Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31388 del 03/11/2021

Cassazione civile sez. I, 03/11/2021, (ud. 08/03/2021, dep. 03/11/2021), n.31388

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CRISTIANO Magda – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – rel. Consigliere –

Dott. FERRO Massimo – Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – Consigliere –

Dott. AMATORE Roberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 11702/2020 proposto da:

Y.A., elettivamente domiciliato in Roma, Via Pietro Mascagni

n. 186, presso lo studio dell’avvocato Iacopo Maria Pitorri, che lo

rappresenta e difende per procura speciale estesa in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro pro tempore;

– intimato –

avverso la sentenza n. 167/2020 della Corte di appello di Roma,

depositata il 13 gennaio 2020;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’8 marzo 2021 dal relatore Dott. Marco Vannucci.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con sentenza pubblicata il 13 gennaio 2020 la Corte di appello di Roma confermò l’ordinanza ex art. 702-ter c.p.c., emessa il 14 ottobre 2017 dal Tribunale di Roma, dispositiva del rigetto delle domande di protezione internazionale proposte da Y.A. (di nazionalità (OMISSIS)) con l’impugnazione delle decisioni di segno negativo assunto su tali domande dalla competente la Commissione Territoriale.

1.1. Questa è la sintesi del racconto fatto dal ricorrente, per come riportato nella sentenza:

egli, di religione (OMISSIS) e di etnia (OMISSIS), era nato in (OMISSIS) e in tale Stato viveva (in (OMISSIS) nella regione (OMISSIS));

la madre era morta appena dopo averlo partorito e, dopo la morte del padre, avvenuta nel (OMISSIS), durante uno scontro fra le opposte fazioni dei (OMISSIS) e dei (OMISSIS), un potente parlamentare aveva venduto ai (OMISSIS) il terreno che egli aveva ricevuto in eredità dal padre;

i (OMISSIS) avevano iniziato a costruire una casa su detto terreno, lui si era opposto e da ciò era nata una lite nel corso della quale uno degli usurpatori era rimasto gravemente ferito ed era poi morto;

egli si era rivolto alla polizia che, però, lo aveva accusato della morte dell’uomo e lo aveva arrestato e, dopo dieci giorni di reclusione, lo aveva rilasciato in attesa del processo;

egli aveva lasciato il Paese su suggerimento di un amico perché, non avendo danaro sufficiente per difendersi nel processo, sarebbe stato sicuramente condannato.

1.2. La motivazione della sentenza si basa sulla non credibilità delle dichiarazioni rese dall’appellante.

In primo luogo, la Corte ha rilevato la non sussistenza dei presupposti per riconoscere lo status di rifugiato non emergendo, dal racconto di Y., la sussistenza di atti di persecuzione riconducibili a motivi di razza, di religione o di appartenenza ad un gruppo politico, secondo quanto disposto dal D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, commi 5, 7 e 8;

La Corte ha condiviso il provvedimento del primo giudice, il quale aveva affermato che la vicenda narrata non integrava un’ipotesi di persecuzione personale e che la situazione descritta era da ricondurre a questioni di competenza della giustizia ordinaria, alla quale lo stesso richiedente si era, peraltro, rivolto.

In secondo luogo, non è stata riconosciuta la protezione sussidiaria, non ravvisandosi la presenza di un danno grave ricorrente nelle ipotesi tassativamente indicate nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14 (a) condanna a morte o all’esecuzione della pena di morte; b) tortura o altra forma di trattamento inumano o degradante; c) minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata), tutte da escludere nel caso concreto.

Invero, dal contenuto delle informazioni rinvenibili dai siti internet del Ministero degli Esteri e di Amnesty International non è consentito affermare che il (OMISSIS) sia coinvolto in un conflitto armato internazionale, né che sia stato interessato da dispute interne, essendo un paese democratico e stabile nel quale si sono tenute regolari elezioni presidenziali e parlamentari nel dicembre 2016.

Inoltre, dal citato rapporto di Amnesty International emerge che, pur non essendo stata ancora eliminata la pena di morte e permanendo criticità per le condizioni di detenzione nelle carceri e “per le violenze e vessazioni nei confronti delle persone (OMISSIS)”, è stato ratificato il protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che prevede un sistema di visite regolari ai luoghi di detenzione del paese, quale misura per proteggere i detenuti da eventuali torture o maltrattamenti.

Non ricorrono, neppure, i motivi di carattere umanitario e complementare di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, sia con riferimento alla situazione soggettiva dell’appellante che a quella del paese d’origine, non avendo Y. dimostrato “la sussistenza di una situazione di particolare vulnerabilità, né sotto il profilo sanitario né sotto quello socio-lavorativo, non essendo all’uopo sufficiente il deposito di copia di un contratto a progetto”.

2. Per la cassazione di tale sentenza Y. propose ricorso contenente cinque motivi di impugnazione.

3. L’intimato Ministero dell’Interno non ha svolto attività difensiva.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo il ricorrente denunzia l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su di un punto decisivo della controversia e la violazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3,7 e 8.

Egli “non poteva non essere ritenuto credibile quando racconta dello stato di indigenza in cui versava, del dramma vissuto e sulla successiva storia del viaggio, tenuto conto delle condizioni generali del Senegal e della nota situazione in Libia. Infine lo stato di povertà e abbandono del territorio dove è cresciuto il ricorrente è altresì suffragato dai dati oggettivi e dalle dichiarazioni dello stesso ricorrente”.

2. La censura è inammissibile poiché come chiarito anche da Cass. n. 16295 del 2018, in tema di valutazione della credibilità soggettiva del richiedente e di esercizio, da parte del giudice, dei propri poteri istruttori officiosi rispetto al contesto sociale, politico e ordinamentale del paese di provenienza del primo, la valutazione del giudice deve prendere le mosse da una versione precisa e credibile della personale esposizione a rischio grave alla persona o alla vita: tale premessa è indispensabile perché il giudice debba dispiegare il suo intervento istruttorio ed informativo officioso sulla situazione, in tesi persecutoria, addotta nel Paese di origine (cfr. Cass. n. 5224 del 2013, Cass. n. 21668 del 2015). Principio analogo è stato, peraltro, riaffermato dalle più recenti Cass. n. 17850 del 2018 e Cass. n. 32028 del 2018.

Invero, le dichiarazioni del richiedente che siano intrinsecamente inattendibili, alla stregua degli indicatori di genuinità soggettiva di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3 non richiedono un approfondimento istruttorio officioso, salvo che la mancanza di veridicità derivi esclusivamente dall’impossibilità di fornire riscontri probatori (cfr. Cass. n. 7333 del 2015, Cass. n. 16295 del 2018).

Peraltro, il D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, nel prevedere che “ciascuna domanda è esaminata alla luce di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati” deve essere interpretato nel senso che l’obbligo di acquisizione di tali informazioni da parte delle Commissioni territoriali e del giudice deve essere osservato in diretto riferimento ai fatti esposti ed ai motivi svolti in seno alla richiesta di protezione internazionale, non potendo, per contro, addebitarsi la mancata attivazione dei poteri istruttori officiosi, in ordine alla ricorrenza dei presupposti per il riconoscimento della protezione, riferita a circostanze non dedotte.

Nella specie, la sentenza impugnata ha confermato il giudizio negativo espresso dal Tribunale sulla credibilità della richiedente sulla base di plurimi elementi ritenuti rilevatori dell’inverosimiglianza ed incoerenza della sua narrazione, in maniera del tutto conforme ai parametri cui l’autorità amministrativa e, in sede di ricorso, quella giurisdizionale, sono tenute ad attenersi, ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5.

Tale accertamento è stato contestato in via meramente astratta e assertiva.

3. Con il secondo motivo il ricorrente si duole della violazione ed errata applicazione dell’art. 1 della Convenzione di Ginevra del 28 luglio 1951, ratificata in Italia con L. n. 722 del 1954, nonché delle “norme della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, ratificata in Italia con la L. n. 848 del 1955, richiamato dal D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 13.

Secondo il ricorrente “la pronuncia non valuta nella loro concreta gravità, senza peraltro dare ostensione di una valida ragione giuridica di tale comportamento, la situazione personale del ricorrente, limitandosi a ritenere sostanzialmente non veritiera la ricostruzione storica del Sig. Y.A. evidenziando solo mere perplessità sulla credibilità, senza attribuire rilievo alle riferite circostanze di fatto (…) l’impugnata pronuncia e’, altresì, illegittima sotto il profilo della totale assenza di motivazione nella parte in cui non ha valutato i reali ed attuali rischi della persona del ricorrente derivanti dal suo rimpatrio (…) ove vi è il rischio concreto di subire gravi maltrattamenti e/o limitazioni delle libertà fondamentali, ivi compresa la libertà di autodeterminazione e di espressione culturale/religiosa/politica (…) per il riconoscimento della protezione sussidiaria, non è necessario, individuare motivi di persecuzione riferibili in via diretta e personale (…) ma è sufficiente l’esistenza di una situazione di generalizzato pericolo per i diritti fondamentali della persona e la mancanza di libertà democratiche nel paese di provenienza (cfr., Cons. di Stato, n. 405 del 1998)”.

4. Anche il secondo motivo è da ritenersi inammissibile in ragione dell’astrattezza della censura e della sua eccentricità rispetto alla ragione del decidere risultante dalla sentenza impugnata, dal ricorrente non specificamente criticata se non sulla base di asserzioni di mero fatto.

5. Con il terzo motivo il ricorrente deduce che la sentenza è caratterizzata da erronea applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 11 e 17, nonché del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 5, comma 6, e, infine, da violazione dell’art. 115 c.p.c.

Alla luce del racconto presente nel ricorso emerge che “se è vero che il pericolo in cui si trovava il ricorrente non è più quello di subire violenze, vessazioni e intimidazioni, è tuttavia pur vero che il rischio di venire ucciso permane in ragione di una situazione etnico-religiosa esplosiva in un territorio da sempre terreno di violentissime manifestazioni di violenza ben note anche in occidente (…) la tutela è funzionale per proteggere il soggetto dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto idoneo a costruire una significativa e violazione dei suoi diritti inviolabili (…) la vulnerabilità può essere, inoltre, la conseguenza di un’esposizione seria al diritto alta salute oppure può essere conseguenza di una situazione politica, economica molto grave con aspetti di impoverimento radicale, o anche discendere da una situazione geopolitica che non offre garanzie di vita all’interno del paese d’origine (…) l’assunto della Corte di Appello è quindi puramente ipotetico e come tale non sorretto da un adeguato supporto logico oltre a non essere basato su alcun reale elemento di fatto idoneo a supportarlo”.

6. Con il quarto motivo il ricorrente deduce che la sentenza è caratterizzata anche da erronea applicazione del D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, comma 1.

Secondo il ricorrente: “tra i motivi umanitari che impongono allo stato italiano il rilascio di un permesso di soggiorno allo straniero (…) vi è senz’altro il principio di “non refoulement” che costituisce per l’Italia e per tutti i paesi UE, anche un obbligo derivante dalla CEDU. Tale principio viene ritenuto il nucleo intangibile della protezione dovuta dallo Stato ad ogni straniero, a prescindere dal fatto che abbia o meno diritto al riconoscimento dello status di rifugiato, alla protezione sussidiaria o a qualche altra forma di protezione prevista dall’ordinamento (…) la portata della garanzia di “non refoulemenr (…) è ben più ampia (…) poiché si applica in favore di chiunque si troverebbe esposto al rischio di essere sottoposto a tortura o a pene o trattamenti disumani o degradanti e costituisce un principio che non tollera eccezioni. In base alla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, infatti, il diritto dello straniero a non essere respinto o espulso, verso un qualsiasi stato in cui correrebbe il suddetto rischio, è un diritto assoluto che non può subire limitazioni né bilanciamenti: non assumono alcun rilievo né la causa o l’origine dell’eventuale persecuzione, né i motivi per cui lo straniero potrebbe essere sottoposto a tortura o a pene o a trattamenti disumani o degradanti (A non importa che l’effetto degradante sia voluto dell’autore, perché secondo la Corte Europea ciò che rileva è che esso si riveli tale per la vittima”.

7. I due motivi, da esaminare congiuntamente in ragione della loro stretta connessione, sono inammissibili in quanto: caratterizzati da astrattezza; non contenenti critiche specifiche alle ragioni del decidere proprie della sentenza impugnata; fondate su presupposti di fatto non risultanti dalla sentenza impugnata.

8. Con il quinto ed ultimo motivo il ricorrente ravvisa la violazione ed errata applicazione della L. n. 1423 del 1956, art. 1 richiamato dall’art. 13 T.U. 286 del 1998, in quanto: “il provvedimento di diniego della protezione internazionale non è stato tradotto in una lingua a lui comprensibile; ove tale provvedimento amministrativo “fosse stato tradotto in lingua senegalese, il Sig. Y.A. avrebbe potuto facilmente e agevolmente chiarire tutti gli aspetti che la Commissione, prima, Tribunale e Corte d’Appello poi, hanno ritenuto contraddittori e poco chiari”.

Il motivo è inammissibile.

Il vizio dedotto, analogamente alle altre nullità riguardanti la violazione delle prescrizioni inderogabili in tema di traduzione, può essere fatto valere solo in sede di opposizione all’atto che da tale violazione sia affetto, ivi compresa l’opposizione tardiva qualora il rispetto del termine di legge sia stato reso impossibile proprio dalla nullità (Cass. n. 420 del 2012; Cass. n. 16470 del 2019).

Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, in tema di protezione internazionale, l’obbligo di tradurre gli atti del procedimento davanti alla commissione territoriale, nonché quelli relativi alle fasi impugnatorie davanti all’autorità giudiziaria ordinaria, è previsto dal D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 10, commi 4 e 5, al fine di assicurare al richiedente la massima informazione e la più penetrante possibilità di allegazione.

Da ciò consegue che la parte, ove censuri la decisione per l’omessa traduzione, non può genericamente lamentare la violazione del relativo obbligo, ma deve necessariamente indicare in modo specifico quale atto non tradotto abbia determinato un vulnus all’esercizio del diritto di difesa (cfr. Cass. n. 7385 del 2017; Cass. n. 18723 del 2019; Cass. n. 16470 del 2019).

Nel caso concreto, il ricorrente ha lamentato genericamente la mancata traduzione nella propria lingua del provvedimento di diniego della protezione internazionale, ma senza allegare una specifica lesione del diritto di difesa che fosse conseguenza diretta dell’omessa traduzione.

9. Non vi è obbligo di pronuncia sulle spese del giudizio di cassazione non avendo la parte intimata svolto difese.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso.

Dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, per il versamento da parte del ricorrente, se dovuto, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per l’impugnazione.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Prima Civile, il 8 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2021

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