Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31107 del 28/12/2017


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Cassazione civile, sez. un., 28/12/2017, (ud. 20/12/2016, dep.28/12/2017),  n. 31107

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. – In esito ad indagini penali svolte dalla Procura della Repubblica di Milano, che avevano portato ad accertare l’avvenuta realizzazione, ad opera del Procuratore della Repubblica di Pinerolo Dott. Ma.Gi., di una sistematica attività delittuosa consistita nel conferimento di incarichi per l’espletamento di inutili consulenze tecniche fiscali sulle società di capitale della zona in difetto di qualsiasi presupposto ed al solo scopo di percepire dai consulenti una frazione dei compensi professionali da lui stesso liquidati, si instaurarono procedimenti penali (otre che nei confronti del Ma. e del dirigente della segreteria) anche nei confronti dei numerosi dottori commercialisti che avevano svolto gli incarichi collegiali di consulenza nella partecipe consapevolezza della inutilità cui s’è accennato, percependo negli anni tra il 2000 ed il 2005, complessivamente, circa sedici milioni di Euro (e restituendone il 20% a persona che provvedeva poi a consegnare la metà dell’importo al Ma.).

I procedimenti si esaurirono o con l’applicazione concordata della pena o con condanna pronunciata a seguito di rito abbreviato per i reati di associazione a delinquere (commessi da alcuni), di corruzione e di truffa aggravata ai danni dello Stato.

2.- Promossa, per quanto in questa sede rileva, azione di responsabilità dalla Procura Regionale innanzi alla Sezione giurisdizionale per il Piemonte nei confronti, tra gli altri, di S.G., F.A., M.C. e R.M., ed eccepito il difetto di giurisdizione della Corte dei Conti da parte dei convenuti, il Procuratore Regionale della Corte di Conti per il Piemonte propose ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione chiedendo l’affermazione della giurisdizione della Corte dei Conti.

3. – Queste Sezioni Unite, con ordinanza n. 11 del 2012, dichiararono la giurisdizione del giudice contabile.

4. – Riassunto il giudizio, la Sezione giurisdizionale regionale condannò a titolo di dolo, F.A., in solido con Ma.Gi. e L.A., al pagamento di Euro 971.724,15; R.M., sempre in solido con il Ma. e il L., al pagamento di Euro 902.258,05; M.C., in solido con Ma. e L., al pagamento della somma di Euro 867.007,43; S.G., in solido con Ma. e L., al pagamento della somma di Euro 348.439,16.

5. – Avverso questa decisione, F., M. e R. proposero appello, deducendo, tra l’altro, l’avvenuto ristoro del danno a seguito di transazione e versamento complessivo di Euro 820.000,00, di cui 400.000 versati a seguito di accordo transattivo con l’Avvocatura generale dello Stato e 420.000,00 Euro confiscati dalla Procura penale, e sostenendo che sia l’importo della confisca sia la somma corrisposta alla Presidenza del Consiglio dei ministri, avrebbero dovuto essere sottratti all’ammontare del risarcimento.

Propose appello altresì S.G. la quale, premesso che in sede penale era già stata condannata a pagare quanto accertato a titolo di confisca obbligatoria per la medesima condotta e il medesimo fatto illecito, dedusse, tra l’altro, la improponibilità dell’azione di responsabilità dinnanzi alla Corte dei conti, stante il divieto di bis in idem, sussistendo un giudicato penale con conseguenze civili esecutive sul suo patrimonio.

6. – La Sezione 1^ giurisdizionale centrale di appello della Corte dei conti, con la sentenza qui impugnata, ha rigettato tutti gli appelli.

Per quanto in questa sede ancora rileva, con riferimento alle riferite censure proposte da F., M. e R., la Sezione centrale di appello, premesso che l’entità del pregiudizio da risarcire poteva essere determinata solo all’esito del giudizio e che la stessa operazione transattiva lasciava presumere che il danno, riferito a più fattispecie, ammontasse a cifre superiori, ha ritenuto che la sola titolare dell’azione di responsabilità amministrativo-contabile fosse la Procura regionale, essendo la detta azione posta a tutela dell’interesse generale alla conservazione e alla corretta gestione dei beni e dei mezzi economici pubblici, e cioè di un interesse indisponibile, neanche dall’amministrazione lesa, non potendo promuovere la relativa azione, nè potendo rinunciarvi. Anche una transazione operata dall’amministrazione, dunque, non poteva in alcun modo inibire il potere del giudice contabile di pronunciarsi sul risarcimento.

Quanto alla posizione della S., la quale unitamente ad altri appellanti aveva ravvisato la violazione del divieto di bis in idem per avere il giudice penale già disposto la confisca per equivalente a loro carico, la Corte dei conti rilevava che non sussisteva alcuna preclusione all’esercizio della giurisdizione penale e di quella contabile, trattandosi di giurisdizioni preposte al perseguimento di finalità diverse, pur se i fatti materiali dei quali le dette giurisdizioni debbano conoscere siano i medesimi. Con particolare riferimento, poi, alla questione della confisca, la Corte rilevava che il relativo procedimento non si era ancora concluso e che, comunque, la confisca, avendo ad oggetto l’equivalente monetario del profitto conseguito dai reati, aveva una funzione essenzialmente sanzionatoria: il che consentiva di escludere che l’ammontare della stessa costituisse un risarcimento per l’amministrazione danneggiata.

Quanto alla pretesa per cui l’esercizio dell’azione civile in sede penale avrebbe precluso l’esercizio dell’azione da parte della procura contabile, con il conseguente ristoro ottenuto in quella sede per effetto della transazione intercorsa con l’avvocatura generale dello Stato – questione, questa, rilevante per la posizione degli appellanti F., M. e R. – la Corte dei conti rilevava che nessuna preclusione era predicabile, atteso che la giurisdizione amministrativo-contabile tutela il diritto oggettivo, ossia l’interesse dell’Ordinamento alla conservazione e alla corretta gestione dei mezzi economici dell’attività amministrativa, e che la relativa azione della procura contabile non era nè disponibile nè rinunciabile. Un simile effetto si sarebbe potuto verificare, precisava la Corte dei conti, nel solo caso in cui si fosse formato un giudicato non solo sull’an, ma anche sul quantum e in cui vi fosse stata la liquidazione del danno con reintegrazione completa delle ragioni dell’erario: in tale caso, infatti, la pronuncia avrebbe potuto avere effetti sull’azione della procura contabile, venendo venire meno l’interesse di quest’ultima, la quale non potrebbe che pervenire ad un risultato già conseguito, e cioè alla formazione di un titolo esecutivo del quale l’amministrazione era già in possesso.

7. – Avverso questa sentenza hanno proposto distinti ricorsi per cassazione S.G., sulla base di un motivo, e F.A., M.C. e R.M., del pari sulla base di un motivo.

Il Procuratore generale presso la Corte dei conti ha resistito ad entrambi i ricorsi con distinti controricorsi.

Le parti ricorrenti hanno depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. – Deve essere preliminarmente disposta la riunione del ricorso iscritto al R.G. n. 17124 del 2015 a quello iscritto al n. 11665 del 2015, trattandosi di ricorsi proposti avverso la medesima sentenza (art. 335 c.p.c..).

2. – Con l’unico motivo di ricorso, S.G. deduce “eccesso assoluto di potere giurisdizionale: violazione dei limiti esterni della giurisdizione della Corte dei conti. Difetto assoluto di giurisdizione della Corte dei conti, rientrando la controversia nelle attribuzioni del giudice ordinario, stante il giudicato di accertamento e di liquidazione delle somme di denaro da restituire all’Erario. Violazione del principio ne bis in idem, cui all’art. 4 del Protocollo n. 7 della CEDU nella interpretazione della Corte di Strasburgo. Illegittimità costituzionale del R.D. n. 2440 del 1923, art. 81; R.D. n. 1214 del 1934, art. 52 e L. n. 20 del 1994, art. 1 azionate dalla Procura Generale della Corte dei conti e applicate dalla Corte dei conti – Sezione Prima Giurisdizionale Centrale di Appello, in contrasto con l’art. 4 del Protocollo n. 7 della CEDU, che vieta la doppia persecuzione per lo stesso fatto, e con l’art. 117 Cost., comma 1, in ipotesi in cui altro giudice abbia accertato e liquidato con sentenza passata in giudicato quanto spetta all’erario, stante la medesimezza della condotta illecita e del conseguente danno pubblico, in relazione ai parametri costituzionali dell’art. 3 Cost., art. 97 Cost., art. 103 Cost., comma 2, e art. 111 Cost., comma 1”.

La ricorrente si duole del fatto che la Corte dei conti non abbia in alcun modo considerato la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo resa nel caso Grande Stevens contro Italia, debitamente prodotta in giudizio, e che non abbia quindi esaminato i profili di illegittimità costituzionale derivanti dai principi in quella decisione enunciati e ripresi da questa Corte nell’ordinanza n. 950 del 2015, in cui si è rilevato come al fine di stabilire se i fatti su cui si è formato il giudicato sono da considerarsi i medesimi per i quali si procede in altro giudizio, occorre aver riguardo non al fatto inteso in senso giuridico, ma al fatto in senso storico naturalistico, ossia alla fattispecie concreta oggetto dei due giudizi e come il presupposto al quale è collegata l’efficacia preclusiva di un nuovo giudizio sullo stesso fatto storico sia costituito dal passaggio in giudicato del provvedimento che definisce uno dei due procedimenti riconducibili alla materia penale.

Nella specie, osserva la ricorrente, il fatto storico consiste nello svolgimento da parte sua di 34 consulenze commissionate dalla Procura della Repubblica di Pinerolo, senza effettive necessità di indagine, nella consapevolezza della illiceità degli incarichi; e per tale condotta il giudice penale, con sentenza passata in giudicato l’8 luglio 2011, ha applicato la pena di anni uno di reclusione e ha disposto la confisca di beni mobili, immobili e crediti fino all’ammontare di Euro 191.641,00, disponendo altresì la restituzione da parte di essa ricorrente alto Stato della somma di Euro 191.641,00, pari a quanto illecitamente percepito. Per la medesima condotta – osserva la ricorrente – il giudice contabile la ha invece condannata al pagamento della somma di Euro 348.439,16, pari a quanto illecitamente percepito al lordo dei tributi di legge e degli oneri previdenziali. Tale seconda pronuncia violerebbe, quindi, in modo evidente il divieto di bis in idem di cui all’art. 4 del Protocollo 7 della CEDU, che assicura il diritto del privato a non essere perseguito o giudicato due volte per la stessa condotta; con la precisazione che a tali fini ciò che rileverebbe non è la natura afflittiva o risarcitoria dei provvedimenti giudiziari ovvero la finalità preventiva e sanzionatoria della confisca diversa dalla finalità restitutoria della condanna risarcitoria, ma soltanto il bene della vita e l’interesse perseguito. Entrambe le misure sono dirette a tutelare il creditore, e cioè l’erario, in relazione alla medesima ragione di credito dipendente dalla medesima condotta illecita.

Ad avviso della ricorrente, il principio del ne bis in idem dovrebbe allargarsi anche ai rapporti tra processi e quindi tra giurisdizioni, sicchè la sentenza impugnata sarebbe erronea. Ove poi non dovesse pervenirsi a tale soluzione, si renderebbe necessaria la proposizione di una questione di legittimità costituzionale delle disposizioni indicate in epigrafe.

In conclusione, osserva la ricorrente, sussisterebbe il denunciato difetto di giurisdizione della Corte dei conti in quanto, dopo in giudicato penale di accertamento e liquidazione a titolo di confisca di somme dí denaro, l’avvio, la prosecuzione e la conclusione di un processo di responsabilità amministrativa per gli stessi fatti e per il medesimo danno pubblico, viola il principio del ne bis in idem, dovendo “la sentenza impugnata della Corte dei conti considerarsi a tutti gli effetti equiparabile a quella penale in punto confisca, in corrispondenza della sua natura sostanzialmente restitutoria prevalente sulla forma solo nominalmente sanzionatoria”.

3. – Con il proprio ricorso i ricorrenti F., M. e R. denunciano “Violazione di legge, con riferimento agli artt. 111 e 117 Cost., art. 6 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, art. 4 del protocollo n. 7 allegato alla Convenzione (…), artt. 1321,1372,1965 e 2909 c.c., art. 649 c.p.p., con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 1 e art. 111 Cost.”, sostenendo che la sentenza impugnata sarebbe affetta da difetto assoluto di giurisdizione e da eccesso di potere giurisdizionale.

I ricorrenti ricordano che nel giudizio penale era stata perfezionata una transazione con l’Avvocatura distrettuale dello Stato di Milano per il risarcimento integrale dei danni subiti dall’amministrazione statale, e per essa anche dal Ministero della giustizia, con riferimento alle consulenze affidate dal Procuratore della Repubblica di Pinerolo dal 1997 al 2006, e che per effetto di tale transazione l’avvocatura aveva rinunciato alla costituzione di parte civile nel giudizio penale ed era stata pronunciata sentenza di patteggiamento, nella quale si dava atto della mancata pronuncia sull’azione civile proprio perchè su questa era intervenuta rinuncia. Quindi, premesso che il risarcimento del danno convenuto in sede penale era integrale, i ricorrenti sostengono che la Corte dei conti non avrebbe compreso che, nella specie, non era in discussione il fatto che la procura contabile sia l’unico soggetto legittimato ad esercitare l’azione avanti alla Corte dei conti, ma la possibilità per il Procuratore regionale di procedere come se non fossero stati celebrati altri giudizi o non fossero intervenuti specifici accordi tra l’amministrazione danneggiata e il soggetto danneggiante.

In particolare, ricorrenti evidenziano che l’art. 43 del regolamento di procedura n. 1038 del 1933 prevede al primo comma che il giudizio di responsabilità per danni cagionati allo Stato è istituito ad istanza del Procuratore generale presso la Corte dei conti e, al secondo comma, che l’istanza è proposta su denuncia dell’amministrazione o ad iniziativa del Procuratore generale: e, nella specie, la detta iniziativa dell’amministrazione si è concretizzata con la costituzione di parte civile nel giudizio penale e poi con la definizione di un accordo contrattuale per l’integrale risarcimento del danno. Il Procuratore regionale non avrebbe pertanto potuto attivare l’azione di responsabilità perchè l’amministrazione, nell’interesse della quale egli ha agito, aveva già disciplinato in modo definitivo il rapporto con i ricorrenti con riferimento alla medesima vicenda. Il fatto, poi, che tale contratto sia stato recepito nella sentenza penale di patteggiamento comportava che sulla questione del risarcimento fosse intervenuta una sentenza definitiva, sicchè la successiva pronuncia della Corte dei conti dovrebbe intendersi come resa in carenza di giurisdizione.

Difetto di giurisdizione che discende altresì dalla operatività della CEDU e dal divieto di un secondo procedimento di contenuto afflittivo quando ne sia già stato celebrato uno (sentenza CEDU 4 marzo 2014 sul ricorso n. 18640/2010). E che il procedimento dinnanzi alla Corte dei conti abbia un contenuto afflittivo non parrebbe dubbio, trattandosi di giudizio di iniziativa pubblica che, come riconosciuto dalla stessa sentenza impugnata, prescinde dagli accordi tra le parti. La celebrazione di un secondo giudizio, poi, oltre a violare il divieto di bis in idem, violerebbe l’art. 111 Cost. che, prevedendo il principio della parità delle armi nel processo, impone a ciascuno dei soggetti di comportarsi secondo buona fede e rispettando il principio dell’affidamento.

4. – Entrambi i ricorsi sono inammissibili.

Il ricorso per cassazione contro le decisioni (del Consiglio di Stato e) della Corte dei conti non è incondizionato, perchè è fatta salva la autonomia della giurisdizione (del Consiglio di Stato e) della Corte dei conti, che non comporti il superamento dei limiti esterni della loro giurisdizione. Le decisioni (del Consiglio di Stato e) della Corte dei conti, infatti, possono essere impugnate in Cassazione solo per motivi inerenti alla giurisdizione: art. 362 c.p.c., e art. 111 Cost., comma 8, e ora anche art. 207 Codice della giustizia contabile approvato con D.Lgs. 26 agosto 2016, n. 174). Con riferimento alla Corte dei conti, ineriscono alla giurisdizione, tra l’altro, il cosiddetto eccesso di potere giurisdizionale, per avere la Corte esercitato la propria giurisdizione nella sfera riservata al legislatore o alla discrezionalità amministrativa della pubblica amministrazione e l’esplicazione della giurisdizione in materia attribuita a quella ordinaria o ad altra giurisdizione speciale (cfr. Cass. sez. un., 19 febbraio 2004, n. 3349). La cassazione delle decisioni della Corte dei conti, quindi, non può essere chiesta per violazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3) o di norme che regolano il processo davanti a sè o ne disciplinano i poteri (art. 360, n. 4, cod. proc. civ.) (Cass. sez. un. 21 giugno 2010, n. 14890; Cass. sez. un., 12 novembre 2003, n. 1704, Cass. sez. un., 6 giugno 2003, n. 9073).

Deriva da quanto precede, in base alla giurisprudenza più che consolidata di queste Sezioni Unite, che il sindacato delle Sezioni Unite della Corte di cassazione sulle decisioni della Corte dei conti in sede giurisdizionale è circoscritto al controllo dei limiti esterni della giurisdizione di detto giudice, e in concreto all’accertamento di vizi che attengano all’essenza della funzione giurisdizionale e non al modo del suo esercizio, talchè rientrano nei limiti interni della giurisdizione, estranei al sindacato consentito, eventuali errori in iudicando o in procedendo (Cass., sez. un., 8 marzo 2005, n. 4956; Cass., sez. un., 11 luglio 2007, n. 15461; Cass., sez. un., 16 dicembre 2008, n. 29348; Cass., sez. un., 21 giugno 2010, n. 14890, cit.; Cass., sez. un., 9 giugno 2011, n. 12539).

4.1. – E’ principio altrettanto consolidato nella giurisprudenza di queste Sezioni Unite quello per cui, “in tema di responsabilità erariale, la giurisdizione civile e quella penale, da un lato, e la giurisdizione contabile, dall’altro, sono reciprocamente indipendenti nei loro profili istituzionali, anche quando investono un medesimo fatto materiale, e l’eventuale interferenza che può determinarsi tra i relativi giudizi pone esclusivamente un problema di proponibilità dell’azione di responsabilità da far valere davanti alla Corte dei conti, senza dar luogo ad una questione di giurisdizione” (Cass., sez. un., 28 novembre 2013, n. 26582; Cass., sez. un., 4 gennaio 2012, n. 11, resa in sede di regolamento di giurisdizione nel presente procedimento).

Sulla base di tale principio e in una ipotesi di esercizio della giurisdizione contabile sul medesimo fatto per il quale era stata esercitata la giurisdizione penale, Cass., sez. un., 21 maggio 2014, n. 11229 ha ritenuto che la dedotta incoerenza tra l’avvenuto proscioglimento in sede penale e l’affermata sussistenza della responsabilità erariale in relazione alla medesima condotta non integra una questione esorbitante dai limiti interni alla giurisdizione del giudice contabile.

4.2. – Alla luce di tali sostanzialmente univoci orientamenti, deve dunque escludersi che nel caso di specie, la lamentata violazione del principio ne bis in idem possa dare luogo ad un “motivo inerente alla giurisdizione”, e cioè all’unico rimedio esperibile dinnanzi a queste Sezioni Unite avverso le decisioni della Corte dei conti.

In primo luogo, deve rilevarsi che sulla sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti nella presente controversia non può dubitarsi dopo che queste Sezioni Unite, con la citata ordinanza n. 11 del 2012, hanno affermato, in sede di regolamento di giurisdizione, la sussistenza della giurisdizione della Corte dei conti n relazione alla pretesa azionata dalla Procura regionale del Piemonte. La domanda volta ad ottenere l’accertamento di un danno erariale e la condanna dei convenuti al pagamento del danno accertato non eccede certamente dall’ambito della giurisdizione contabile, una volta che sia stata accertata la sussistenza di un rapporto di servizio tra il consulente tecnico del pubblico ministero e l’amministrazione statale della giustizia.

Trova, infatti, applicazione il principio per cui “la giurisdizione contabile dichiarata in sede di regolamento preventivo sulla base della prospettazione di un rapporto di servizio non può essere contestata con ricorso in Cassazione avverso la decisione di merito della Corte dei conti, neppure sull’assunto che questa non abbia accertato l’effettiva esistenza di quel rapporto, giacchè la statuizione ex art. 41 c.p.c. costituisce giudicato con efficacia vincolante nel processo all’interno del quale è domandata” (Cass., sez. un., 2 luglio 2015, n. 13657; Cass., sez. un., 29 marzo 2013, n. 7930).

4.3. – D’altra parte, e con specifico riferimento alle doglianze proposte da S.G., la questione del divieto di bis in idem, rispetto alla sentenza penale che aveva applicato la misura di sicurezza della confisca, passata in giudicato l’8 luglio 2011, quale limite esterno alla giurisdizione della Corte dei conti era già stata dedotta in quel procedimento e questa Corte ha, appunto, affermato, con efficacia di giudicato nel presente giudizio, che “giurisdizione penale e civile, da un lato, e giurisdizione contabile dall’altro sono reciprocamente indipendenti nei loro profili istituzionali, anche quando investono un medesimo fatto materiale, e l’eventuale interferenza che può determinarsi tra tali giudizi pone esclusivamente un problema di proponibilità dell’azione di responsabilità davanti alla Corte dei conti, senza dar luogo a questione di giurisdizione”.

Analogamente, al momento della decisione adottata da queste Sezioni Unite sul regolamento preventivo di giurisdizione, la posizione dei ricorrenti F., M. e R. era stata definita in sede penale con sentenza ai sensi dell’art. 444 c.p.c. e con l’affermazione della intervenuta rinuncia alla costituzione di parte civile dell’amministrazione della giustizia (per effetto della intervenuta transazione con l’avvocatura distrettuale dello Stato di Milano). Correttamente, dunque, la sentenza impugnata ha fatto riferimento al principio affermato da queste Sezioni Unite nella ordinanza 31 maggio 1991, n. 369, secondo cui, “con riguardo a pronuncia della Corte dei Conti in materia di responsabilità contabile, il ricorso alle Sezioni Unite della Suprema Corte, che sia rivolto a denunciare, come ragione preclusiva dell’affermazione di detta responsabilità, la circostanza che la Pubblica amministrazione, costituendosi parte civile in sede penale, abbia chiesto ed ottenuto sentenza definitiva di condanna al risarcimento dei danni per il medesimo fatto, deve essere dichiarato inammissibile, considerato che tale questione non attiene alla sussistenza della giurisdizione della Corte dei Conti, ma alla proponibilità dinanzi ad essa dell’azione di responsabilità, e, quindi, si traduce nella deduzione di un errore in iudicando, esorbitante dalle previsioni degli artt. 111 Cost. e art. 362 c.p.c.” (Cass., sez. un., 21 maggio 1991, n. 369). Principio, questo, sostanzialmente ribadito da Cass., sez. un., 23 novembre 1999, n. 8222, la quale ha affermato che “poichè le sentenze della Corte dei Conti sono impugnabili in Cassazione soltanto per motivi inerenti alla giurisdizione, in relazione ai limiti esterni delle attribuzioni giurisdizionali di detto giudice, deve dichiararsi inammissibile un ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione, il quale, con riferimento ad un giudizio in materia di responsabilità contabile pendente avanti alla Corte dei Conti, deduca – invocando la norma dell’art. 539 c.p.p., comma 1, secondo la quale il giudice penale, nell’ipotesi di condanna generica ai danni “rimette le parti davanti al giudice civile” – che la giurisdizione di quel giudice sarebbe venuta meno, a seguito dell’intervento, contro i soggetti chiamati a rispondere del danno erariale, di sentenza definitiva di condanna generica al risarcimento dei danni, intervenuta (unitamente alla condanna penale) avanti al giudice penale in dipendenza della costituzione della Pubblica Amministrazione come parte civile nel processo penale intentato contro quei soggetti in relazione ad un reato loro ascritto relativamente ai fatti dedotti avanti al giudice contabile, poichè la suddetta deduzione evidenzia non una questione di giurisdizione ma una questione afferente ai limiti della proponibilità della domanda avanti al giudice contabile (e, quindi, concerne i limiti interni della sua giurisdizione), sotto il profilo dell’esercizio di analoga azione risarcitoria avanti al giudice penale e del conseguente pericolo di violazione del principio del ne bis in idem (che concerne un error in iudicando)”.

In sostanza, si è dunque in presenza di una situazione in cui in questa controversia si è avuta una pronuncia sulla giurisdizione con efficacia di giudicato, laddove le argomentazioni dedotte dai ricorrenti con specifico riferimento alle rispettive posizioni, oltre a risultare precluse dal rilevato giudicato, non pongono neanche in discussione i limiti esterni della giurisdizione contabile, ma unicamente quelli interni, sotto il profilo della proponibilità o della proseguibilità della domanda azionata dalla Procura regionale per effetto di una precedente pronuncia del giudice penale.

Anche se osservata sotto lo spettro della più volte evocata, da parte dei ricorrenti, decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo 4 marzo 2014, nella causa n. 18640 del 2010, e quindi sotto il profilo della dedotta violazione del divieto di bis in idem per effetto dell’avvenuto esercizio dell’azione civile in sede penale, con preteso effetto preclusivo della medesima azione dinnanzi al giudice contabile – medesimezza in ordine alla quale è tuttavia lecito nutrire più di un dubbio (Cass. 14 luglio 2015, n. 14632) – ciò non di meno la questione non cessa di inerire ai limiti interni della giurisdizione, atteso che il giudice successivamente adito, o chiamato comunque a pronunciarsi dopo la formazione del giudicato nell’altro giudizio, non per questo cessa di essere investito della cognizione della causa potendosi solo predicare l’esistenza di un obbligo di tenere conto della esistenza della precedente pronuncia e di trarre, rispetto ad una domanda che certamente rientra nella sua giurisdizione, le conseguenze relative in ordine al tipo di pronuncia da adottare.

4.4. – La rilevata efficacia di giudicato della citata pronuncia esclude altresì che possa assumere rilevanza nel presente giudizio la questione di legittimità costituzionale, prospettata dalla ricorrente S.G., in relazione ai parametri costituzionali degli artt. 3 e 97 Cost., art. 103 Cost., comma 2, e art. 111 Cost., comma 1, nonchè con l’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 4 del Protocollo n. 7 della CEDU, del R.D. n. 2440 del 1923, art. 81, del R.D. n. 1214 del 1934, art. 52 e della L. n. 20 del 1994, art. 1 ove interpretati nel senso che consentirebbero la persecuzione da parte della Procura contabile di un fatto anche nell’ipotesi in cui altro giudice abbia accertato e liquidato con sentenza passata in giudicato quanto spetta all’erario, stante la medesimezza della condotta illecita e del conseguente danno pubblico.

Peraltro, non può non rilevarsi che la questione risulta prospettata sulla base dell’erronea convinzione che la applicazione della confisca in sede penale faccia di per sè sola venire meno la giurisdizione della Corte dei conti, nel mentre ciò che potrebbe verificarsi è solo il venire in essere di un limite alla adozione di una pronuncia di condanna, ma non anche l’esclusione della possibilità per la Procura contabile di esercitare l’azione ad essa spettante dinnanzi al giudice certamente dotato di giurisdizione su quella domanda.

5. – In conclusione, non risultando proposti motivi inerenti la giurisdizione, entrambi i ricorsi devono essere dichiarati inammissibili.

Non vi è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di legittimità, in considerazione della natura di parte in senso solo formale della Procura generale presso la Corte dei conti.

Poichè i ricorsi sono stati notificati dopo il 31 gennaio 2013 e sono dichiarati inammissibili, sussistono i presupposti per il versamento, da parte di entrambe le parti ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte, pronunciando a Sezioni Unite, riuniti i ricorsi, li dichiara inammissibili.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dichiara la sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte di entrambe le parti ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte suprema di cassazione, il 20 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 28 dicembre 2017

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