Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31395 del 03/11/2021

Cassazione civile sez. I, 03/11/2021, (ud. 25/05/2021, dep. 03/11/2021), n.31395

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 24672/2020 proposto da:

A.F., elettivamente domiciliato in Petilia Policastro (KR),

alla via Arringa n. 60, presso lo studio dell’avv. Giovanbattista

Scordamaglia, dal quale è rappresentato e difeso, giusta procura

speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero Dell’interno;

Procura Repubblica Catanzaro;

– intimati –

avverso la sentenza n. 2430/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 18/12/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

25/05/2021 da Dott. DI STEFANO PIERLUIGI.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

A.F., cittadina della (OMISSIS), ricorre con quattro motivi avverso la sentenza della Corte di appello di Catanzaro del 18 dicembre 2019 che rigettava la sua impugnazione avverso l’ordinanza del Tribunale di Catanzaro che confermava il diniego da parte della Commissione territoriale del riconoscimento del suo status di rifugiata o, in subordine, della protezione sussidiaria o del permesso di soggiorno per motivi umanitari.

La richiedente fondava la richiesta sulle seguenti circostanze:

proviene dall'(OMISSIS); rimasta orfana della madre all’età di nove anni, aveva convissuto con la matrigna, la quale la trattava in maniera differente rispetto ai propri figli, sia in termini affettivi che come condizioni di vita, umiliandola; convinta dal padre a partire per la Libia, dove avrebbe dovuto aiutare la sorella della matrigna a vendere il cibo, le era invece stato imposto di prostituirsi; era poi scappata in Italia.

La Corte riteneva mancare l’presupposti per lo status di rifugiato avendo la ricorrente fatto riferimento a “un fatto specifico, avente esclusivo rilievo penalistico” e non pà persecuzione per le ragioni indicate dalle disposizioni invocate. Inoltre, rilevava la carenza dei requisiti di veridicità mancando dettagli della vicenda.

Escludeva la condizione di protezione sussidiaria sulla base della situazione interna della (OMISSIS) quanto all’area di provenienza (il sud del paese).

Escludeva anche la ricorrenza delle condizioni per la protezione umanitaria non essendo indicata una condizione di vulnerabilità nel paese di origine.

Gli intimati non hanno svolto difese.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

La ricorrente con il primo motivo deduce la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3 e del D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, artt. 8,10 e 27 per inottemperanza dell’obbligo di cooperazione istruttoria.

La Corte ha ritenuto che la ricorrente non fosse attendibile pur se costei aveva offerto notizie circostanziate e corrispondenti alla documentazione prodotta che attestava come fosse giunta in Italia in evidente stato di gravidanza.

Il motivo è inammissibile perché non tiene conto dell’effettivo contenuto della sentenza e della sua ratio decidendi. La Corte non dubita della veridicità delle circostanze narrate ma si limita ad escludere che abbiano rilevanza ai fini dello status di rifugiato.

Con il secondo motivo deduce la violazione dell’art. 360 c.p.c. comma 1 n. 3: violazione o falsa applicazione di norme di diritto: violazione D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 7 e 8, con riferimento allo status di rifugiato. Non è stata adeguatamente considerata la situazione personale; si tratta di fatti che integravano una persecuzione.

Il motivo è inammissibile in quanto sostiene un presupposto manifestamente infondato, ovvero che la situazione di sfruttamento e induzione alla prostituzione da parte di trafficanti costituisca la condizione di “rifugiato” che, invero, ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, lett. e), riguarda solo i casi di persecuzione “per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica” per i quali la persona richiedente non può avere protezione dallo Stato di appartenenza. Non vi rientra, quindi, un caso di sfruttamento da parte di privati, condizione che, peraltro, si è verificata in Libia e non nel paese di origine.

Con il terzo motivo deduce la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 2, art. 14, comma 1, lett. b e c), con riferimento alla protezione internazionale e sussidiaria.

La decisione, quanto alla richiesta di protezione sussidiaria, ha considerato soltanto la predetta lett. c) lì dove era in questione il pericolo di trattamento inumano o degradante. Comunque, si è fatto uso di fonti non aggiornate in merito alla situazione di corruzione in (OMISSIS).

Il motivo è inammissibile in quanto non è in questione la situazione interna della (OMISSIS) e la situazione personale non comporta i rischi di cui alla disposizione richiamata.

Con il quarto motivo deduce la violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5,D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 32, con riferimento ai seri motivi di carattere umanitario e alla violazione dei diritti fondamentali nel paese d’origine.

La sentenza non ha fatto un’adeguata comparazione tra la situazione della ricorrente in Italia e la possibile compromissione dei suoi diritti fondamentali in caso di rientro in (OMISSIS), considerata la frequenza della violenza domestica nei confronti delle donne, la totale assenza di legami personali, il rischio di vessazioni da parte della matrigna. Tale motivo è fondato.

Questa Corte ha già ritenuto in precedenti occasioni che lo sfruttamento della persona ai fini di prostituzione rappresenti una tipica situazione di vulnerabilità valutabile per la protezione umanitaria (Sez. 1 -, Ordinanza n. 1104 del 20/01/2020, Rv. 656791 – 01 – ” la condizione emotiva, ancor prima che fisica, di una giovane donna ripetutamente sottoposta a violenze sessuali ed avviato al meretricio… integra gli estremi di una vulnerabilità…” – nonché Sez. L -, Ordinanza n. 10 del 04/01/2021, Rv. 660135 – 01). Inoltre, la Direttiva Europea “anti-trafficking” 2011/36/EU fa rientrare nel traffico di esseri umani lo sfruttamento della prostituzione altrui o altre forme di sfruttamento sessuale.

Poiché la Corte di appello non disconosce che vi sia stata una condizione di tratta con sfruttamento sessuale con modalità violente, ha di fatto attestato la grave condizione di vulnerabilità e, quindi, doveva compiere un accertamento comparativo della situazione acquisita (anche quanto alla possibilità di superare la grave compromissione psicologica per il vissuto) e di quella attesa in caso di rientro nel paese di provenienza.

In definitiva, si impone la cassazione del provvedimento impugnato per il quarto motivo, con rinvio alla Corte di appello di Catanzaro, che, in diversa composizione, deciderà anche sulle spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il quarto motivo del ricorso, dichiara inammissibili gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’Appello di Catanzaro, in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 25 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2021

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