Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 31079 del 30/11/2018

Cassazione civile sez. lav., 30/11/2018, (ud. 20/09/2018, dep. 30/11/2018), n.31079

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19545-2014 proposto da:

COLUMBUS S.R.L., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, LARGO SOMALIA 67, presso lo

studio dell’avvocato RITA GRADARA, rappresentata e difesa

dall’avvocato PAOLO CENNA, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

FLAI CGIL di Parma, UILA UIL di Parma, in persona dei legali

rappresentanti pro tempore, elettivamente domiciliate in ROMA, VIA

FLAMINIA 195, presso lo studio dell’avvocato SERGIO VACIRCA, che le

rappresenta e difende unitamente all’avvocato LUCIANO GIORGIO

PETRONIO, giusta delega in atti;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 582/2014 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 28/04/2014 R.G.N. 75/2011.

Fatto

RILEVATO

1. che con sentenza n. 582/2014 la Corte di appello di Bologna ha confermato la sentenza di primo grado che aveva respinto la opposizione di Columbus s.r.l. avverso il decreto emesso ai sensi della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 28 con il quale era stata accertata la antisindacalità della condotta posta in essere dalla detta società, condotta consistita nella sospensione delle trattenute sindacali previste dall’art. 12 del C.C.N.L. Industria Alimentare e nel connesso mancato versamento delle relative quote ai sindacati ricorrenti -FLAI- CGIL e UILA-UIL;

2. che per la cassazione della decisione ha proposto ricorso la società sulla base di otto motivi; le intimate FLAI – CGIL di Parma e UILA – UIL di Parma hanno resistito con unico controricorso, illustrato con memoria depositata ai sensi dell’art. 380 -bis.1 c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1. che con il primo motivo di ricorso la società ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1260 e 1269 c.c. censurando la sentenza impugnata per avere configurato quale cessione di credito e non delegazione di pagamento il conferimento da parte dei lavoratori alla parte datoriale dell’onere di provvedere alla trattenuta di quote della retribuzione da devolvere, quale contributo, alla organizzazione sindacale di appartenenza;

2. che con il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 36; sostiene che in coerenza con gli obiettivi del referendum abrogativo dell’anno 1995 (che aveva determinato il venir meno dell’obbligo legale per i datori di lavoro di effettuare la trattenuta sindacale), finalizzato a restituire la disciplina delle contribuzioni sindacali all’autonomia individuale e collettiva, le disposizioni collettive in tema di contribuzione sindacale non si prestavano ad essere interpretate nel senso della configurabilità di una cessione del credito posto che attraverso tale figura contrattuale veniva reintrodotto per il datore di lavoro, quale terzo ceduto, l’obbligo di effettuare la prestazione nei confronti dei ricorrenti;

3. che con il terzo motivo di ricorso deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 2,3,35,39 e 41 Cost., dell’art. 12c.c.n.l. Alimentari Industria in connessione con gli artt. 1360, 1362, 1363 e 1366 c.c.. Sostiene che la indiscriminata applicazione dell’istituto civilistico della cessione del credito, escludendo la partecipazione attiva del datore di lavoro, si pone in contrasto con il principio di correttezza e buona fede da intendersi come specificazione dei doveri imposti dalle norme costituzionali richiamate. Assume che il tenore letterale dell’art. 12 del c.c.n.l. confermava la natura di delegazione di pagamento dell’atto alla base della effettuazione delle trattenute dalla retribuzione e del relativo versamento alle associazioni sindacali e che tale lettura rispondeva all’esigenza di bilanciamento degli interessi nella interpretazione del contratto;

4. che con il quarto motivo deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 39 Cost. anche in connessione con l’art. 12 c.c.n.l. Alimentari Industria; assume che la riconduzione alla figura della cessione del credito dell’obbligo datoriale di effettuare le trattenute sindacali e di procedere al relativo versamento, in quanto implicante la impossibilità di revoca immediata dell’atto di contribuzione senza il consenso dell’organizzazione sindacale beneficiaria, si poneva in contrasto con il principio di libertà sindacale sancito dall’art. 39 Cost.;

5. che con il quinto motivo deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 1325 c.c. in connessione con l’art. 1260 c.c.contestando la riconducibilità alla cessione del credito dell’obbligo datoriale in oggetto sotto il profilo dell’originaria mancanza di causa del negozio di cessione; evidenzia, infatti, che in relazione alle singole quote di retribuzione mensilmente dovute mancava, al momento della cessione, tanto il credito retributivo ceduto quanto il debito per la quota associativa alla cui soddisfazione la cessione era finalizzata;

6. che con il sesto motivo deduce violazione e falsa applicazione del D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180, art. 1 con riferimento alla modifica introdotta dalla L. 30 dicembre 2004, n. 311 e dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, art. 13 bis in tema di disciplina limitativa della cessione della retribuzione, estesa anche alle aziende private, censurando la sentenza impugnata per avere ammesso, in contrasto con il richiamato quadro normativo, la possibilità di cessione di quote della retribuzione al di fuori delle ipotesi ivi consentite con previsione inderogabile;

7. che con il settimo motivo deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 28 cit.. Premesso che l’antisindacabilità della condotta è configurabile solo in presenza di atti e comportamenti del datore di lavoro che si traducono in impedimenti o limitazioni dell’esercizio delle libertà e attività garantite al sindacato con lesione oggettiva di interessi di cui il sindacato è portatore, rappresenta che non tutte le disposizioni di un contratto collettivo hanno un contenuto tale da poterne definire la mancata attuazione come condotte antisindacali; in questa prospettiva assume l’errore del giudice di appello nell’avere conferito valenza antisindacale alla violazione di una clausola contrattuale destinata ad operare esclusivamente sul piano del rapporto individuale tra datore di lavoro e lavoratore e per non avere indicato in che modo fattualmente la condotta della società datrice fosse realmente idonea a limitare la libertà sindacale dell’associazione;

8. che con l’ottavo motivo, svolto in via subordinata, deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 437 c.p.c.censurando la sentenza impugnata per avere ritenuto non valutabile in appello, quale fatto sopravvenuto, la disdetta comunicata dalla Columbus s.r.l. all’Unione Parmense degli Industriali. Contesta che, come ritenuto dal giudice di appello, l’Unione Parmense degli Industriali, non avesse partecipato alla stipulazione del contratto collettivo applicato; assume che, in ogni caso, le disposizioni del contratto collettivo potevano avere efficacia fino alla relativa scadenza, coincidente con il 31.5.2011, per cui alcun obbligo gravava sulla società quanto meno a partire da epoca successiva a tale data; in ordine alla rilevabilità dei fatti sopravvenuti in appello richiama la giurisprudenza in tema di ammissibilità di nuova produzione documentale;

9. che i primi cinque motivi di ricorso, trattati congiuntamente per evidente connessione, sono da respingere;

9.1. che la sentenza impugnata, richiamata la consolidata giurisprudenza di legittimità secondo la quale il referendum del 1995, abrogativo della L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 26, comma 2 e del susseguente D.P.R. 28 luglio 1995, n. 313non ha determinato un divieto di riscossione di quote associative sindacali a mezzo di trattenuta operata dal datore di lavoro, essendo soltanto venuto meno il relativo obbligo legale, sicchè i lavoratori, nell’esercizio della autonomia privata e mediante la cessione del credito in favore del sindacato, possono chiedere al datore di lavoro di trattenere sulla retribuzione i contributi da accreditare al sindacato cui aderiscono (Cass. 02/08/2012 n. 13886; Cass. 10/09/2013 n. 20723), ha ritenuto “del tutto valida, pertanto, per far sorgere il diritto delle Oo.ss. al versamento dei contributi sindacali… la delega di pagamento prevista dall’art. 12 del c.c.n.l., essendo rimesso all’autonomia privata il compito di colmare il “vuoto” conseguente al referendum del 1995″ (v. sentenza pag. 11);

9.2. che la questione della configurabilità, nella, ipotesi concreta, di una cessione di credito o di una delega di pagamento, alla base dei versamenti effettuati in favore delle organizzazioni sindacali ed in seguito sospesi, non risulta, quindi, specificamente affrontata dal giudice di appello il quale ha conferito rilievo dirimente alla circostanza che l’obbligo datoriale all’effettuazione delle trattenute sulla retribuzione dei dipendenti ed ai corrispondenti versamenti alle associazioni sindacali fosse stato negoziato a livello collettivo trovando fondamento nell’art. 12 c.c.n.l. applicabile;

9.3. che, in questa prospettiva, è da ritenere che l’espressione “delega di pagamento” sia stata utilizzata dal giudice di secondo grado in senso atecnico, stante la tendenziale incompatibilità logico giuridica dell’obbligo datoriale di effettuare le trattenute ed i relativi versamenti con l’istituto regolato dall’art. 1269 c.c. che prevede come naturale la possibilità per il delegato di rifiutare l’incarico;

9.4. che, peraltro, la ricostruzione della sentenza impugnata nel senso di un “diritto” delle Organizzazioni sindacali al versamento dei contributi sindacali, con implicita necessaria configurazione di una correlativa posizione di obbligo a carico della parte datoriale, direttamente fondata sulla previsione collettiva, esclude in radice la configurabilità di una cessione del credito che, come noto, si configura quale negozio di trasferimento del credito il quale non richiede la partecipazione negoziale del debitore ceduto nei confronti del quale il trasferimento è destinato a spiegare efficacia;

9.5. che le considerazioni che precedono comportano la inammissibilità dei motivi in esame in quanto parte ricorrente non si confronta direttamente con la decisione del giudice di appello che ha espressamente ritenuto la norma collettiva fonte dell’obbligo a carico della parte datoriale;

9.6. che ulteriori profili di inammissibilità relativi al secondo, al terzo ed al quarto motivo scaturiscono dalla mancata riproduzione, in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 del contenuto dell’art. 12 del c.c.n.l oltre che della mancata indicazione della sede di relativa reperibilità (v. tra le altre, Cass. 11/01/2016 n. 195; Cass. 12/12/2014 n. 26174; Cass. 24/10/2014 n. 22607);

10. che il sesto motivo di ricorso risulta comunque infdndato alla luce della giurisprudenza di questa Corte, alla quale si ritiene di dare continuità, secondo la quale in tema di riscossione di quote associative sindacali dei dipendenti pubblici e privati a mezzo di trattenuta ad opera del datore di lavoro, il D.P.R. 5 gennaio 1950, n. 180, art. 52 come modificato dal D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 13 bis convertito dalla L. 14 maggio 2005, n. 80, nel disciplinare tutte le cessioni di credito da parte dei lavoratori dipendenti, non prevede limitazioni al novero dei cessionari, in ciò differenziandosi da quanto stabilito dall’art. 5 medesimo D.P.R., per le sole ipotesi di cessioni collegate all’erogazione di prestiti. Ne consegue che è legittima la suddetta trattenuta del datore di lavoro, attuativa della cessione del credito in favore delle associazioni sindacali, atteso, altresì, che una differente interpretazione sarebbe incoerente con la finalità legislativa antiusura posta a garanzia del lavoratore che, altrimenti, subirebbe un’irragionevole restrizione della sua autonomia e libertà sindacale (Cass. 17/02/2012 n. 2314; Cass. 10/09/2013 n. 20723);

11. che il settimo motivo di ricorso è inammissibile in quanto, nel dedurre che la clausola collettiva ritenuta violata costituiva clausola destinata ad operare sul piano del rapporto individuale di lavoro con la conseguenza che la relativa violazione non poteva configurare condotta antisindacale, parte ricorrente ne omette la riproduzione, in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., n. 6 per cui valgono le considerazioni espresse al paragrafo 9.6. In ogni caso, le censure articolate, pur in presenza di formale deduzione di errore di diritto, risultano incentrate sulla valutazione di antisindacabilità della condotta; esse investono, quindi, un profilo di merito il quale poteva essere inficiato solo attraverso la deduzione di vizio motivazionale formulata in conformità dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il quale nel testo vigente, applicabile ratione temporis, richiede la denunzia di omesso esame di un fatto di rilevanza decisiva, oggetto di discussione tra le parti, fatto neppure indicato dall’odierno ricorrente;

11.1. che, a prescindere dai richiamati profili di inammissibilità del motivo, la sentenza impugnata, appare, in ogni caso, conforme sul punto al consolidato orientamento di questa Corte secondo il quale il rifiuto del datore di lavoro di effettuare tali versamenti, qualora sia ingiustificato, configura un inadempimento che, oltre a rilevare sul piano civilistico, costituisce anche condotta antisindacale (Cass. 10/9/2013 n. 20723; Cass. 17/02/2012 n. 2314; Cass. 20/04/2011 n. 9049);

12. che l’ottavo motivo di ricorso, svolto in via subordinata, è inammissibile. La sentenza impugnata ha ritenuto con riguardo alla allegazione relativa alla disdetta comunicata dalla Columbus s.r.l. alla Unione Parmense degli Industriali che tale circostanza, quale fatto sopravvenuto, non poteva essere valutato nel giudizio di appello e comunque che la Unione Parmense degli Industriali non risultava avere sottoscritto il contratto collettivo in oggetto. Quest’ultima affermazione, configurante autonoma ratio decidendi, non è stata validamente impugnata dalla parte ricorrente che non ha allegato prima ancora che dimostrato che tale accertamento era frutto dell’omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Tanto è sufficiente a confermare la valutazione di irrilevanza, ai fini di causa, della disdetta intimata;

12.1. che la questione relativa alla data di cessazione del contratto collettivo ed alla sua eventuale ultrattività, non essendo stata affrontata dalla sentenza impugnata doveva essere dedotta in conformità della giurisprudenza di questa Corte secondo la quale qualora una determinata questione giuridica – che implichi accertamenti di fatto – non risulti trattata in alcun modo nella sentenza impugnata, il ricorrente che proponga la suddetta questione in sede di legittimità, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità, per novità della censura, ha l’onere non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione dinanzi al giudice di merito, ma anche, per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di controllare “ex actis” la veridicità di tale asserzione, prima di esaminare nel merito la questione stessa. (v. tra le altre, Cass. 28/01/2013 n. 1435; Cass. 28/07/2008 n. 20518; Cass. 20/10/2006 n. 22540);

13. che al rigetto del ricorso segue la condanna della parte soccombente alle spese di lite.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese di lite che liquida in Euro 5.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori come per legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 20 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2018

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