Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3141 del 11/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 11/02/2020, (ud. 12/09/2019, dep. 11/02/2020), n.3141

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI Enrico – Consigliere –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10173-2018 proposto da:

VENEZIANA ENERGIA RISORSE IDRICHE TERRITORIO AMBIENTE SERVIZI –

V.E.R.I.T.A.S. SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA UGO DE

CAROLIS 34/B, presso lo studio dell’avvocato MAURIZIO CECCONI, che

la rappresenta e difende unitamente all’avvocato ANDREA PASQUALIN;

– ricorrente –

contro

NUOVA TENTAZIONE DI L.L. & C.F. SNC, in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA BARNABA TORTOLINI 29, presso lo studio

dell’avvocato VALERIA MARSANO, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato ALESSANDRO TOMMASEO PONZETTA;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 36/2018 del TRIBUNALE di VENEZIA, depositata

il 08/01/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 12/09/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ENZO

VINCENTI.

Fatto

RITENUTO

che, con ricorso affidato ad un unico motivo, la Veneziana Energia Risorse Idriche Territorio Ambiente Servizi – V.E.R.I.T.A.S. S.p.A. ha impugnato la sentenza del Tribunale di Venezia, resa pubblica in data 8 gennaio 2018, che ne rigettava il gravame avverso la decisione del Giudice di Pace della medesima Città, che, a sua volta, l’aveva condannata alla restituzione a Nuova Tentazione di L.L. & C.F. s.n.c. della somma di Euro 1.854,48, quale indebito oggettivo per l’IVA applicata sulla tassa di igiene ambientale D.Lgs. n. 22 del 1997, ex art. 49 (cd. TIA1), oltre interessi e spese di lite;

che resiste con controricorso Nuova Tentazione di L.L. & C.F. s.n.c.;

che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata ritualmente comunicata, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio, in prossimità della quale entrambe le parti hanno depositato memoria;

che il Collegio ha deliberato di adottare una motivazione in forma semplificata.

Diritto

CONSIDERATO

che, con il primo ed unico mezzo, è denunciata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 2033 c.c. e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19, e comunque della normativa concernente la detrazione dell’IVA,…, per avere la sentenza impugnata erroneamente escluso che la detrazione dell’IVA pagata sulla tariffa di igiene ambientale di cui al D.Lgs. n. 22 del 1997, art. 49, faccia venir meno la natura di pagamento rilevante ai sensi dell’art. 2033 c.c. del pagamento di tale IVA e/o comunque precluda la ripetibilità della stessa IVA”;

che il motivo è manifestamente infondato;

che questa Corte (cfr. Cass. n. 15348/2018 e Cass. n. 11330/2019), in fattispecie del tutto analoga a quella oggetto del presente ricorso, ha già riscontrato che il giudice di appello, nella gravata sentenza, aveva escluso la rilevanza, ai fini della decisione, della teorica possibilità di una detrazione dell’IVA da parte del soggetto che aveva agito in ripetizione, D.P.R. n. 633 del 1972, ex art. 19, “presuppone che l’IVA sia stata correttamente versata”, mentre nella specie è ormai incontroverso tra le parti che l’IVA sulla TIA1 non dovesse essere affatto versata, trattandosi di una prestazione di natura tributaria (Cass., S.U., n. 5078/2016; v. anche Cass., n. 16332/2018);

che, altresì, il Tribunale ha correttamente applicato il principio, peraltro espressamente richiamato nella sentenza impugnata, secondo cui “in tema di IVA, ai sensi del D.P.R. 23 ottobre 1972, n. 633, art. 19, ed in conformità con l’art. 17 Dir. del Consiglio del 17 maggio1977 n. 77/388/CEE, nonchè con gli artt. 167 e 63 successiva Dir. del Consiglio del novembre 2006 n. 2006/112/CE, non è ammessa la detrazione dell’imposta pagata a monte per l’acquisto o l’importazione di beni o servizi – ovvero per conseguire la prestazione di servizi necessari all’impresa – per il solo fatto che tali operazioni attengono all’oggetto dell’impresa e siano fatturate, poichè è, invece, indispensabile che esse siano effettivamente assoggettabili all’IVA nella misura dovuta, sicchè, ove l’operazione sia stata erroneamente assoggettata all’IVA, restano privi di fondamento il pagamento dell’imposta da parte del cedente, la rivalsa da costui effettuata nei confronti del cessionario e la detrazione da quest’ultimo operata nella sua dichiarazione IVA, con la conseguenza che il cedente ha diritto di chiedere all’Amministrazione il rimborso dell’IVA, il cessionario ha diritto di chiedere al cedente la restituzione dell’IVA versata in via di rivalsa, e l’Amministrazione ha il potere-dovere di escludere la detrazione dell’IVA pagata in rivalsa dalla dichiarazione IVA presentata dal cessionario”(Cass. n. 9946/2015; v. anche Cass. n. 17299/2014, Cass. n. 25531/2014);

che la ricorrente presuppone che sarebbe pacifico che l’attuale intimata aveva comunque, in via di fatto, portato in detrazione l’IVA erroneamente corrisposta sulla TIA1, non avendo quest’ultima mai opposto di aver detratto l’IVA in parola, essendosi sempre difesa nel merito di tale questione ed avendo solo in appello sollevato il problema della prova di tale detrazione e, pertanto, ciò escluderebbe la sussistenza di un pagamento ripetibile ai sensi dell’art. 2033 c.c.: ma, a prescindere da ogni ulteriore questione sul c:arattere pacifico o meno di tale circostanza, essa è, in ogni caso e in via dirimente, da qualificarsi come irrilevante, in base all’indirizzo ermeneutico dapprima richiamato, il quale nega in radice la possibilità di detrazione per le operazioni in origine non assoggettabili all’imposta;

che la memoria di parte ricorrente, là dove non inammissibile per non essere soltanto illustrativa della originarie ragioni di censura, non fornisce argomenti tali da scalfire i rilievi che precedono,

che il ricorso va, pertanto, rigettato e la ricorrente condannata al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, come liquidate in dispositivo.

PQM

rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 900,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.

Motivazione semplificata

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della VI-3 Sezione civile della Corte suprema di Cassazione, il 12 settembre 2019.

Depositato in Cancelleria il 11 febbraio 2020

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