. 352/2021,

pubblicata in data 30 marzo 2021;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 18 novembre 2021 dal consigliere Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. S.D., nato in Nigeria ((OMISSIS)), ricorre, con atto affidato a tre motivi riguardanti la protezione umanitaria, nei confronti del Ministero dell’interno, contro la sentenza del 30 marzo 2021, con cui la Corte d’appello di Torino ha respinto il suo appello avverso l’ordinanza del Tribunale di rigetto della domanda di protezione internazionale ed umanitaria.

2. Il ricorrente ha lasciato il suo paese di origine, perché ritenuto responsabile della morte della sua ragazza durante l’interruzione della gravidanza, la cui famiglia disapprovava la loro relazione.

3. L’Amministrazione intimata si è costituita ai soli fini dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa ai sensi dell’art. 370 c.p.c..

4. Il ricorso è stato assegnato all’adunanza in Camera di consiglio non partecipata del giorno 18 novembre 2021 ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Il primo mezzo denuncia violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in ordine alla corretta interpretazione dell’ambito applicativo del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, comma 5, non avendo proceduto la Corte di appello, in violazione del dovere di cooperazione istruttoria, all’audizione del ricorrente, pur avendo ritenuto il suo racconto impreciso e lacunoso.

1.1. Il motivo è inammissibile, perché il ricorrente censura la valutazione di non credibilità della sua vicenda personale, sollecitando, inammissibilmente, la rivalutazione di un apprezzamento di merito, che, nel caso di specie, è stato idoneamente motivato e non è pertanto sindacabile in sede di legittimità (Cass., 5 febbraio 2019, n. 3340; Cass., 12 giugno 2019, n. 15794).

Inoltre, il motivo è pure inammissibile, perché non si confronta con la ratio decidendi della Corte territoriale, laddove, a pag. 4 della sentenza impugnata, afferma che l’appellante non poteva giovarsi dell’onere probatorio agevolato, non avendo dimostrato di avere fatto tutto il possibile per rendersi credibile, né superare positivamente il vaglio critico sulla credibilità intrinseca, circostanza che precludeva la possibilità di passare agli ulteriori livelli verificativi relativi al riscontro della compatibilità del racconto con il contesto generale, sociale e politico del paese; i giudici di merito, in particolare, hanno messo in evidenza che il ricorrente era rimasto in contatto con i suoi familiari, che peraltro, non risultava avessero subito ritorsioni; che non constava che la famiglia della fidanzata fosse benestante, ovvero nelle condizioni di corrompere l’Autorità, né il richiedente e i suoi familiari avevano denunciato i responsabili dell’incendio della loro abitazione, con ciò rinunciando ad avvalersi della protezione dell’Autorità pubblica (cfr. pag. 4 del provvedimento impugnato).

2. Il secondo mezzo denuncia violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in ordine alla corretta interpretazione dell’ambito applicativo del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, (prima della riforma del D.L. n. 113 del 2018), essendo il racconto coerente e non contraddittorio, il richiedente ben integrato nel territorio italiano e correndo nel suo paese di origine gravi rischi per la sua incolumità.

2.1 Il motivo è inammissibile, perché ancora una volta non si confronta con l’iter argomentativo della Corte che ha evidenziato che non ricorreva alcuna esigenza di protezione umanitaria e che, in ogni caso, non era stato dimostrato un particolare radicamento nel tessuto sociale italiano, non essendo idonei, a tali fini, la giovane età, la situazione di povertà esistente in Nigeria e la difficoltà di inserimento nel paese di provenienza (cfr. pag. 7 del provvedimento impugnato).

3. Il terzo mezzo denuncia l’applicabilità della normativa di cui al D.L. n. 130 del 2020, che ha comportato la sostanziale riviviscenza della protezione umanitaria come istituto generalizzato e che ha effetto retroattivo e, quindi, va applicato prima dell’entrata in vigore dello stesso.

3.1 Il motivo è infondato, avendo questa Corte statuito che la nuova disciplina della protezione umanitaria, introdotta con il D.L. n. 130 del 2020, convertito con modificazioni dalla L. n. 173 del 2020, entrata in vigore il 22 ottobre 2020, non trova applicazione nei giudizi di cassazione pendenti alla suddetta data, stante il tenore letterale della norma transitoria prevista dal citato D.L., art. 15, che prevede l’immediata sua applicazione ai procedimenti pendenti avanti alle commissioni territoriali, al questore ed alle sezioni specializzate, rendendo evidente che scopo della norma è quello di prevenire “la duplicazione di procedimenti amministrativi e di eventuali contenziosi”, finalità che sì attaglia ai procedimenti ed ai giudizi di merito, sì da rendere chiaro che detta finalità si attaglia ai giudizi di merito, con espressa limitazione, peraltro, solo a quelli pendenti avanti alle sezioni specializzate dei tribunali (Cass., 17 maggio 2021, n. 12248).

4. In conclusione, il ricorso va rigettato.

Nulla sulle spese, poiché l’Amministrazione intimata non ha svolto difese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, ove dovuto.

Così deciso in Roma, il 18 novembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 2 febbraio 2022

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