Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3097 del 08/02/2018


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Civile Ord. Sez. L Num. 3097 Anno 2018
Presidente: NAPOLETANO GIUSEPPE
Relatore: DI PAOLANTONIO ANNALISA

ORDINANZA

sul ricorso 15451-2012 proposto da:
SPERANZA UMBERTO, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA ROVERETO 18, presso lo studio dell’avvocato
FELICE ANCORA, rappresentato e difeso dall’avvocato
GIANUARIO CARTA, giusta delega in atti;
– ricorrente contro

REGIONE AUTONOMA SARDEGNA, in persona del legale

2017
4593

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata
in ROMA, VIA LUCULLO 24, presso l’Ufficio di
Rappresentanza della REGIONE SARDA, rappresentata e
difesa dagli avvocati ALESSANDRA CAMBA, SANDRA
TRINCAS, giusta delega in atti;

Data pubblicazione: 08/02/2018

- controricorrente

avverso la sentenza n. 389/2011 della CORTE D’APPELLO
di CAGLIARI, depositata il 03/08/2011, R. G. N.

381/2010.

R.G. 15451/2012

RILEVATO CHE
1. la Corte di Appello di Cagliari ha respinto l’appello di Umberto Speranza
avverso la sentenza del Tribunale della stessa città che aveva rigettato la
domanda proposta nei confronti della Regione Autonoma della Sardegna, volta
ad ottenere la rideterminazione dell’importo dell’assegno annuale integrativo
della pensione diretta ex art. 9 I.r. n. 24 del 1989 e la condanna

corrisposte;
2.

la Corte territoriale ha osservato che l’assegno, in quanto finalizzato a

consentire al pensionato il raggiungimento di quote predeterminate dell’ultima
retribuzione annua lorda percepita dal dipendente in rapporto agli anni del
servizio prestato alle dipendenze dell’amministrazione regionale, in nessun caso
può superare la soglia massima prevista dall’art. 4 della I.r. n. 15 del 1965;
3. il giudice di appello ha aggiunto che l’art.9 della l.r. n. 24 del 1989, imponendo
che l’assegno integrativo sia calcolato sul differenziale tra il trattamento
pensionistico spettante per il servizio riconosciuto presso il Fondo e quello
liquidabile per lo stesso servizio secondo la vigente normativa degli enti
previdenziali, ha solo voluto risolvere il contenzioso in atto con i dipendenti
regionali che, per effetto del cumulo di ulteriori servizi non validi ai fini del
trattamento integrativo e della misura della pensione percepita, venivano
ingiustamente privati della possibilità di godere dell’assegno;
4.

avverso tale sentenza Umberto Speranza ha proposto ricorso affidato ad un

unico motivo, articolato in più punti, ai quali ha opposto difese la Regione
Autonoma della Sardegna.

CONSIDERATO CHE

1.1. il ricorso denuncia «violazione e falsa applicazione dell’art. 9 L. R. n.
24/1989 e degli artt. 4 e 5 L. R. n. 15/1965; omessa motivazione su un fatto
controverso decisivo del giudizio» e rileva, in sintesi, che l’art. 9 individua con
chiarezza i termini del differenziale aritmetico per la determinazione
dell’ammontare dell’assegno, da calcolarsi tenendo conto, da un lato, del
trattamento di quiescenza spettante sulla base degli artt. 4 e 5 per il servizio

dell’amministrazione resistente al pagamento delle differenze maturate non

riconosciuto dal Fondo, dall’altro della pensione liquidabile per lo stesso servizio
in relazione alla vigente normativa degli istituti di previdenza;
1.2. aggiunge il ricorrente che la Corte territoriale ha erroneamente svalutato il
tenore letterale della norma da interpretare e ha desunto la perdurante
operatività della soglia massima prevista dall’art. 4 dal rinvio contenuto nell’art.
9, finalizzato, invece, solo a determinare il trattamento di quiescenza
riconosciuto dal Fondo, da comparare, poi, con quello dovuto secondo le
disposizioni vigenti per gli istituti di previdenza;

2.1. il “Fondo per l’integrazione del trattamento di quiescenza, di previdenza e di
assistenza a favore degli impiegati e salariati di ruolo dell’ amministrazione
regionale” disciplinato dalla legge della Regione Sardegna n. 15 del 1965 eroga,
tra l’altro, l’assegno integrativo della pensione diretta che, a norma dell’art. 4
della stessa legge, si determina « integrando la pensione diretta, compresa la
rendita vitalizia e la indennità integrativa speciale, effettivamente liquidata dalle
Casse amministrate dagli Istituti di previdenza del Ministero del tesoro, fino a
raggiungere il 50 per cento dell’ ultima retribuzione annua lorda qualora il
dipendente conti 15 anni di servizio effettivamente prestato alle dipendenze dell’
Amministrazione regionale, con l’aumento del 2,50 per cento di detta ultima
retribuzione per ogni ulteriore anno di servizio effettivo regionale con un
massimo di 35 anni»;
2.2. il legislatore regionale è poi intervenuto ad integrare la normativa con l’art.
9 della L.R. 5.6.1989 n. 24 del seguente tenore « L’ assegno integrativo della
pensione diretta, indiretta e di reversibilità spettante ai sensi degli articoli 4 e 5
della legge regionale 5 maggio 1965, n. 15 è determinato sulla base della
differenza tra il trattamento di quiescenza spettante secondo i medesimi articoli
per il servizio comunque riconosciuto presso il FITQ ed il trattamento per lo
stesso servizio spettante secondo la vigente normativa degli istituti di
previdenza»;
2.3. detta ultima disposizione sul piano letterale presenta profili di equivocità
perché da un lato sembra, come sostenuto dal ricorrente, determinare
autonomamente ed in modo difforme rispetto al passato il differenziale che
concorre a formare l’assegno integrativo, dall’altra, però, richiama pur sempre la
norma generale dell’art. 4, che fissa con chiarezza il tetto massimo dell’assegno

9

2. il ricorso è infondato;

e ne indica anche la finalità, ravvisabile nell’intento di annullare o di ridurre la
differenza fra trattamento retributivo e trattamento pensionistico;
2.4. il richiamo all’art. 4, privo di significato qualora la norma fosse interpretata
nel senso indicato dal ricorrente, rende necessario, a fronte di un tenore
letterale non univoco, il ricorso ai criteri logico-sistematici, sulla scorta dei quali
si deve ritenere, come evidenziato dalla Corte territoriale, che l’intervento
successivo del legislatore regionale sia stato solo finalizzato a disciplinare la
posizione di coloro che potevano vantare anche periodi di servizio extraregionale

dell’istituzione del Fondo;
2.5. in tal senso questa Corte si è già espressa con la sentenza n. 15206 del
3.7.2014, con la quale è stata confermata la pronuncia della Corte di Appello di
Cagliari n. 634 del 2006, richiamata nella decisione qui impugnata, e si è
evidenziato che le disposizioni delle quali si discute vanno interpretate « alla

ratio legis tesa solo ad assicurare ai

stregua dell’elemento letterale e della

dipendenti un trattamento pensionistico minimo – unico e globale – commisurato
al cinquanta per cento dell’ultima retribuzione, più il 2,50 per cento per ogni
anno, oltre il quindicesimo e fino al trentacinquesimo, di servizio effettivo
regionale »;
2.6. d’altro canto la tesi sostenuta dal ricorrente è smentita anche dal successivo
intervento del legislatore regionale che con la legge n. 27 del 22.12.2011, nel
riformare la disciplina del FITQ, all’art. 7, per i dipendenti già iscritti al fondo alla
data del 31.12.2011 ha previsto la liquidazione di «una rendita determinata
secondo i criteri stabiliti dall’articolo 4 della legge regionale n. 15 del 1965 e
dall’articolo 9 della legge regionale 5 giugno 1989, n. 24 (Norme in materia di
personale), integrando l’importo della pensione di base teoricamente riconoscibile
al 31 dicembre 2011, fino a raggiungere il 50 per cento della retribuzione annua
come definita dal comma 2 dell’articolo 2120 del Codice civile in godimento alla
stessa data, qualora il dipendente conti almeno quindici anni di effettiva
iscrizione al FITQ; la predetta quota è aumentata del 2,50 per cento per ogni
ulteriore anno di iscrizione al FITQ, successivo al quindicesimo, e fino a una
anzianità massima di trentacinque anni», ed ha, quindi, ribadito, pur a fronte
dell’espresso richiamo all’art. 9, che il limite massimo della integrazione è
costituito dalla retribuzione corrisposta al momento della cessazione della
rapporto;

3

ma abbia lasciato inalterato il tetto massimo posto all’integrazione al momento

3. il ricorso va, pertanto, rigettato e, in applicazione del principio di
soccombenza, il ricorrente deve essere condannato al pagamento delle spese del
giudizio di legittimità, liquidate come da dispositivo;
3.1. non sussistono ratione temporis

le condizioni di cui all’art. 13 c. 1 quater

d.P.R. n. 115 del 2002

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del

competenze professionali, oltre rimborso spese generali del 15% ed accessori di
legge.
Così deciso nella Adunanza camerale del 21 novembre 2017
Il Presidente

Il Funzionario
Dott.ssa

LE

giudizio di legittimità liquidate in C 200,00 per esborsi ed C 4.000,00 per

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