Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30963 del 27/12/2017


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Civile Ord. Sez. 6 Num. 30963 Anno 2017
Presidente: FRASCA RAFFAELE
Relatore: PELLECCHIA ANTONELLA

ORDINANZA
sul ricorso 25680-2016 proposto da:
SENO ADRIANA, elettivamente domiciliata in ROMA VIA COLLI
ALBANI n.170, presso lo studio dell’avvocato MARIANNA
CONTALDO, rappresentata e difesa dall’avvocato CARMELA CELI;

– ricorrente contro
CONDOMINIO VIA S.ERASNIO n.19 Roma, in persona
dell’Amministratore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA
VIA CRATILO DI ATENE n.31, presso lo studio dell’avvocato
DOMENICO VIZZONE, che lo rappresenta e difende;

con troricorrente

avverso la sentenza n. 5368/2016 della CORTE D’APPELLO di
ROMA, depositata il 12/09/2016;

Data pubblicazione: 27/12/2017

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non
partecipata del 19/09/2017 dal Consigliere Dott. ANTONELLA

PELLECCHIA.

Ric. 2016 n. 25680 sez. M3 – ud. 19-09-2017
-2-

Rilevato che:
Adriana Seno conveniva in giudizio il Condominio via S. Erasmo n. 19 per
sentirlo condannare al pagamento dell’importo di 25.000,00, o nella misura
ritenuta di giustizia, a titolo di risarcimento danni per l’infortunio occorsole in
data 23 novembre 2003. Sosteneva, più in particolare, che, mentre si accingeva
a scendere la rampa di scale esterna per uscire dal Condominio, a causa della

molla situato a ridosso del primo gradino del vestibolo dell’edificio, veniva
sospinta bruscamente in avanti. A seguito di ciò, cadeva lungo la predetta
rampa di scala procurandosi gravi lesioni personali. Riconduceva la
responsabilità dell’accaduto al convenuto condominio per non aver posto
rimedio ad una situazione di pericolo dovuto ai difetti progettuali e strutturali
dell’edificio.
Radicatosi il contraddittorio, il Condominio resisteva alla domanda proposta.
Ti Tribunale di Roma con sentenza numero 12183/09, ravvisando la
responsabilità del convenuto Condominio ex art. 2051 c.c., condannava
quest’ultimo a pagare a titolo risarcitorio l’importo di 104.912,69 oltre spese
del giudizio liquidate in 3.000,00.
Avverso la predetta pronuncia la Seno spiegava appello parziale lamentando la
mancata condanna del Condominio al risarcimento del danno morale e delle
spese mediche documentate ammontanti ad € 10.130,37.
Ti Condominio si costituiva in giudizio proponendo appello incidentale e
chiedendo l’integrale riforma della sentenza con conseguente rigetto della
domanda proposta e condanna dell’attrice alla restituzione dell’importo
incassato in esecuzione della predetta sentenza.
La Corte d’Appello di Roma con la sentenza n. 5368 del 12 settembre 2016,
respingeva l’appello principale e, in accoglimento dell’appello incidentale,
riformava la sentenza del Tribunale di Roma, condannando Adriana Seno a
restituire le somme incassate in esecuzione della sentenza di primo grado.

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chiusura improvvisa e repentina del pesante portone d’ingresso con apertura a

Secondo i Giudici del gravame la condotta della Seno era stata tale da integrare
una serie causale autonoma successiva alla situazione di pericolo idonea ad
interrompere il nostro causale tra la res e il damnum”.
Avverso tale pronunzia Adriana Seno propone ricorso per cassazione sulla base
di due motivi.
Resiste con controricorso il Condominio via S. Erasmo.

A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il
Collegio con le seguenti precisazioni, di condividere le conclusioni cui perviene
la detta proposta.
Considerato che:
Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e/o falsa applicazione
degli art. 2051, 1227, 2697 e 2729 c.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3
c.p.c.. Censura la sentenza deducendo che il giudice del merito pur ritenendo
provato che l’incidente sia dipeso dalle caratteristiche del portone ha poi
ritenuto che la ricorrente avrebbe potuto prevedere e scongiurare la caduta
tenendo un comportamento cauto in quanto conosceva lo stato dei luoghi.
Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione degli artt. 132, 112 e
115 c.p.c. in relazione all’art. 360, comma 1, n. 4 c.p.c.. Denuncia la
contraddittorietà della sentenza impugnata dove prima afferma che essendo
l’incidente dipeso dalle caratteristiche costruttive del portone [•••] e poi afferma
che avrebbe potuto prevedere e scongiurare la caduta con un comportamento
cauto.
I motivi, che possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili.
La corte territoriale ha ritenuto che la Seno fosse a conoscenza della particolare
posizione e meccanismo di chiusura del portone, essendo la stessa una
condomina che abitava nello stabile da tempo e che ben avrebbe potuto
prevedere e scongiurare la caduta con un comportamento ordinariamente
cauto, evitando di soffermarsi sulla piattaforma di distribuzione delle scale
mentre il portone si richiudeva […].
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Le parti hanno depositato memoria.

Pertanto il giudice del merito nel sussumere la fattispecie concreta per come
ricostruita sotto la norma del caso fortuito, nella specie rappresentata dalla
mancanza della dovuta attenzione della danneggiata, ha compiuto
un’operazione di sussunzione corretta, il che esclude che vi sia stata falsa
applicazione dell’art. 2051 c.c. e delle altre norme invocate.
Difatti, il procedimento di sussunzione della corte di merito è fondato perché

(particolare meccanismo di chiusura del portone), in mancanza della
dimostrazione della sopravvenienza di una situazione ulteriore, la condomina
che soffre un danno per la chiusura della porta, lo subisce per una sua
disattenzione, dato che si trovava nella condizione di conoscere il
funzionamento della porta.
Per quanto riguarda in particolare il secondo motivo, il vizio di omessa
pronuncia che determina la nullità della sentenza per violazione dell’art. 112
c.p.c., rilevante ai fini di cui all’art. 360, comma 1, n. 4, dello stesso codice, si
configura esclusivamente con riferimento a domande attinenti al merito e non
anche in relazione ad istanze istruttorie per le quali l’omissione è denunciabile
soltanto sotto il profilo del vizio di motivazione, come appunto nel caso di
specie.
Quanto, in particolare, alla dedotta violazione degli artt. 115 C.P.C. valgono,
inoltre, le seguenti considerazioni. La violazione dell’art. 115 C.P.C. può essere
imputata al giudice del merito sotto due distinti profili: da un lato, ove,
nell’esercizio del suo potere discrezionale quanto alla scelta ed alla valutazione
degli elementi probatori – donde la mancanza d’uno specifico dovere d’esame di
tutte le risultanze e di confutazione dettagliata delle singole argomentazioni
svolte dalle parti, del che meglio in seguito – ometta tuttavia di valutare quelle
risultanze delle quali la parte abbia espressamente dedotto la decisività, salvo ad
escluderne la rilevanza in concreto indicando, sia pure succintamente, le ragioni
del suo convincimento, il difetto della quale indicazione ridonda, peraltro, in
vizio della motivazione; dall’altro, ove, in contrasto con i principi della
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ha ritenuto che in una situazione di fatto come quella di cui si discute

disponibilità e del contraddittorio delle parti sulle prove, ponga a base della
decisione o fatti ai quali erroneamente attribuisca il carattere della notorietà o la
propria scienza personale, così dando ingresso a prove non fornite dalle parti e
relative a fatti dalle stesse non vagliati ne’ discussi ai quali non può essere
riconosciuto, in legittima deroga ai richiamati principi, il carattere
dell’universalità della conoscenza e, quindi, dell’autonoma sussumibilità nel

l’esorbitanza da tali limiti ad essere suscettibile di sindacato in sede di legittimità
per violazione dell’art. 115 C.P.C., sindacato che, con riferimento a tale norma,
non può essere, invece, esteso all’apprezzamento espresso dal giudice del
merito in esito alla valutazione delle prove ritualmente acquisite.
A tal fine va osservato che è devoluta al giudice del merito l’individuazione delle
fonti del proprio convincimento e, pertanto, lo sono anche la valutazione delle
prove, il controllo della loro attendibilità e concludenza, la scelta, fra le
risultanze istruttorie, di quelle ritenute idonee ad acclarare i fatti oggetto della
controversia, privilegiando in via logica taluni mezzi di prova e disattendendone
altri, in ragione del loro diverso spessore probatorio, con l’unico limite
dell’adeguata e congrua giustificazione del criterio adottato; conseguentemente,
ai fini d’una decisione conforme al disposto dell’art. 132 n. 4 C.P.C., il giudice
non è tenuto a valutare analiticamente tutte le risultanze processuali, ne’ a
confutare singolarmente le argomentazioni prospettategli dalle parti, essendo
invece sufficiente che egli, dopo averle vagliate nel loro complesso, indichi gli
elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento e l’iter seguito nella
valutazione degli stessi onde pervenire alle assunte conclusioni, per implicito
disattendendo quelli logicamente incompatibili con la decisione
adottata. Pertanto, vizi motivazionali in tema di valutazione delle risultanze
istruttorie non possono essere utilmente dedotti ove la censura si limiti alla
contestazione d’una valutazione delle prove effettuata in senso difforme da
quello preteso dalla parte, perché proprio a norma dell’art. 116/1^ C.P.C.
rientra nel potere discrezionale del giudice di merito l’individuare le fonti del
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materiale probatorio utilizzabile ai fini della decisione. È, dunque, solo

proprio convincimento, il valutare all’uopo le prove, il controllarne
l’attendibilità e la concludenza e lo scegliere, tra le varie risultanze istruttorie,
quelle ritenute idonee e rilevanti. Come, appunto, ha fatto nel caso di specie.
Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

P.Q.M.
la Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del

complessivi Euro 7.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura
del 15 per cento, agli esborsi liquidati in euro 200, ed agli accessori di legge.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del d.P.R. n. 115 del 2002, inserito dall’art.
1, comma 17 della 1. n. 228 del 2012, dà atto della sussistenza dei presupposti
per il versamento, da parte della ricorrente principale, dell’ulteriore importo a
titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a
norma del comma 1-bis del citato art. 13.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della
Corte suprema di Cassazion in data 19 settembre 2017.

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presente giudizio di legittimità in favore della controricorrente che liquida in

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