Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31446 del 03/11/2021

Cassazione civile sez. II, 03/11/2021, (ud. 28/01/2021, dep. 03/11/2021), n.31446

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. BELLINI Ubaldo – Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22509/2019 proposto da:

M.M., alias M.M., rappresentato e difeso

dall’avvocato Marco Lanzilao, del foro di Roma domiciliato in Roma,

viale Angelico n. 38, presso lo studio del difensore ovvero

all’indirizzo PEC del difensore iscritto nel REGINDE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso ex lege dall’Avvocatura Generale dello Stato

e domiciliato sempre ex lege in Roma, via dei Portoghesi n. 12;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 3131/2019 della Corte di appello di ROMA,

depositata il 13/05/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

28/01/2021 dal Consigliere Dott.ssa Milena FALASCHI.

 

Fatto

OSSERVA IN FATTO E IN DIRITTO

Ritenuto che:

– avverso il provvedimento della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Roma, che rigettava la domanda del ricorrente, volta all’ottenimento dello status di rifugiato, della protezione c.d. sussidiaria o in subordine di quella umanitaria, M.M. interponeva opposizione, che veniva respinta dal Tribunale di Roma con ordinanza del 31.07/17.08.2018;

– in virtù di appello proposto dal medesimo M., la Corte di appello di Roma, con sentenza n. 3131/2019, dichiarava inammissibile il gravame ai sensi dell’art. 342 c.p.c.;

– propone ricorso per la cassazione avverso tale decisione il M. affidato a cinque motivi;

– il Ministero dell’Interno ha resistito con controricorso.

Atteso che:

– con il primo motivo il ricorrente lamenta – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4 – error in procedendo per omessa pronuncia, con contrasto insanabile tra chiesto e pronunciato, tra parte motiva e dispositivo della sentenza, per essere stato l’appello proposto da M., nato in Ghana il 01.01.1997, mentre nel testo del provvedimento veniva indicato come proposto da K.O., nato in (OMISSIS).

La doglianza appare inammissibile posto che enfatizza mero errore materiale circa investe il nominativo indicato nel dispositivo ma non la corretta individuazione della parte, come risultante dall’epigrafe e dalla motivazione. Anche il riferimento al Gambia, sempre nel solo dispositivo, anziché al Ghana, effettivo paese di provenienza del ricorrente, nella sentenza impugnata, appare essere frutto di un mero errore materiale, non tale da inficiare la motivazione.

Non sussiste, pertanto, il dedotto error in procedendo nella sentenza che va ravvisato quando vi sia reale incertezza circa i soggetti ai quali la decisione si riferisce, e non anche se dal contesto della sentenza risulti con sufficiente chiarezza la loro identificazione, dovendosi, in tal caso, considerare l’omissione come un mero errore materiale, che può essere corretto con la procedura prevista dagli artt. 287 e 288 c.p.c. (Cass. 20 marzo 2015 n. 5660);

– con il secondo motivo viene denunciata – ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – la violazione dell’art. 342 c.p.c., per avere il giudice del gravame ritenuto la non specificità dei motivi nonostante la puntuale critica che si assume svolta dal ricorrente/appellante con cinque motivi articolati avverso l’ordinanza di primo grado “segnalando le norme di legge che si ritenevano violate”.

Anche la seconda censura è inammissibile per difetto di specificità.

Il ricorrente, nel contestare la decisione della Corte di appello che ha dichiarato inammissibile il ricorso per difetto di specificità dei motivi di appello, ha omesso di riprodurre nel ricorso il contenuto della decisione del tribunale e il contenuto dei motivi di appello, non consentendo a questa Corte di verificare la fondatezza della dedotta violazione dell’art. 342 c.p.c..

Infatti è noto che il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione – che trova la propria ragion d’essere nella necessità di consentire al giudice di legittimità di valutare la fondatezza del motivo senza dover procedere all’esame dei fascicoli di ufficio o di parte – vale anche in relazione ai motivi di appello rispetto ai quali si denuncino errori da parte del giudice di merito; ne consegue che, ove il ricorrente denunci la violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., conseguente alla declaratoria di nullità dell’atto di appello per genericità dei motivi, deve riportare nel ricorso, nel loro impianto specifico, i predetti motivi formulati dallo stesso appellante (cfr. Cass. n. 86 del 2012; conf. Cass. n. 12664 del 2012).

Invero a fronte della puntuale argomentazione della Corte distrettuale circa le ragioni fondanti la decisione di diniego del Tribunale, il ricorrente si limita ad indicare le norme che a suo avviso sarebbero state violate, senza riportare le argomentazioni critiche avanzate con l’atto di appello. Ne’ il richiamo all’arresto delle Sezioni Unite circa la esatta interpretazione del disposto dell’art. 342 c.p.c., può essere sufficiente a ricordare di avere indicato le norme violate ed asserire di avere svolto appropriata critica al ragionamento elaborato dal Tribunale a sostegno delle sue statuizioni. In altri termini, il ricorrente nell’unico atto processuale appropriato, ossia il ricorso, non riporta le argomentazioni critiche avanzate con l’atto di appello affinché questa Corte sia messa in condizioni di apprezzare la congruità o non della motivata statuizione della Corte capitolina e verificare la specificità dei mezzi di gravame proposti.

Alla ritenuta inammissibilità della seconda censura consegue, altresì, l’assorbimento degli altri motivi attinenti al merito della vicenda processuale (il terzo relativo alla denuncia di omesso esame delle dichiarazioni rese dal ricorrente alla Commissione territoriale e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione delle condizioni del Paese di origine del ricorrente; il quarto rileva la mancata concessione della protezione sussidiaria nonostante la ricorrenza dei presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14; il quinto lamenta la errata applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, quanto alla mancata concessione della protezione umanitaria, per non avere il giudice di merito in alcun modo preso in considerazione il suo grado di integrazione sociale e le precarie condizioni del suo paese di origine).

In conclusione il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Poiché il ricorso è stato proposto successivamente al 30 gennaio 2013 ed è rigettato, sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi della L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2013), che ha aggiunto del Testo Unico di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per la stessa impugnazione, se dovuto.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso;

condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite in favore dell’Amministrazione che liquida in complessivi Euro 2.000,00 oltre a spese prenotate e prenotande a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Seconda Civile, il 28 gennaio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2021

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