Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31188 del 03/12/2018

Cassazione civile sez. I, 03/12/2018, (ud. 26/09/2018, dep. 03/12/2018), n.31188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE CHIARA Carlo – Presidente –

Dott. MERCOLINO Guido – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – rel. Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25691/2013 proposto da:

D.C., elettivamente domiciliato in Roma, Via Sicilia n.66,

presso lo studio dell’avvocato Altieri Roberto, che lo rappresenta e

difende unitamente all’avvocato Cutarelli Daniela, giusta procura in

calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

Fallimento (OMISSIS) S.r.l.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 531/2013 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

depositata il 24/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

26/09/2018 dal cons. TERRUSI FRANCESCO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Rilevato che:

D.C., dottore commercialista, propose opposizione al passivo del fallimento di (OMISSIS) s.r.l., chiedendo che il proprio credito per rivalsa dell’Iva su prestazioni professionali fosse ammesso in prededuzione per l’ammontare risultante dalla notula da emettersi in relazione all’importo utilmente collocato in sede di riparto;

l’opposizione fu rigettata dall’adito tribunale di Cagliari e la sentenza è stata confermata dalla locale corte d’appello, previo richiamo dell’orientamento giurisprudenziale che notoriamente esclude, in simile evenienza, che il credito possa atteggiarsi come credito di massa;

D. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da un solo motivo;

la curatela non ha svolto difese.

Considerato che:

deducendo la violazione o falsa applicazione D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 18 e 19, il ricorrente sostiene che l’orientamento giurisprudenziale che nega la prededuzione del credito Iva si porrebbe in contrasto coi principi comunitari di neutralità e di effettività dell’Iva come costantemente interpretati in sede comunitaria, poichè avrebbe l’effetto di trasformare il professionista in un contribuente di fatto; il professionista infatti, ove non gli fosse corrisposto l’importo dell’Iva indicato in fattura, sarebbe comunque tenuto al versamento dell’imposta all’erario;

il ricorso è infondato;

questa Corte ha più volte affermato che il credito di rivalsa Iva di un professionista che, eseguite prestazioni a favore di imprenditore poi dichiarato fallito, sia stato ammesso per il relativo capitale allo stato passivo in via privilegiata e abbia emesso la fattura per il relativo compenso a seguito del pagamento ricevuto in esecuzione di un riparto parziale non è qualificabile come credito di massa, da soddisfare in prededuzione ai sensi della L. Fall., art. 111, comma 1, in quanto la disposizione del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 6, secondo cui le prestazioni di servizi si considerano effettuate all’atto del pagamento del corrispettivo, non pone una regola generale rilevante in ogni campo, ma individua solo il momento in cui l’operazione è assoggettabile a imposta e può essere emessa fattura (in alternativa al momento di prestazione del servizio); invero dal punto di vista civilistico la prestazione professionale conclusasi prima della dichiarazione di fallimento resta l’evento generatore anche del credito di rivalsa Iva, autonomo rispetto al credito per la prestazione ma a esso soggettivamente e funzionalmente connesso; e quel medesimo credito di rivalsa, non essendo sorto verso la gestione fallimentare, come spesa o credito dell’amministrazione, o dall’esercizio provvisorio, può giovarsi del solo privilegio speciale di cui all’art. 2758 c.c., comma 2, nel caso in cui sussistano beni – che il creditore ha l’onere di indicare in sede di domanda di ammissione al passivo – su cui esercitare la causa di prelazione (cfr. in sequenza Cass. 15690-08, Cass. n. 3582-11, Cass. n. 8222-11, Cass. n. 13771-15, Cass. n. 1034-17);

in nessun modo gli argomenti spesi dall’odierno ricorrente si palesano idonei a un mutamento di giurisprudenza, essendo essi riferibili a principi – quale in particolare quello di neutralità fiscale dell’Iva – che attengono al sistema di contabilizzazione e di riscossione dell’imposta da parte dell’erario, e che niente aggiungono alla dimensione del diritto concorsuale;

il compenso del professionista è, quanto al regime dell’Iva, soggetto all’imposta in relazione al fatto generatore del tributo, da identificare, proprio alla luce del diritto comunitario e del principio di neutralità fiscale, con l’espletamento dell’operazione (cfr. risolutivamente Cass. Sez. U n. 8059-16, anche in relazione a Corte giust., 19 dicembre 2012, in causa C549/11, relativamente alla prestazione di servizi);

la dianzi affermata regola di neutralità, alla quale è pur collegato il sistema della rivalsa, non induce a ritenere, in materia concorsuale, un’inesistente prededuzione quanto all’afferente credito, atteso che la prededuzione non è in tal senso contemplata dalla legge (L. Fall., art. 111) nè si palesa correlabile al fatto generatore della pretesa.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Prima Civile, il 26 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 3 dicembre 2018

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA