Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3128 del 07/02/2017


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Cassazione civile, sez. III, 07/02/2017, (ud. 16/11/2016, dep.07/02/2017),  n. 3128

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SPIRITO Angelo – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 26783-2011 proposto da:

R.S. (OMISSIS), considerato domiciliato ex lege in ROMA,

presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato LORELLA PIPICELLA, giusta procura speciale

notarile;

– ricorrente –

contro

D.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

AZUNI 9, presso lo studio dell’avvocato RAFFAELLA DE CAMELIS,

rappresentato e difeso dagli avvocati FRANCESCO MUNAFO’, D’ANDREA

LETTERIO giusta procura in calce al controricorso;

COINVEST SRL (OMISSIS), in persona del suo amministratore pro-tempore

G.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ELEONORA

D’ARBOREA 38, presso lo studio dell’avvocato PAOLO TANZI,

rappresentata e difesa dall’avvocato PIETRO CAMI giusta procura in

calce al controricorso;

– controricorrenti –

e contro

F.A., + ALTRI OMESSI

– intimati –

avverso la sentenza n. 478/2010 della CORTE D’APPELLO di MESSINA,

depositata il 27/08/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

16/11/2016 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;

udito l’Avvocato LETTERIO D’ANDREA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ROSARIO GIOVANNI che ha concluso per l’inammissibilità del RUSSO

controricorso CO.INVEST (cass. sent. 16802/07); insussistenza del

ricorso D.; rigetto del ricorso principale.

Fatto

FATTI DELLA CAUSA

1. R.S. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del 27 agosto 2010 della Corte d’Appello di Catania.

Il ricorso è stato proposto contro F.A., + ALTRI OMESSI

2. Con la sentenza impugnata la corte etnea ha rigettato sia l’appello del R. sia quello del D. avverso la sentenza del 2004, con cui il Tribunale di Messina aveva provveduto, previa riunione, su due giudizi inter partes.

2.1. Il primo di essi originava da un’opposizione, proposta dai F., dalle B. e dalla Z., contro un decreto ingiuntivo, ottenuto nel 1998 dal D. per il pagamento di una somma, a suo dire dovutagli per corrispettivo di prestazioni professionali, svolte nella qualità di ingegnere, in relazione al progetto di costruzione di un edificio. In tale giudizio veniva chiamato in causa dagli opponenti il R., nel presupposto che fosse il vero debitore della somma, quale promissario acquirente del terreno su cui avrebbe dovuto realizzarsi l’immobile progettato dal D.. Inoltre, interveniva volontariamente la s.r.l. CO.INVEST, qualificandosi acquirente dell’immobile e cessionaria delle ragioni vantate sia dagli opponenti sia dal R., in dipendenza da una pretesa cattiva esecuzione del rapporto di prestazione d’opera professionale da parte del D..

2.1. Il secondo giudizio era stato invece introdotto nel settembre dal 2000, davanti allo stesso tribunale mamertino, dal R. contro il D., per ottenere il risarcimento dei danni sofferti, a suo dire, in dipendenza dell’ineseguibilità del progetto predisposto dal medesimo.

3. Il Tribunale di Messina accoglieva l’opposizione al decreto ingiuntivo e rigettava la domanda del R. dando rilievo ad una intervenuta transazione per la definizione della controversia.

La Corte territoriale, investita dell’appello principale del R. e di quello incidentale del D., li rigettava entrambi.

4. Avverso il ricorso del R. ha resistito con controricorso il D., mentre la CO.INVEST ha notificato controricorso adesivo al ricorso.

5. La trattazione del ricorso venne fissata per l’udienza dell’11 febbraio 2015, ma il Collegio accolse una richiesta di rinvio, motivata da impedimento del difensore del ricorrente.

6. Parte ricorrente ha depositato memoria tramite nuovo difensore, costituitosi con procura notarile, a seguito di rinuncia al mandato da parte del precedente.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorso risulta proposto tempestivamente, cioè l’ultimo giorno utile, tenuto conto che il termine c.d. lungo annuale iniziò a decorrere dal 15 settembre 2010, in ragione della sospensione feriale operante fino a quella data e considerato che all’anno decorrente da essa vanno aggiunti i quarantasei giorni di sospensione fra il 1 agosto 2011 e il 15 settembre 2011, il che portava il termine a scadere il 31 ottobre 2011, data della notificazione.

2. Con il primo motivo di ricorso si deduce “vizio di omessa pronuncia che determina la nullità della sentenza, ex art. 360 c.p.c., n. 4 e/o omessa e/o insufficiente e/o contraddittoria motivazione con violazione dell’art. 360, n. 5 e/o dell’art. 360 c.p.c., n. 3”.

Vi si lamenta innanzitutto la violazione dell’art. 112 c.p.c., perchè la sentenza impugnata non avrebbe pronunciato sulla domanda di risarcimento del danno per l’ineseguibilità del progetto, che il R. aveva formulato “sia nel giudizio di I grado, che nel giudizio di 2^ grado”. Si sostiene che non avrebbe rilevanza, del resto “quanto dedotto dal giudicante in ordine alla natura della transazione ed alla sua efficacia, considerato che in detto atto mai il R. (avrebbe) rinunzia(to) al proprio diritto al risarcimento del danno”, così sostanzialmente adombrando – ancorchè non lo si dica – che la domanda risarcitoria non poteva considerarsi implicitamente rigettata in ragione della valutazione fatta riguardo alla transazione.

Si assume, poi, che essendo del tutto omessa la motivazione, si configurerebbe anche il vizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

2.1. Il motivo è inammissibile.

2.1.1. Lo è per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, atteso che nella prima prospettazione, quella di omessa pronuncia sulla domanda, si fonda sulla circostanza che era stata introdotta una domanda risarcitoria in primo grado e che essa era stata riproposta in appello:

a) ma, non solo non vi si identificano i termini di questa domanda, indicando in quale atto era stata proposta in primo grado ed in particolare se si trattasse di una domanda introdotta nella difesa svolta contro la chiamata in causa nel primo dei due giudizi riuniti oppure con la domanda separatamente proposta nel 2000, cui si accenna nell’esposizione del fatto;

b) ma, inoltre, non se ne riproduce il contenuto nè direttamente nè indirettamente, indicando in quale parte dell’atto relativo troverebbe rispondenza l’indiretta riproduzione;

c) ed ancora non si riferisce se ed in che termini vi fu decisione sulla non meglio identificata domanda da parte del primo giudice;

d) ed in fine e soprattutto si omette di riprodurre direttamente od indirettamente, indicando la parte dell’atto corrispondente, il tenore della riproposizione della domanda in appello ed il modo di essa, sicchè la Corte non è messa in grado, oltre che di percepire i fatti integratori del motivo, di sapere dove dovrebbe verificarli.

Ne emerge la violazione dell’onere di indicazione specifica degli atti processuali su cui il ricorso si fonda, nei termini richiesti da consolidata giurisprudenza della Corte (a partire da Cass. (ord.) n. 22303 del 2008 e Cass. sez. un. n. 28547 del 2008, proseguendo con Cass. sez. un. n. 7161 del 2010 e, proprio per gli atti processuali, ex multis, con Cass. sez. un. n. 22726 del 2011.

2.1.2. La censura ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006), oltre ad impingere nella stessa valutazione di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, questa volta riferita anche alla transazione (della quale non si riproducono nè direttamente nè indirettamente i contenuti, rilevanti per fondare la prospettazione e nemmeno si indica se e dove sarebbe esaminabile in questa sede) ed a non meglio identificati documenti, è anche in manifesta contraddizione con quella di omessa pronuncia (Cass. n. 5444 del 2006, ex multis).

2.1.3. L’illustrazione del motivo, peraltro, è del tutto carente di specificità, sicchè esso risulta inammissibile anche alla stregua di Cass. n. 4741 del 2005 (seguita da numerose conformi).

3. Con il secondo motivo si prospetta “violazione e falsa applicazione dell’art. 360, n. 3 e/o n. 5 – Nullità della transazione per presupposizione e/o per mancato avversamente di condizioni. Violazione dell’art. 1175, 1375, 1325, 1337, 1366, 1467, 1965 e ss.”.

Con il terzo motivo si denuncia “violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3 in particolare dell’art. 1429, comma 1, n. 4 annullabilità della transazione per errore”.

Con il quarto motivo si fa valere “violazione dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4 – violazione dell’art. 1971 c.c. e/o dell’art. 112 c.p.c..

Tutti e tre i motivi, che discutono la valutazione fatta dalla sentenza impugnata quanto all’efficacia della transazione, si fondano sul contenuto di essa, ma, poichè si omette nuovamente di riprodurre in via diretta od in via indiretta i suoi contenuti, nel secondo caso precisando la parte dell’atto in cui l’indiretta riproduzione troverebbe corrispondenza, e poichè, gradatamente, nemmeno si indica ove la transazione sarebbe esaminabile in questa sede, appare palese la loro inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6.

Il terzo motivo si fonda anche, oltre che sulla transazione, sul contenuto della c.t.u. di primo grado (nemmeno identificata, ma, evidentemente, individuabile in quella che nell’esposizione del fatto si dice esperita in uno dei due giudizi riuniti), riproducendone alcuni brani, e di non meglio identificati documenti sottoscritti da quelli che si dicono altri tecnici, ma, ferma la decisività dell’inosservanza dell’art. 366, n. 6 quanto alla transazione, nemmeno a proposito di tali atti si dice se e dove sarebbero esaminabili in questa sede e nemmeno – lo si nota ad abundantiam – si dice di voler fare riferimento all’eventuale presenza della c.t.u., quale atto processuale, nel fascicolo d’ufficio (come ammette Cass. sez. un. n. 22726 del 2011, citata, al fine di esentare il ricorrente dall’onere di produzione, di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, ma sempre sottolineando l’onere di indicazione specifica per l’osservanza dell’art. 366, n. 6 che, dunque, supponeva l’espressa indicazione della presenza della c.t.u. nel fascicolo d’ufficio del giudice d’appello).

Il quarto motivo è anche del tutto generico ed assertorio, constando la sua illustrazione di sole quattro righe, sicchè impinge in inammissibilità alla stregua della citata Cass. n. 4741 del 2005.

4. L’inammissibilità di tutti i motivi conduce all’inammissibilità del ricorso.

5. Le spese debbono liquidarsi soltanto a favore del D., atteso che l’altra resistente ha aderito al ricorso.

La liquidazione è fatta in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55 del 2014.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione al resistente D. delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in euro dodicimiladuecento, di cui duecento per esborsi, oltre spese generali ed accessori come per legge. Nulla per le spese nel rapporto fra ricorrente ed s.r.l. CO.INVEST.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 16 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 7 febbraio 2017

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