Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3101 del 10/02/2020

Cassazione civile sez. VI, 10/02/2020, (ud. 10/01/2020, dep. 10/02/2020), n.3101

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE I

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. MARULLI Marco – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. MERCOLINO Guido – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18713-2018 proposto da:

T.A., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli avvocati

VILLI’ ANGELO, SPATARO GIOVANNI;

– ricorrente –

contro

L.F. in proprio e nella qualità di legale

rappresentante dell’Impresa Individuale SILAN CAMINI, elettivamente

domiciliati in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la CORTE DI CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dagli avvocati COTTU PINUCCIA, LACAVA

DOMENICO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 468/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 13/03/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 10/01/2020 dal Consigliere Relatore Dott. IOFRIDA

GIULIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La Corte d’appello di Catanzaro, con sentenza n. 468/2018, in controversia promossa da T.A. nei confronti di L.F. per sentire accertare l’esistenza tra detti soggetti, dal 1991, di una società di fatto, avente ad oggetto l’attività di produzione di camini e caldaie, carpenteria metallica ed impianti idraulici, e la legittimità del recesso da esso T. esercitato, nel dicembre 2007, con liquidazione della propria quota pari al 50% del valore del capannone, dell’attrezzatura e dell’azienda, ha riformato la decisione di primo grado, che aveva accolto le domande attoree, liquidando al T. l’importo di Euro 84.350,00.

In particolare, la Corte d’appello, in accoglimento del gravame del L., riesaminata l’amplissima istruttoria espletata (con escussione di diversi testimoni, fornitori, clienti, dipendenti, interrogatorio formale delle due parti e consulenza tecnica d’ufficio), ha respinto la domanda del T., per difetto di prova dell’indispensabile requisito della suddivisione tra i soci degli utili e delle perdite, pur essendo emerso che il primo aveva rivestito il ruolo di capo officina ed uomo di fiducia del L., avendo tuttavia solo quest’ultimo assunto i rischi d’impresa, tenendo i rapporti con il commercialista per il pagamento delle tasse e degli oneri previdenziali ed assicurativi per gli operai, facendo fronte alle spese, tra cui i pagamenti dei TFR dei dipendenti, con prestiti ricevuti dalla sorella, dal padre ed anche da terzi.

Avverso la suddetta sentenza, T.A. propone ricorso per cassazione, affidato ad un motivo, nei confronti di L.F. (che resiste con controricorso).

E’ stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti, con fissazione dell’adunanza camerale per il 10 gennaio 2020. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il ricorrente lamenta, con unico motivo, la violazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, dell’art. 115 c.p.c., lamentando un errore di percezione del giudice nella ricostruzione dei risultati delle prove espletate.

2. La censura è inammissibile.

Il motivo censura un elemento valutativo riservato al giudice del merito, atteso che – nel vigore del novellato art. 115 c.p.c., secondo cui la mancata contestazione specifica di circostanze di fatto produce l’effetto della relevatio ab onere probandi – spetta al giudice del merito apprezzare, nell’ambito del giudizio di fatto al medesimo riservato, l’esistenza ed il valore di una condotta di non contestazione dei fatti rilevanti, allegati dalla controparte (cfr., fra le altre, Cass. 11 giugno 2014, n. 13217; Cass. 3680/2019).

Invero, anche, prima della Novella del 2009, questa Corte aveva chiarito che l’onere di specifica contestazione, introdotto, per i giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore della L. n. 353 del 1990, dall’art. 167, comma 1, c.p.c., imponendo al convenuto di prendere posizione sui fatti posti dall’attore a fondamento della domanda, comporta che i suddetti fatti, qualora non siano contestati dal convenuto, debbono essere considerati incontroversi e non richiedenti una specifica dimostrazione (Cass. 18399/2009; Cass. 27596/2008; Cass. 12231/2007). Ma, questa Corte ha ribadito che l’accertamento della sussistenza di una contestazione ovvero d’una non contestazione, quale contenuto della posizione processuale della parte, rientrando nel quadro dell’interpretazione del contenuto e dell’ampiezza dell’atto della parte, è funzione del giudice di merito, non sindacabile in sede di legittimità se non per vizio di motivazione, nei limiti segnati dall’art. 360 c.p.c., n. 5.

Invero, in tema di valutazione delle risultanze probatorie in base al principio del libero convincimento del giudice, la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. è apprezzabile, in sede di ricorso per cassazione, nei limiti del vizio di motivazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (Cass. 14627/2006; Cass., 24434/2016; Cass. 23940/2017).

L’art. 116 c.p.c.. – norma peraltro non menzionata nel ricorso – inoltre prescrive che il giudice deve valutare le prove secondo prudente apprezzamento, a meno che la legge non disponga altrimenti. La sua violazione è concepibile solo se il giudice di merito valuta una determinata prova, ed in genere una risultanza probatoria, per la quale l’ordinamento non prevede uno specifico criterio di valutazione diverso dal suo prudente apprezzamento, pretendendo di attribuirle un altro e diverso valore, ovvero il valore che il legislatore attribuisce ad una diversa risultanza probatoria, ovvero se il giudice di merito dichiara di valutare secondo prudente apprezzamento una prova o risultanza soggetta ad altra regola, così falsamente applicando e, quindi, violando detta norma (cfr. Cass. 8082/2017; Cass. 13960 /2014; Cass., 20119/ 2009).

La censura tende invece ad un’inammissibile nuova ricostruzione fattuale, riservata al giudice di merito e non sindacabile in sede di legittimità, al di fuori dei ristretti limiti dell’art. 360 c.p.c., n. 5.

3. Per tutto quanto sopra esposto, va ritenuto inammissibile il ricorso. Le spese, liquidate come in dispositivo, seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso; condanna il ricorrente al rimborso delle spese processuali del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 5.000,00, a titolo di compensi, oltre Euro 100,00 per esborsi, nonchè al rimborso forfetario delle spese generali, nella misura del 15%, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della ricorrenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente dell’importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso, in Roma, nella camera di consiglio, il 10 gennaio 2020. Depositato in Cancelleria il 10 febbraio 2020

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