Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31354 del 03/11/2021

Cassazione civile sez. lav., 03/11/2021, (ud. 16/06/2021, dep. 03/11/2021), n.31354

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 4020-2020 proposto da:

S.O., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA GIULIANA

32, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO GREGORACE, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, – Commissione Territoriale per il

Riconoscimento della Protezione Internazionale di Verona, sezione di

Padova, in persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI n. 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 2896/2019 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 12/07/2019 R.G.N. 1619/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/06/2021 dal Consigliere Dott. FABRIZIO AMENDOLA.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. la Corte di Appello di Venezia, con la sentenza impugnata, ha rigettato l’appello proposto da S.O., cittadino del (OMISSIS), avverso la decisione di primo grado che aveva respinto il ricorso con il quale la competente Commissione territoriale aveva, a sua volta, rigettato la domanda di protezione internazionale proposta dall’interessato, escludendo altresì la sussistenza dei presupposti per la protezione umanitaria;

2. il Collegio – per quanto qui ancora interessa – ha condiviso l’assunto del primo giudice che aveva affermato la non attendibilità della vicenda narrata dal richiedente protezione “in ordine alla propria omosessualità”, per aver risposto di essere stato “felice” alla sua “percezione delle differenze rispetto agli altri”, con dichiarazioni complessivamente “del tutto prive di elementi idonQi a dimostrare che l’appellante abbia compiuto un percorso di consapevolezza del proprio orientamento sessuale”; “la mancanza di credibilità del racconto” ha indotto la Corte a ritenere insussistenti i presupposti per il riconoscimento della protezione sussidiaria; la Corte ha poi escluso, sulla base di un Report del 2017, “che nella zona di (OMISSIS) e di (OMISSIS) vi sia una situazione di violenza generalizzata o di conflitto armato o infine di anarchia senza il controllo dell’autorità”; infine si è negata anche la protezione umanitaria sulla considerazione che “la narrazione del ricorrente non è credibile”;

3. ha proposto ricorso per la cassazione del provvedimento impugnato il soccombente con 3 motivi; il Ministero dell’Interno ha depositato “atto di costituzione” per il tramite dell’Avvocatura Generale dello Stato al solo fine di una eventuale partecipazione all’udienza di discussione della causa.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. con il primo motivo di ricorso si deduce “violazione e falsa applicazione di diritto in relazione alla mancata concessione della protezione sussidiaria”, avanzata ai sensi del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. C), “senza indicare aggiornate fonti sulla base delle quali ritenere non sussistenti i presupposti per il riconoscimento dell’invocata protezione”;

con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, artt. 3 e 5 “in relazione alle dichiarazioni rese dal richiedente asilo”; si critica la sentenza impugnata per aver giudicato non credibili le vicende narrate dall’istante circa la sua condizione di omosessualità con argomentazioni “deboli e stereotipate”;

con il terzo mezzo si lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. B), per non aver riconosciuto la protezione sussidiaria nel caso di specie “visto l’orientamento sessuale del ricorrente, in un paese in cui l’omosessualità è considerata reato e punita con pene severe ed inumane”;

2. i motivi, congiuntamente esaminabili per connessione, sono fondati nei sensi espressi dalla motivazione che segue, sulla scorta dei precedenti di questa Corte (da ultimo: Cass. n. 17202 del 2021);

2.1. in generale, nel quadro dei principi unionali, questa Corte (tra le altre v. Cass. n. 29935 del 2020) ha formulato una serie di orientamenti in materia di protezione internazionale, affermando – tra l’altro – che: I) “la valutazione di credibilità delle dichiarazioni del richiedente non è affidata” alla mera opinione del giudice, ma è il risultato di una procedimentalizzazione legale della decisione, da compiersi non sulla base della mera mancanza di riscontri oggettivi, ma stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, tenendo conto “della situazione individuale e delle circostanze personali del richiedente” di cui al comma 3 cit. articolo, senza dare rilievo esclusivo e determinante a mere discordanze o contraddizioni su aspetti secondari o isolati del racconto” (Cass. n. 14674/2020; conf. Cass. n. 10908/2020, n. 11925/2019, n. 26921/2017, n. 24064/2013, n. 16202/2012); II) la suddetta valutazione deve essere anche argomentata dal giudice del merito “in modo idoneo a rivelare la relativa “ratio decidendi”, senza essere basata, invece, su elementi irrilevanti o su notazioni che, essendo prive di riscontri processuali, abbiano la loro fonte nella mera opinione del giudice, cosicché il relativo giudizio risulti privo della conclusione razionale” (Cass. n. 13944/2020); III) quanto al richiedente, egli “e’ tenuto ad allegare i fatti costitutivi del diritto alla protezione richiesta, e, ove non impossibilitato, a fornirne la prova, trovando deroga il principio dispositivo soltanto a fronte di un’esaustiva allegazione, attraverso l’esercizio del dovere di cooperazione istruttoria e di quello di tenere per veri i fatti che lo stesso richiedente non è in grado di provare soltanto qualora egli, oltre ad essersi attivato tempestivamente alla proposizione della domanda e ad aver compiuto ogni ragionevole sforzo per circostanziarla, superi positivamente il vaglio di credibilità soggettiva”, sempre che questo sia stato “condotto alla stregua dei criteri indicati nel D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5” (Cass. n. 6936/2020, n. 15794/2019, n. 19716/2018); IV) una volta assolti da. parte del richiedente l’onere di allegazione dei fatti costitutivi della sua personale esposizione a rischio, si rende operativo “il dovere di cooperazione istruttoria del giudice, che è disancorato dal principio dispositivo e libero da preclusioni e impedimenti processuali”, sostanziandosi nel “potere-dovere di accertare anche d’ufficio se, e in quali limiti, nel Paese di origine del richiedente si verifichino fenomeni tali da giustificare l’applicazione della misura, mediante l’assunzione di informazioni specifiche, attendibili e aggiornate, non risalenti, rispetto al tempo della decisione, che il giudice deve riportare nel contesto della motivazione” (Cass. n. 11096/2019, n. 19716/2018, n. 17069/2018); V) spetta altresì al giudice della protezione internazionale “il compito di colmare le lacune informative, avendo egli l’obbligo di informarsi in modo adeguato e pertinente alla richiesta – soprattutto con riferimento alle condizioni generali del Paese d’origine, allorquando le indicazioni fornite dal richiedente siano deficitarie o mancanti, avvalendosi dei poteri officiosi di indagine e di informazione di cui al D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3 – e verificare se la situazione di esposizione a pericolo per l’incolumità fisica indicata dal ricorrente, ove astrattamente sussumibile nelle tipologie tipizzate di rischio, sia effettivamente sussistente nel Paese nel quale dovrebbe essere disposto il rientro al momento della decisione” (Cass. n. 17576/2017, n. 14998/2015, n. 7333/2015); in sintesi, può dirsi che la valutazione di credibilità, pur integrando un apprezzamento di fatto sindacabile in sede di legittimità solo per assoluta mancanza, apparenza o perplessità della motivazione (Cass. 1357,8/2020) ovvero nei limiti dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (Cass. 11925/2019) deve essere comunque effettuata secondo i criteri normativamente previsti, restando altrimenti censurabile in sede di legittimità anche per violazione delle relative disposizioni di legge (Cass. 14674/2020);

2.2. in particolare, per quanto riguarda la fattispecie sottoposta all’attenzione del Collegio, l’appartenenza ad un determinato gruppo sociale, nella specie omosessuale, del richiedente protezione internazionale non può essere esclusa dal rilievo che le dichiarazioni della parte non ne forniscano la prova, dal momento che il D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 3, comma 5, dispone che tali dichiarazioni, se coerenti con i requisiti di cui alle lett. da a) ad e) della norma, possono da sole essere considerate veritiere pur se non suffragate da prova, ove comparate con COI aggiornate, e la Corte di Giustizia (sentenza 25/1/2018 C-473/16, alla luce dell’art. 13, par. 3, lett. a, della Direttiva 2005/85 e dell’art. 15, par. 3, lett. a, della Direttiva 2013/32), ha evidenziato che, in relazione all’omosessualità, il colloquio deve essere svolto da un “intervistatore competente”; che si deve tenere conto della situazione personale e generale in cui s’inseriscono le dichiarazioni ed in particolare dell’orientamento sessuale; che la valutazione di credibilità non può fondarsi su nozioni stereotipate associate all’omosessualità ed in particolare sulla mancata risposta a domande relative a tali nozioni, quali quelle concernenti la conoscenza di associazioni per la difesa dei diritti degli omosessuali (Cass. n. 9815 del 2020); la stessa pronuncia ha chiarito che, in tema di protezione internazionale, l’allegazione da parte dello straniero di una condizione personale di omosessualità impone che il giudice si ponga in una prospettiva dinamica e non statica, vale a dire che verifichi la sua concreta esposizione a rischio, sia in relazione alla rilevazione di un vero e proprio atto persecutorio, ove nel paese di origine l’omosessualità sia punita come reato e sia prevista una pena detentiva sproporzionata o discriminatoria, sia in relazione alla configurabilità della protezione sussidiaria, che può verificarsi anche in mancanza di una legislazione esplicitamente omofoba ove il soggetto sia esposto a gravissime minacce da agenti privati e lo Stato non sia in grado di proteggerlo, dovendosi evidenziare che tra i trattamenti inumani e degradanti lesivi dei diritti fondamentali della persona omosessuale non vi è solo il carcere ma vi sono anche gli abusi medici, gli stupri ed i matrimoni forzati, tenuto conto che non è lecito pretendere che la persona tenga un comportamento riservato e nasconda la propria omosessualità (CGUE 7/11/2013 C-199/2012 e C-201/2012) (v. pure Cass. n. 11172 del 2020 e, in precedenza, Cass. n. 15981 del 2012);

nel caso di specie, lo scrutinio della Corte territoriale sulla credibilità del ricorrente risulta non rispettoso dei criteri normativi sopra richiamati e neanche sorretto da una valutazione delle condizioni socio-politiche del Paese d’origine del richiedente, mediante l’assunzione di informazioni che siano pertinenti al caso – e quindi relative al trattamento degli omosessuali – ed aggiornate al momento dell’adozione della decisione (Cass. n. 9230 del 2020);

– 2.3 è quindi fondata anche la cesura contenuta nel primo mezzo di gravame, perché pure ai fini della protezione sussidiaria di cui al D.Lgs. 19 novembre 2007, n. 251, art. 14, lett. c), il giudice è tenuto anche d’ufficio a verificare – utilizzando fonti attendibili per scrutinare le “COI” (Country of origin information) – se nel Paese di origine sia oggettivamente sussistente una situazione di violenza indiscriminata talmente grave da costituire ostacolo al rimpatrio del richiedente (Cass. n. 19716 del 2018); del resto, è lo stesso D.Lgs. 25 gennaio 2008, n. 25, art. 8, comma 3, ad imporre l’acquisizione di informazioni precise e aggiornate circa la situazione generale esistente nel Paese di origine dei richiedenti asilo e, ove occorra, dei Paesi in cui questi sono transitati (ex plurimis, Cass. 5192 del 2020); nella specie, invece, la motivazione della sentenza impugnata nega la protezione sussidiaria esaminando fonti risalenti rispetto al momento della decisione (un Report del 2017);

3. conclusivamente i primi tre motivi di ricorso devono essere accolti, con assorbimento del quarto motivo che riguarda la protezione umanitaria, risultando ancora sub iudice le protezioni maggiori, con cassazione della sentenza impugnata e rinvio al giudice indicato in dispositivo che si uniformerà a quanto statuito e provvederà anche sulle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie i primi tre motivi di ricorso, dichiara assorbito il quarto, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte di Appello di Venezia, in diversa composizione, anche per le spese.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale, il 16 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 3 novembre 2021

 

 

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