Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3104 del 09/02/2021

Cassazione civile sez. trib., 09/02/2021, (ud. 20/11/2020, dep. 09/02/2021), n.3104

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DE MASI Oronzo – Presidente –

Dott. LO SARDO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. MONDINI Antonio – Consigliere –

Dott. DELL’ORFANO Antonella – Consigliere –

Dott. D’ORIANO Milena – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 9523/2012 R.G., proposto da:

C.I., rappresentato e difeso dall’Avv. Sergio Nitrato-Izzo,

con studio in Napoli, e dall’Avv. Carlo Nunziante Cesaro, con studio

in Salerno, elettivamente domiciliato presso lo studio legale

Cantillo in Roma, giusta procura in margine al ricorso introduttivo

del presente procedimento;

– ricorrente –

contro

l’Agenzia delle Entrate, con sede in Roma, in persona del Direttore

Generale pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura

Generale dello Stato, ove per legge domiciliata;

– controricorrente –

Avverso la sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale

di Napoli – Sezione Staccata di Salerno il 31 gennaio 2011 n.

17/02/2011, non notificata;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata (mediante collegamento da remoto, ai sensi del D.L. 28

ottobre 2020, n. 137, art. 23, comma 9, in corso di conversione in

legge, con le modalità stabilite dal decreto reso dal Direttore

Generale dei Servizi Informativi ed Automatizzati del Ministero

della Giustizia il 2 novembre 2020) del 20 novembre 2020 dal Dott.

Giuseppe Lo Sardo.

 

Fatto

RILEVATO

che:

C.I. ricorre per la cassazione della sentenza depositata dalla Commissione Tributaria Regionale di Napoli – Sezione Staccata di Salerno il 31 gennaio 2011 n. 17/02/2011, non notificata, che, in controversia su impugnazione di avviso di classamento e attribuzione di rendita catastale a seguito di procedura “DOCFA”, ha respinto l’appello proposto dal medesima nei confronti dell’Agenzia delle Entrate avverso la sentenza resa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Salerno il 14 novembre 2008 n. 408/01/2008, con compensazione delle spese giudiziali. La Commissione Tributaria Regionale ha confermato la correttezza del classamento rideterminato dal giudice di prime cure, sulla base della revisione operata in corso di causa dall’amministrazione finanziaria. L’Agenzia delle Entrate si è costituita con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo, si deduce violazione del D.P.R. 1 dicembre 1949, n. 1142, artt. 5,6,7,9,61 e 62, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non aver considerato che l’amministrazione finanziaria aveva rettificato il numero dei vani e la tipologia della classe, senza tener conto delle caratteristiche edilizie dell’immobile e delle risultanze della perizia giurata di parte.

2. Con il secondo motivo, si deduce violazione dell’art. 111 Cost., comma 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per essersi limitato a riportare la motivazione della decisione di prime cure, senza esaminare le censure manifestate con i motivi di appello.

3. Con il terzo motivo, si deduce violazione della L. 7 agosto 1990, n. 241, artt. 5 e 6, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per non aver rilevato la carenza di sottoscrizione da parte del dirigente dell’ufficio accertatore in calce all’avviso di accertamento, non essendo sufficiente la sottoscrizione del responsabile del procedimento in carenza di espressa delega.

Ritenuto che:

1. Il primo motivo è infondato.

1.1 In relazione alla motivazione degli atti di classamento, costituisce giurisprudenza consolidata di questa Corte il principio secondo cui, in tema di classamento di immobili, qualora l’attribuzione della rendita catastale avvenga a seguito della procedura disciplinata dal D.L. 23 gennaio 1993, n. 16, art. 2, convertito in L. 24 marzo 1993, n. 75, e dal D.M. 19 aprile 1994, n. 701 (c.d. procedura “DOCFA”), l’obbligo di motivazione dell’avviso di classamento può ritenersi soddisfatto con la mera indicazione dei dati oggettivi e della classe attribuita solo se gli elementi di fatto indicati dal contribuente non siano stati disattesi dall’amministrazione finanziaria e l’eventuale discrasia tra rendita proposta e rendita attribuita derivi da una valutazione tecnica sul valore economico dei beni classati, mentre, in casso contrario, cioè nell’ipotesi in cui la discrasia non derivi dalla stima del bene, ma dalla divergente valutazione degli elementi di fatto indicati dal contribuente, la motivazione dovrà essere più approfondita e specificare le differenze riscontrate sia per consentire il pieno esercizio del diritto di difesa del contribuente, sia per delimitare l’oggetto dell’eventuale contenzioso (Cass., Sez. 5, 31 ottobre 2014, n. 23237; Cass., Sez. 5, 16 giugno 2016, n. 12497; Cass., Sez. 6, 7 dicembre 2018, n. 31809; Cass., Sez. 6, 7 ottobre 2019, n. 25006; Cass., Sez. 5, 13 agosto 2020, n. 17016).

1.2 La fattispecie in disanima è chiaramente riconducibile alla prima ipotesi. Difatti, i dati forniti dal contribuente non sono stati disattesi, ma soltanto rivalutati dall’amministrazione finanziaria con riferimento all’attribuzione della classe e della consistenza dell’immobile, oltre che con riferimento alla determinazione della rendita catastale.

E tanto vale, in particolare, per la rideterminazione del numero dei “vani catastali”, che non rispecchia lo stato materiale della suddivisione interna dell’immobile, ma è frutto di plurime operazioni di calcolo aritmetico sulla base di parametri oggettivi, nella cui applicazione si tiene conto della natura, della superficie, dell’utilizzo, della funzione e della redditività in relazione alla destinazione edilizia dell’immobile (artt. 40 ss. del “Regolamento per la formazione del nuovo catasto edilizio urbano”, approvato con il D.P.R. 1 dicembre 1949, n. 1142). Per cui, è possibile (e, il più delle volte, accade) che la eventuale difformità tra la consistenza denunciata dal contribuente e la consistenza accertata dall’amministrazione finanziaria nell’ambito della procedura “DOCFA” derivi da una diversa valutazione, qualificazione o classificazione dei medesimi elementi di fatto (descrizioni, misure, grafici e planimetrie), che vengono elaborati sulla base dei criteri tecnici fissati dalla disciplina regolamentare in materia catastale.

Il che esime, comunque, l’amministrazione finanziaria dall’onere di formulare una motivazione più particolareggiata per l’atto di rilassamento con specifico riguardo alle discrepanze emerse all’esito dell’accertamento rispetto alla proposta del contribuente.

1.3 Peraltro, il giudice di appello si è conformato alla decisione del giudice di prime cure, il quale, a sua volta, si era limitato al recepimento in motivazione della revisione proposta dall’amministrazione finanziaria in corso di causa, stimando la congruità del nuovo classamento anche in merito alla consistenza dell’immobile a fronte dell’insussistenza di diverse indicazioni in proposito nella perizia giurata di parte.

1.4 Nè il giudice di appello era onerato a motivare il discostamento del proprio convincimento dalle conclusioni di una perizia giurata di parte.

In proposito, occorre considerare che, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la perizia stragiudiziale, ancorchè asseverata con giuramento, costituisce pur sempre una mera allegazione difensiva, onde il giudice del merito non è tenuto a motivare il proprio dissenso in ordine alle osservazioni in essa contenute quando ponga a base del proprio convincimento considerazioni incompatibili con le stesse e che, ai fini della adeguatezza della motivazione, il giudice non è tenuto a dare conto del fatto di aver valutato analiticamente tutte le risultanze processuali nè a confutare ogni singola argomentazione prospettata dalle parti, essendo sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il suo convincimento e l’iter logico seguito nella valutazione degli stessi, implicitamente disattendendo quelli morfologicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass., Sez. 5, 29 luglio 2011, n. 16650).

2. Il secondo motivo è inammissibile.

2.1 Secondo questa Corte, il ricorso per cassazione, avendo ad oggetto censure espressamente e tassativamente previste dall’art. 360 c.p.c., comma 1, deve essere articolato in specifici motivi riconducibili in maniera immediata ed inequivocabile ad una delle cinque ragioni di impugnazione stabilite dalla citata disposizione, pur senza la necessaria adozione di formule sacramentali o l’esatta indicazione numerica di una delle predette ipotesi. Pertanto, nel caso in cui il ricorrente lamenti l’omessa pronuncia, da parte dell’impugnata sentenza, in ordine ad una delle domande o eccezioni proposte, non è indispensabile che faccia esplicita menzione della ravvisabilità della fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, con riguardo all’art. 112 c.p.c., purchè il motivo rechi univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione, dovendosi, invece, dichiarare inammissibile il gravame allorchè sostenga che la motivazione sia mancante o insufficiente o si limiti ad argomentare sulla violazione di legge (Cass., Sez. Un., 24 luglio 2013, n. 17931; Cass., Sez. 6, 7 maggio 2018, n. 10862).

2.2 Ad ogni modo, la decisione del giudice di secondo grado che non esamini e non decida un motivo di censura della sentenza del giudice di primo grado è impugnabile per cassazione non già per omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia e neppure per motivazione per relationem resa in modo difforme da quello consentito, bensì per omessa pronuncia su un motivo di gravame; ne consegue che, se il vizio è denunciato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 o 5, anzichè dell’art. 360 c.p.c., n. 4, in relazione all’art. 112 cod. cit., il ricorso è inammissibile (Cass., Sez. 6, 15 maggio 2013, n. 11801; Cass., Sez. 5, 10 marzo 2020, n. 6720).

2.3 Nella specie, per l’appunto, il ricorrente lamenta il “difetto assoluto di motivazione” della sentenza impugnata in dipendenza dell’acritico recepimento della decisione adottata dal giudice di prime cure.

In tal modo, è evidente che egli ha trascurato di enunciare lo specifico fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, che suppone sia stato pretermesso, e, tampoco, di illustrare le ragioni della decisività. Nè ricorre – alla evidenza – alcuna delle patologie della motivazione che sia suscettibile di sindacato in sede di legittimità alla luce del testo novellato dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134).

3. Il terzo motivo è infondato.

3.1 E’ pacifico che la delega alla sottoscrizione dell’avviso di accertamento ad un funzionario diverso da quello istituzionalmente competente ha natura di delega di firma – e non di funzioni – poichè realizza un mero decentramento burocratico senza rilevanza esterna, restando l’atto firmato dal delegato imputabile all’organo delegante, con la conseguenza che, nell’ambito dell’organizzazione interna dell’ufficio, l’attuazione di detta delega di firma può avvenire anche mediante ordini di servizio, senza necessità di indicazione nominativa, essendo sufficiente l’individuazione della qualifica rivestita dall’impiegato delegato, la quale consente la successiva verifica della corrispondenza tra sottoscrittore e destinatario della delega stessa (Cass., Sez. 5, 19 aprile 2019, n. 11013; Cass., Sez. 6, 8 novembre 2019, n. 28850). In ogni caso, se il contribuente contesta la legittimazione del soggetto, diverso dal dirigente, alla sottoscrizione dell’atto, l’amministrazione finanziaria ha l’onere di dimostrare, in omaggio al principio di c.d. vicinanza della prova, il corretto esercizio del potere producendo, anche nel corso del secondo grado di giudizio, la relativa delega, che pure è solo di firma e non di funzioni (Cass., Sez. 5, 17 luglio 2019, n. 19190). 2.3 Nella specie, comunque, tale delega risulta essere stata prodotta dall’amministrazione finanziaria nel corso del giudizio di primo grado (secondo la precisazione contenuta nell’atto di costituzione nel giudizio di secondo grado, che è stato prodotto in questa sede dallo stesso ricorrente).

3. In conclusione, valutandosi l’infondatezza del primo motivo e del terzo motivo, nonchè l’inammissibilità del secondo motivo, il ricorso deve essere rigettato.

4. Le spese giudiziali seguono la soccombenza e sono liquidate nella misura fissata in dispositivo.

5. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, si dà atto sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente alla rifusione delle spese giudiziali in favore della controricorrente, che liquida nella somma complessiva di Euro 1.200,00 per compensi, oltre spese forfettarie.

Così deciso in Roma, nell’adunanza camerale effettuata da remoto, il 20 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 9 febbraio 2021

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