Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30987 del 30/11/2018

Cassazione civile sez. III, 30/11/2018, (ud. 12/09/2018, dep. 30/11/2018), n.30987

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. ARMANO Uliana – Presidente –

Dott. OLIVIERI Stefano – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12630-2017 proposto da:

M.V., domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato

GIOVANNI SALVAGGIO giusta procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

C.D.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2137/2016 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 16/11/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/09/2018 dal Consigliere Dott. GABRIELE POSITANO;

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero, in persona del

Sostituto Procuratore generale Dott. SGROI CARMELO, che ha chiesto

l’accoglimento, per quanto di ragione del primo motivo di ricorso,

assorbito il quarto, e per l’inammissibilità del secondo e del

terzo motivo; con rinvio a diversa sezione della Corte d’appello di

Palermo.

Fatto

RILEVATO

che:

con atto di citazione notificato il 16 maggio 2006, C.D. esponeva che il Tribunale di Agrigento, nell’ambito di un precedente giudizio, con sentenza del 26 aprile 2005, n. 372, non impugnata, aveva disposto in suo favore il trasferimento coattivo di un terreno, con annesso fabbricato, sito in (OMISSIS), subordinato al pagamento, in favore del convenuto M.P., del residuo prezzo di Euro 46.481, oltre interessi legali dalla domanda giudiziale sino alla pubblicazione della sentenza. Aggiungeva che il convenuto si era rifiutato di consegnare l’immobile e di restituire a C. gli interessi legali sulle somme illegittimamente godute, sin dal 30 dicembre 1992, data in cui avrebbe dovuto essere stipulato il definitivo (come previsto in contratto). Aggiungeva di avere diritto a tali interessi legali sulle somme illegittimamente percepite da M., nonchè a compensare il credito di quest’ultimo relativo al residuo prezzo (oltre interessi) oggetto della sentenza del Tribunale di Agrigento del 2005, con il proprio credito riferito alle somme anticipatamente percepite dal convenuto;

si costituiva in giudizio M.P. che chiedeva il rigetto delle domande ed eccepiva l’inammissibilità dell’azione per essere le stesse coperte dal giudicato formatosi a seguito della citata sentenza n. 372 del 2005. Rilevava l’inammissibilità dell’azione, per violazione del principio del ne bis in idem, trattandosi delle medesime domande avanzate nel predetto giudizio; eccepiva l’inammissibilità della domanda nuova di liquidazione degli interessi dipendenti da un rapporto già definito tra le parti e chiedeva ritenersi abbandonata la richiesta di interessi moratori e compensativi, non riproposta nelle conclusioni dell’atto di citazione. In via riconvenzionale chiedeva gli ulteriori interessi dalla pubblicazione della sentenza sino all’effettivo pagamento del saldo, atteso il mancato pagamento del saldo da parte di C. e gli interessi legali sulla somma, dalla domanda giudiziale fino alla pubblicazione della sentenza;

a seguito del decesso di M.P. e della costituzione in giudizio delle eredi, in data 30 maggio 2007, la causa era istruita con l’interrogatorio formale di queste ultime e la prova testimoniale. Il Tribunale, con sentenza del 2 settembre 2010, accoglieva in parte le domande proposte dall’attore, rigettava le domande riconvenzionali, condannando le convenute al pagamento delle spese di lite. In particolare, il primo giudice riteneva che parte attrice, nel giudizio per il trasferimento coattivo del bene, avesse rinunziato alla domanda risarcitoria con la conseguenza che la relativa pretesa poteva essere riproposta in autonomo processo, senza preclusione giudicato; rigettava la domanda riconvenzionale delle convenute e quella attrice di interessi compensativi; dava atto dell’obbligo di C. di corrispondere il saldo sul prezzo, oltre agli interessi legali dalla domanda giudiziale, sino alla pubblicazione della sentenza del 2005; affermava la sussistenza del danno conseguito dall’attore, che riconosceva in via equitativa in misura pari alla rivalutazione monetaria, oltre agli interessi legali sulle somme rivalutate, di anno in anno;

M.V. e D.M.F., quali eredi di M.P., proponevano appello avverso tale decisione con atto notificato il 1 luglio 2011. Si costituiva C.D. chiedendo il rigetto del gravame proponendo appello incidentale, reiterando le medesime domande non accolte in primo grado;

la Corte d’Appello di Palermo con sentenza del 16 novembre 2016 rilevava che C., in mancanza di consegna del bene, mai avrebbe potuto corrispondere il residuo del prezzo e, pertanto, non era dovuto il diritto al pagamento degli ulteriori interessi richiesti dalle appellanti. Precisava che C. aveva chiesto la corresponsione degli interessi, sia in via autonoma, che a titolo di risarcimento dei danni sulle somme a suo tempo corrisposte alla controparte. Rispetto a tale pretesa vi era stata riserva di richiedere tali interessi in separata sede e il debitore non si era opposto. Il Tribunale, nel separato giudizio definito con sentenza 372 del 2005 non aveva statuito sulla richiesta di risarcimento dei danni e sugli interessi, che pertanto poteva essere nuovamente azionata in altra sede. Nello stesso senso era infondata l’eccezione di prescrizione poichè il diritto agli interessi non era maturato se non dalla consegna dell’immobile avvenuta solo il 10 settembre 2011, a seguito di procedura esecutiva. Infine, C. non poteva ritenersi inadempiente, neppure in parte, rispetto al pagamento del prezzo in considerazione della detenzione per oltre vent’anni dell’immobile da parte delle aventi causa di Mu.. La Corte territoriale riteneva fondato il primo motivo di appello incidentale correggendo la motivazione di primo grado dovendosi configurare la condotta di C., con riferimento alla riserva di richiedere il risarcimento dei danni in separato giudizio, non come rinunzia all’azione, ma come rinunzia alla prosecuzione del giudizio sulla domanda non decisa, che consente la proposizione della medesima domanda in autonomo e il successivo giudizio;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione M.V. affidandosi a quattro motivi. L’intimato non svolge attività processuale in questa sede. Il PG conclude per l’accoglimento del primo motivo, assorbito il quarto ed inammissibili gli altri.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo la ricorrente lamenta la “violazione e falsa applicazione di norme di diritto” ritenendo errata la decisione della Corte territoriale nella parte in cui ha sostenuto che il residuo pagamento del prezzo da parte di C. non avrebbe potuto essere corrisposto perchè l’immobile, oggetto del trasferimento condizionato del bene (sentenza n. 372 del 2005) era sempre rimasto nella disponibilità di M.P.. La motivazione è contraddittoria, poichè il trasferimento del bene era condizionato al previo pagamento e non viceversa, per cui il mancato rilascio dell’immobile era stato determinato dal mancato pagamento del prezzo imputabile a C.;

il motivo formulato in maniera irrituale, senza indicare del vizio al quale si riferisce la censura tra quelli tassativamente previsti all’art. 360 c.p.c, nè la norma di legge violata, è inammissibile. La censura riguarda il rigetto della domanda relativa al riconoscimento degli interessi moratori per il mancato pagamento della residuo prezzo da parte di C.. Il motivo è assolutamente generico poichè l’argomentazione giuridica da porre a base della doglianza attiene alla disciplina in tema di eccezione di inadempimento. Ma l’art. 1460 c.c., non viene menzionato, nè direttamente, nè indirettamente, con riferimento alla facoltà riconosciuta alle parti nei contratti a prestazioni corrispettive di rifiutarsi di adempiere la propria obbligazione nel caso in cui controparte non offra di adempiere contemporaneamente la propria. Parte ricorrente avrebbe dovuto enucleare i presupposti di fatto di operatività dell’eccezione di inadempimento censurando, sotto tale profilo, la condotta negoziale di C. e deducendo e allagando che C. non avrebbe offerto di adempiere. Al contrario, il motivo difetta del tutto della indicazione delle norme violate e della individuazione dei presupposti fattuali delle disposizioni giuridiche che si assumono violate;

con il secondo motivo deduce “violazione falsa applicazione di legge in relazione alla eccepita invalidità della riserva, all’inammissibilità della domanda perchè coperta dal giudicato e all’impossibilità di richiedere gli interessi autonomamente. Omessa motivazione sui predetti punti”. Rileva la ricorrente che C. nel giudizio instaurato il 23 febbraio 1993 aveva chiesto espressamente il risarcimento dei danni derivanti dall’inadempimento di M. e non era intervenuta alcuna rinuncia, come risultava dal contenuto degli atti di causa, mentre all’udienza del 4 gennaio 2011 si rinviene una riserva di richiedere il risarcimento dei danni in un separato giudizio. In ogni caso, la riserva avrebbe dovuto essere contenuta nel primo atto del giudizio e riguardare soltanto la quantificazione del danno. Sotto altro profilo nei giudizi di risarcimento non è possibile richiedere ulteriori pregiudizi in altra sede, in quanto il giudicato copre anche le voci che non formavano oggetto specifico della domanda. Inoltre, poichè nel separato giudizio era stato richiesto il risarcimento del danno e il Tribunale non aveva adottato alcuna pronunzia a riguardo, si era formato il giudicato in ordine all’accertamento negativo. D’altra parte la sentenza n. 372 del 2005 aveva dichiarato l’inadempimento contrattuale di M. e, quindi, aveva esaminato la domanda risarcitoria con la conseguenza che la stessa era coperta da giudicato. Ma anche considerando la domanda di interessi, come domanda nuova, si trattava di una domanda accessoria, non esperibile in via autonoma. Pertanto, la domanda di interessi non avanzata nel giudizio di merito sull’accertamento del fatto, non rappresentando una azione autonoma la stessa, restava preclusa dal giudicato;

il motivo presenta profili di inammissibilità per le medesime considerazioni relative al primo motivo (mancata individuazione del vizio dedotto e assoluto difetto di individuazione delle norme violate) oltre che per totale commistione di questioni relative a numerosi profili, anche differenti ed incompatibili, rispetto ai quali viene prospettata, da un lato la violazione e falsa applicazione di legge, che presuppone l’individuazione delle norme e l’errata applicazione delle stesse al caso concreto e l’omessa motivazione in ordine alle medesime questioni;

nello specifico il motivo è, altresì, inammissibile, poichè nella prima parte, contesta la decisione della Corte territoriale rilevando che nel giudizio instaurato da C., con atto di citazione del 23 febbraio 1993 sarebbe stata proposta l’azione risarcitoria e non sarebbe intervenuta alcuna forma di rinunzia. Rispetto a tale assunto la censura difetta del tutto di autosufficienza poichè non viene trascritto il contenuto dell’atto di citazione, che non è allegato e non è individuato nell’ambito degli atti del procedimento di legittimità. Nello stesso modo, oltremodo generico ed inammissibile ex art. 366 c.p.c., n. 6 è il riferimento a tutti gli atti di causa dai quali emergerebbe l’irritualità della rinunzia;

inoltre, riguardo alla natura della riserva, il motivo non si confronta in alcun modo con la specifica motivazione della Corte territoriale, riproponendo le medesime questioni oggetto del giudizio di appello, senza neppure censurare la parte della decisione con la quale, in accoglimento dell’appello incidentale, la Corte d’Appello corregge la motivazione rilevando che “la condotta di C., originario attore, relativamente alla riserva di richiedere il risarcimento dei danni in separato giudizio, (più correttamente si atteggia) come rinunzia alla prosecuzione del giudizio sulla domanda non decisa e non come rinunzia alla azione” e ciò consentirebbe la “proposizione della stessa domanda in autonomo successivo giudizio”, non preclusa dal giudicato;

infine, sono inammissibili le censure relative alla portata del giudicato, in quanto non specifiche. La ricorrente non coglie il nucleo centrale della decisione, che individua nello strumento della riserva il mezzo processuale che ha consentito a C. di richiedere in altra sede le voci risarcitorie in esame. Pertanto, appare inconferente il riferimento all’orientamento giurisprudenziale secondo cui in tema di risarcimento del danno la pronunzia copre anche le voci non richieste;

infine, il motivo non si confronta con la motivazione della Corte territoriale secondo cui C. aveva chiesto la corresponsione degli interessi, sia in via autonoma, che a titolo di risarcimento dei danni sulle somme a suo tempo corrisposte alla controparte. Rispetto a tale pretesa vi era stata riserva di richiedere tali interessi in separata sede e non vi era stata opposizione da parte dell’odierna ricorrente. Tale profilo non è correttamente contrastato;

con il terzo motivo lamenta la “erronea interpretazione e applicazione di norme di legge”, con riferimento all’eccezione di prescrizione oggetto del quarto motivo di appello. Sulla base delle medesime argomentazioni oggetto del primo motivo di ricorso, appare errata la motivazione della Corte in ordine alla mancata decorrenza del termine di prescrizione a causa dell’omessa consegna del bene da parte di M.. Va ribadito che ciò è avvenuto a causa del mancato pagamento del prezzo residuo da parte di C.;

la censura è inammissibile in quanto nuova. Come rilevato dal Procuratore generale, il profilo della prescrizione del diritto è stato sottoposto al giudice di secondo grado (questione rilevabile d’ufficio ex art. 345 c.p.c.) mentre non era stato dedotto in primo grado. Nell’individuare i temi portati all’attenzione del Tribunale ed individuati analiticamente in ricorso (pag. 3 del ricorso) nulla viene detto in relazione al tema della prescrizione;

in ogni caso, il motivo è inammissibile per le medesime ragioni evidenziate con riferimento al primo motivo, trattandosi di argomentazioni che si fondano sui medesimi presupposti e dalle quali la ricorrente fa discendere l’ulteriore effetto della decorrenza del termine di prescrizione;

con l’ultimo motivo deduce violazione falsa applicazione di legge e carenza di motivazione, poichè la Corte non avrebbe preso in esame il comportamento di C., che avrebbe dovuto versare il residuo prezzo in quanto la sentenza del 26 aprile 2005 subordinava il trasferimento al pagamento del saldo e degli interessi. Inoltre non avrebbe esaminato la produzione effettuata dalle appellanti con la memoria del 23 novembre 2011 e le deduzioni contenute all’udienza dell’8 aprile 2016;

il motivo è inammissibile per la totale mancanza di indicazione delle norme violate, per la assoluta genericità delle censure, per difetto di autosufficienza riguardo alla produzione che si assume esibita con le memorie difensive e all’udienza dell’8 aprile 2016. Documenti che non vengono trascritti, nè allegati, nè individuati nella collocazione all’interno del fascicolo del giudizio di legittimità. In ogni caso si tratta di una censura relativa alla attività istruttoria espletata con la quale la ricorrente chiede alla Corte di legittimità di rivalutare il compendio probatorio ponendosi del tutto al di fuori del ristretto perimetro dettato dal nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, neppure richiamato;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; alcun provvedimento va adottato riguardo alle spese poichè parte intimata non ha svolto attività processuale in questa sede. Infine, va dato atto – mancando ogni discrezionalità al riguardo (tra le prime: Cass. 14/03/2014, n. 5955; tra molte altre: Cass. Sez. U. 27/11/2015, n. 24245) – della sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale, in rito o nel merito.

PQM

dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di Consiglio della Sezione della Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 12 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2018

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