Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30951 del 27/12/2017


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Civile Ord. Sez. 2 Num. 30951 Anno 2017
Presidente: MATERA LINA
Relatore: PENTA ANDREA

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 6862/2014 R.G. proposto da
Bocchio Annalisa Lucia, nata a Salò (BS) il 23.7.1975 e residente
in Toscolano Maderno, alla via Caboto n. 16 (C.F.:
BCCNLS75L63H717T), e Speranzini Michele, nato a Desenzano
del Garda (BS) il 19.11.1968 ed ivi residente, alla via Monte Baldo
n. 63 (C.F.: SPRMHL68S19D284B), rappresentati e difesi, in forza
di procura speciale a margine del ricorso, dagli Avv.ti Enrico Bertelli
(C.F.: BRTNRC51P01B157Q) e Giovanna Fiore (C.F.:
FRIGNN49R54F205V) ed elettivamente domiciliati presso lo studio
della seconda in Roma, alla via degli Scipioni nn. 94/8;
– ricorrenti contro
Pollonini Roberto,

nato in Svizzera il 24.12.1963 (C.F.:

PLLRRT63T24Z133K) e residente in 25017 Lonato (BS), alla via
Padre Marcolini n. 55, e Rambotti Eleonora, nata a Desenzano
d\”)
(/

del Garda il 23.7.1969 (C.F.: RMBLNR69L63D284E) e residente in

Data pubblicazione: 27/12/2017

Desenzano del Garda, alla via Durighello n. 28/I, rappresentati e
difesi, in forza di procura speciale a margine del controricorso,
dall’Avv. Gabriella Ciancetta (C.F.: CNCGRL62C51I829V), con
studio in Desenzano del Garda, alla via Roma n. 10;

controricorrenti e ricorrenti incidentali

e
Studio Casa Desenzano s.r.I.,

in persona del legale

Riviello del Foro di Brescia ed elettivamente domiciliata presso lo
studio dell’Avv. Daniela Trotta, in Roma alla via Gaeta n. 19;

controricorrente

avverso la sentenza n. 319/2013 della Corte d’appello di BRESCIA
depositata il 13/03/2013 e non notificata.
Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 24/10/2017
dal Consigliere Andrea Penta.

Ritenuto in fatto
Con atto notificato in data 28 giugno 1999 Bocchio Annalisa e
Speranzini Michele convenivano in giudizio davanti al Tribunale di
Brescia Pollonini Roberto e Rambotti Eleonora, esponendo: di aver
stipulato con questi ultimi, in data 4 marzo 1999, un contratto
preliminare di compravendita riguardante un immobile sito in
Desenzano del Garda, per il prezzo di lire 260.000.000, che il
promittente venditore aveva garantito di essere libero da vincoli e
pesi; che successivamente era risultato che l’immobile in questione
non era liberamente commerciabile, perché realizzato nell’ambito di
un PEEP e, pertanto, gravato da vari vincoli, quali il diritto di
prelazione in favore del Comune di Desenzano, la necessità che il
prezzo di vendita venisse determinato dallo stesso ente locale,
l’esistenza di requisiti oggettivi e soggettivi in capo agli acquirenti;
che, di conseguenza, con lettera dell’i giugno 1999, avevano
formulato serie riserve sulla congruità del prezzo pattuito; che, di
2

rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall’Avv. Vincenzo

contro, i convenuti avevano comunicato di recedere dal contratto e
di trattenere la caparra di lire 49.000.000, già versata.
Tanto premesso, gli attori, dopo aver ribadito la volontà di
concludere il contratto di compravendita, chiedevano al Tribunale di
pronunciare sentenza costitutiva a sensi dell’art. 2932 c.c., previa
riduzione del corrispettivo in dipendenza dalla criticità segnalate.
Formulavano, poi, domande subordinate concernenti il proprio

del doppio della caparra versata e, in via gradata, di
nullità/annullabilità/risoluzione per inadempimento del contratto
stesso, con le conseguenti pronunce sul piano economico.
Si costituivano in giudizio Pollonini Roberto e Rambotti Eleonora,
chiedendo il rigetto delle domande degli attori e sostenendo che
erano questi ultimi inadempienti, avendo addotto motivi di
doglianza fondati su circostanze di cui erano perfettamente a
conoscenza, per aver avuto la disponibilità del titolo d’acquisto, per
conoscenza diretta della situazione dell’immobile e perché la
tematica era stata esaurientemente trattata prima della
sottoscrizione del preliminare.
Proponevano, quindi, in via riconvenzionale, domande di
accertamento della legittimità dell’esercizio del diritto di recesso e
di incameramento della caparra confirmatoria, di pronuncia della
risoluzione del contratto per inadempimento degli attori, di
nullità/invalidità/inefficacia del contratto stesso e, nei confronti
della Studio Casa Desenzano S.r.l. (ritualmente chiamata in causa),
di manleva, al fine di essere risarciti di tutti i danni (anche
riconducibili all’art. 96 c.p.c.) derivanti dalla trascrizione della
domanda giudiziale e dall’iscrizione dell’ipoteca giudiziale.
La Studio Casa Desenzano S.r.l., a sua volta, in parte condividendo
gli argomenti enunciati dai convenuti in tema di comportamento
precontrattuale, chiedeva respingersi tutte le domande formulate
nei suoi confronti.

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buon diritto di recedere dal contratto e di ottenere la restituzione

Istruita la causa mediante prove orali, con sentenza n. 1320/08 del
10-16 aprile 2008, il Tribunale dichiarava la nullità del contratto
preliminare, condannando i convenuti a pagare agli attori la somma
di euro 30.750,00 (a titolo di restituzione della caparra
confirmatoria ricevuta) e la terza chiamata a corrispondere ai
convenuti l’importo di euro 7.000,00 (a titolo di restituzione della
provvigione conseguita) ed a rifondere quanto gli stessi avrebbero

convenuti e la terza chiamata a rimborsare agli attori le spese di
lite e la terza chiamata a rimborsare ai primi le spese di lite.
Il giudice di primo grado riteneva che il contratto preliminare fosse
nullo per assenza di buona parte dei requisiti prescritti dall’art. 35
della legge n. 865/1971 per l’ipotesi della vendita di immobili
realizzati in regime di edilizia economica e popolare ed addebitava
la situazione in tal guisa delineatasi alla condotta omissiva dei
venditori e della società mediatrice, accertata in base alla
mancanza di qualsiasi menzione nel testo del preliminare ed alla
omessa dimostrazione, da parte degli stessi, di aver
adeguatamente e tempestivamente informato della circostanza i
pronnissari acquirenti.
Avverso detta sentenza la Studio Casa Desenzano S.r.l. proponeva
appello con atto di citazione notificato il 24 giugno 2008,
chiedendone la riforma sulla base di cinque motivi di doglianza.
Si costituivano in giudizio Bocchio Annalisa e Speranzini Michele,
nonché Pollonini Roberto e Rambotti Eleonora, chiedendo rigettarsi
l’appello e, i secondi, svolgendo appello incidentale.
La Corte di Appello di Brescia, con sentenza del 13.3.2013, in
accoglimento dell’appello principale ed in parziale accoglimento di
quello incidentale, respinta l’eccezione di nullità del contratto
preliminare, accertava la legittimità del recesso esercitato dai
promittenti venditori ed il loro diritto di incamerare la caparra
confirmatoria, condannava la Boccio e lo Speranzini, in solido, a
restituire alle controparti le somme versate in forza della
4

dovuto versare per spese di lite agli attori; condannava, infine, i

provvisoria esecuzione della sentenza impugnata e rigettava le
domande proposte dal Pollonini e dalla Rambitti nei confronti della
Studio Casa Desenzano s.r.I., il tutto sulla base, per quanto ancora
qui rileva, delle seguenti considerazioni:
1)

quanto alla rilevata nullità del contratto preliminare, la

discussione aveva totalmente ignorato l’art. 3 della I. 28 gennaio
1994, n. 85, in virtù del quale, una volta decorsi cinque anni

le operazioni di dismissione dello stesso erano liberalizzate e le
eventuali clausole, contenute in provvedimenti amministrativi o in
strumenti convenzionali, contrastanti con tale regime di libera
alienabilità erano da considerarsi caducate;
2)

da ciò derivava che, da un lato, la previsione di nullità

assoluta del negozio stipulato in violazione dei precedenti limiti
contenuti nell’art. 35 della I. n. 865 del 1971 (ormai abrogato) non
era più applicabile ai contratti stipulati sotto la vigenza del nuovo
regime normativo e, dall’altro, la Studio Casa Desenzano s.r.l.
doveva essere esonerata da ogni obbligo risarcitorio e restitutorio
nei confronti degli originari convenuti;
3)

era, invece, legittimo il recesso esercitato dai Pollomini-

Rambotti, a fronte dell’ingiustificata pretesa dei promissari
acquirenti di subordinare la stipulazione del definitivo ad una
riduzione del prezzo pattuito (il cui pagamento non era stato
neppure offerto, benché il termine per il saldo fosse ormai
scaduto), con il conseguente loro diritto di trattenere la caparra
confirmatoria;
4)

non meritava accoglimento la domanda risarcitoria proposta

dai Pollomini-Rambotti, sia perché gli stessi avevano già ritenuto la
caparra sia perché l’iniziativa giudiziaria degli attori non poteva
reputarsi temeraria.
Per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso Bocchio
Annalisa Lucia e Speranzini Michele, sulla base di tre motivi.
Pollonini Roberto e Rambotti Eleonora e la Studio Casa Desenzano
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dall’assegnazione o dall’acquisto dell’alloggio di edilizia agevolata,

s.r.l. hanno resistito con separati controricorsi, proponendo i primi,
a loro volta, ricorso incidentale fondato su due motivi.
In prossimità dell’udienza camerale tutte le parti hanno depositato
memoria illustrativa ex art. 378 c.p.c..
Considerato in diritto
1. Con il primo motivo i ricorrenti deducono la falsa applicazione
dell’art. 3 della I. 28.1.1994, n. 85, e la violazione degli artt. 11

c.p.c.), per non aver la corte territoriale considerato che, dovendo
la legittimità di un provvedimento amministrativo (nel caso di
specie, la nota del 18.10.2000, con cui il Comune di Desenzano del
Garda aveva sottoposto a normativa stringente – prevedendo la
necessità di corrispondere al Comune una somma di denaro per
l’affrancazione dell’immobile da ogni vincolo – gli immobili
appartenenti al lotto in questione, e la deliberazione n. 13 del
6.3.1981, con la quale lo stesso ente pubblico regolamentava, oltre
al predetto corrispettivo, il prezzo, i soggetti a favore dei quali gli
immobili potevano essere alienati e la prelazione spettante al
Comune) essere apprezzata con riferimento allo stato di fatto e di
diritto esistente al momento della sua emanazione, erano irrilevanti
le sopravvenienze normative determinanti l’abrogazione della
disciplina che aveva legittimato l’adozione del provvedimento
stesso.
1.1. Il motivo è infondato.
Non è revocabile in dubbio che, in tema di vendita di alloggi di
edilizia agevolata, l’art. 3 della legge 28 gennaio 1994, n. 85, nel
modificare l’art. 20, comma 1, della legge 17 febbraio 1992, n.
179, abbia liberalizzato, pressoché integralmente, le operazioni di
disrnissione di tali beni da parte dei proprietari o assegnatari,
stabilendo solo il vincolo del rispetto di un termine di
mantenimento quinquennale in proprietà (o assegnazione), peraltro
derogabile, previa autorizzazione della Regione, ove sussistenti
gravi, sopravvenuti e documentati motivi.
6

delle preleggi e 1489 c.c. (in relazione all’art. 360, co. 1, n. 3,

La nuova disciplina è di immediata applicazione, e vale anche per le
alienazioni successive alla sua entrata in vigore, ma relative ad
alloggi oggetto di convenzioni ed assegnazioni anteriori alla legge
17 febbraio 1992, n. 179 (nel caso di specie, il contratto
preliminare di vendita – per quanto abbia solo effetti obbligatori – è
stato stipulato il 4.3.1999, laddove la convenzione intercorsa tra la
Cooperativa Soleado ed il Comune di Desenzano risale al 1981),

più restrittive disposizioni dell’art. 35 della legge 22 ottobre 1971,
n. 865, sono cadute le clausole, contenute nelle convenzioni tra
enti pubblici e cooperative di costruzione di tali alloggi, ispirate alle
disposizioni abrogate, ed è venuta meno, per i contratti stipulati in
violazione dei limiti di alienazione di cui all’art. 35 della legge n.
865 cit., la nullità prevista da tale norma, non essendo più in vigore
il divieto di libera alienabilità post-quinquennale (Sez. 1, Sentenza
n. 26915 del 10/11/2008).
In particolare, l’immediata applicabilità del nuovo regime di tali
beni immobili ha travolto anche le clausole, •contenute in
provvedimenti amministratisit o in strumenti convenzionali,
contrastanti con tale regime di libera alienabilità post-quinquennale
degli immobili. Infatti, le convenzioni intercorse tra enti territoriali
e pubblici, in generale, con le cooperative di costruzione di tali
alloggi, che si siano ispirate alle più restrittive condizioni stabilite
nella L. n. 865 del 1971, art. 35, (quali: l’inalienabilità dei beni per
almeno dieci anni, calcolati dalla data di rilascio della licenza di
abitabilità; l’alienabilità a favore dei soli soggetti aventi i requisiti
per l’assegnazione degli alloggi al prezzo fissato dall’Ute; la libera
alienabilità degli alloggi, a tutti, dopo vent’anni dal rilascio della
licenza di abitabilità, alla condizione di corrispondere un prezzo al
Comune o al Consorzio, calcolato ai sensi del comma 3, di tale
disposizione) sono cadute inesorabilmente con l’abrogazione di tali
disposizioni e con la loro sostituzione da parte di un nuovo
regolamento liberistico.
7

poiché a seguito dell’abrogazione, da parte di quest’ultima, delle

Corollario di tale conclusione è che la previsione di nullità assoluta
del negozio, stipulato in violazione di tali limiti, stabilita dalla L. n.
865 del 1971, art. 35, comma 5, in riferimento alle violazione delle
prescrizioni contenute nei primi quattro commi, non è più
applicabile ai contratti stipulati sotto il vigore del nuovo regime
normativo che quei limiti (non più in vigore) abbiano virtualmente
violato.

controversia, liberamente negoziato anche nel prezzo, con un
negozio stipulato in data successiva all’entrata in vigore della
nuova L. del 1994 (precisamente nel corso del 1999), era
pienamente valido ed efficace, in quanto l’incontro delle volontà era
intervenuto dopo il compimento del termine quinquennale
costituente l’unica limitazione sopravvissuta al complesso dei
precedenti divieti.
Bene, pertanto ha deciso la corte di merito restituendo alla
previsione normativa applicata la giusta esegesi e, così,
considerando irrilevante l’esame delle clausole provvedimentali e
convenzionali invocate dai ricorrenti.
La pronuncia della Corte costituzionale n. 463 del 28.12.2006 non è
invocabile in senso contrario, in quanto la stessa, considerato che il
Tribunale di Modena aveva dubitato della legittimità costituzionale
dell’art. 23 (recte: art. 23, comma 2) della legge 17 febbraio 1992,
n. 179 (Norme per l’edilizia residenziale pubblica), in riferimento
agli artt. 3 e 42 della Costituzione, ma che l’ordinanza di
rimessione mancava del tutto della motivazione in ordine alla non
manifesta infondatezza della questione, indipendentemente da ogni
ulteriore valutazione, ha dichiarato la manifesta inammissibilità
della questione di legittimità costituzionale.
1.2. E’ vero che Cassazione civile, sez. un., 16/09/2015, n. 18135,
nel risolvere la questione di massima di particolare importanza
avente ad oggetto il se il vincolo del prezzo massimo di cessione
dell’immobile costruito in regime di edilizia agevolata sia limitato al
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Da ciò consegue che il contratto intercorso tra le parti dell’odierna

solo termine di vigenza del vincolo di inalienabilità e valga
unicamente per il concessionario, e non anche per i successivi
subacquirenti, ha statuito che: «il vincolo del prezzo massimo di
cessione dell’immobile in regime di edilizia agevolata ex art. 35
della I. n. 865 del 1971, qualora non sia intervenuta la convenzione
di rimozione ex art. 31, comma 49 bis, della I. n. 448 del 1998 [nel
caso di specie, mancante; n.d.r.], segue il bene nei passaggi di

ratio legis di garantire la casa ai meno abbienti, senza consentire
operazioni speculative di rivendita».
Così come è parimenti vero che il vincolo alla determinazione del
prezzo discende, in tutti i casi, direttamente dalla legge.
Tuttavia, pur emergendo, dunque, con chiarezza che il vincolo del
prezzo non è affatto soppresso automaticamente a seguito della
caduta del divieto di alienare, e, anzi, in assenza di convenzione ad
hoc (da redigere in forma pubblica e soggetta a trascrizione),
segue il bene nei successivi passaggi di proprietà, a titolo di onere
reale, con naturale efficacia indefinita, nel caso di specie i ricorrenti
hanno invocato (il trasferimento costitutivo ex art. 2932 c.c. con) la
riduzione del prezzo a causa dei vincoli gravanti sull’immobile loro
promesso in vendita (medio tempore, come detto, venuti meno), e
non già sulla base del prezzo “vincolato” che il Comune avrebbe
dovuto determinare. In particolare, i promissari acquirenti non
hanno chiesto la riduzione del prezzo pattuito attraverso
l’inserzione automatica (id est, attraverso l’eterointegrazione del
contratto nella sua clausola determinativa del prezzo, ai sensi degli
artt. 1339 e 1419 c.c.) di quello vincolato determinato in
applicazione dei parametri normativi.
Del resto, con riferimento al predetto vincolo, derivando lo stesso
direttamente dalla legge, vi sarebbe una presunzione ex lege di
conoscenza da parte di tutti i cittadini, sicché dovrebbe escludersi
che il compratore di un immobile, il quale assuma di avere
ignorato, nel momento di conclusione della vendita, successivo a
9

proprietà, a titolo di onere reale, con efficacia indefinita, attesa la

detta approvazione, i vincoli urbanistici cui esso è soggetto, possa
invocare la garanzia ex art. 1489 codice civile, per gli oneri non
apparenti e non dichiarati, salva l’eventuale responsabilità assunta
dal venditore con l’espressa dichiarazione di garanzia circa la
libertà dell’immobile alienato ove sia riferibile anche ai vincoli
derivanti da strumenti urbanistici (Sez. 2, Sentenza n. 2581 del
12/04/1983).

controricorso, tale prezzo già sarebbe stato determinato dalla
Giunta Comunale di Desenzano del Garda e corrisponderebbe a
quello concordato tra le parti.
2. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano l’omesso esame di
un fatto decisivo per il giudizio e la violazione dell’art. 21 bis della I.
7.8.1990, n. 241 (con riferimento all’art. 360, co. 1, nn. 3 e 5,
c.p.c.), per aver la corte di merito, sulla base delle deposizioni
testimoniali, ritenuto, sia pure ad abundantiam, che essi fossero a
conoscenza dei vincoli pubblicistici (contenuti nella delibera
comunale n. 13 del 6.3.1981) gravanti sull’appartamento.
2.1. Il motivo è inammissibile e, comunque, infondato.
Invero, trattasi di un’argomentazione svolta

ad abundantiam.

Come è noto, in sede di legittimità sono inammissibili, per difetto di
interesse, le censure rivolte avverso argomentazioni contenute
nella motivazione della sentenza impugnata e svolte

ad

abundantiam o costituenti obiter dicta, poiché esse, in quanto prive
di effetti giuridici, non determinano alcuna influenza sul dispositivo
della decisione (cfr., tra le tante, Sez. 3, Sentenza n. 13068 del
05/06/2007 e Sez. L, Sentenza n. 22380 del 22/10/2014).
In ogni caso, fermo restando che è inconferente il richiamo operato
all’art. 21 bis della I. n. 241/1990, la censura è, comunque, volta a
sollecitare una mera rivalutazione delle risultanze istruttorie.
Non senza dimenticare che l’omesso esame di elementi istruttori ai sensi del nuovo testo del n. 5 dell’art. 360 c.p.c. – non integra,
di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il
10

Senza tralasciare che, in base a quanto dedotto a pag. 31 del

fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in
considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato
conto di tutte le risultanze probatorie (Sez. U, Sentenza n. 8053
del 07/04/2014, Rv. 629830 e Rv. 629831).
3. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta l’omesso esame di un
fatto decisivo per il giudizio (con riferimento all’art. 360, co. 1, n.
5, c.p.c.), per non aver la corte locale considerato che, con

stipula del contratto definitivo sino al 15.7.1999, con la
conseguenza che essi, alla data del 9.6.1999 in cui i promittenti
venditori avevano formalizzato il recesso, non erano inadempienti.
3.1. Il motivo è infondato.
Alla stregua di quanto riprodotto dai controricorrenti a pag. 36 del
controricorso (laddove i ricorrenti, a pag. 32 del ricorso, hanno
riportato solo uno stralcio dell’accordo in deroga), le parti, con la
scrittura del 4.5.1999, avevano prorogato il solo termine per la
stipula del contratto definitivo, e non anche quello pattuito per il
saldo del prezzo.
4. Con due motivi i ricorrenti incidentali si dolgono del rigetto della
loro domanda volta ad ottenere la condanna, ex art. 96 c.p.c., delle
controparti al risarcimento dei danni conseguiti alla trascrizione
della domanda ex art. 2932 c.c. e, in via condizionata
all’accoglimento del ricorso principale, dell’omesso esame, da parte
della corte d’appello, del fatto, emerso dall’istruttoria, dell’avvenuta
consegna, da parte loro, al mediatore del loro titolo di proprietà,
con conseguente mancato assolvimento, ad opera di quest’ultimo,
dell’obbligo di comunicare ai promissari acquirenti i vincoli insistenti
sull’immobile promesso in vendita.
4.1. Il primo motivo si rivela -,è( inammissibile, non indicando il
motivo di cui all’art. 360 c.p.c. fatto valere, e non contestando la
ratio decidendi sottesa alla pronuncia, che si sostanzia, da un lato,
nell’aver i Pollomini-Rambotti già ritenuto la caparra e, dall’altro,

11

scrittura del 4.5.1999, le parti avevano prorogato il termine per la

nel rilievo secondo cui l’iniziativa giudiziaria degli attori non poteva
reputarsi temeraria.
4.2. Il secondo motivo, essendo espressamente condizionato
all’accoglimento del ricorso principale, resta assorbito.
5. In definitiva, il ricorso principale non merita accoglimento, al pari
del primo motivo di quello incidentale.
Le spese del presente grado di giudizio, nei rapporti tra i ricorrenti

ricorrenti principali e si liquidano come da dispositivo. Quanto ai
rapporti tra le predette parti e la Studio Casa Desenzano s.r.I.,
premesso che il giudizio soggiace, ratione temporis (essendo stato
instaurato il 28.6.1999), all’art. 92 c.p.c. nella formulazione
anteriore alle modifiche apportate dall’art. 45, co. 11, I. n.
69/2009, sussistono giusti motivi, rappresentati dalla mancanza di
doglianze nei confronti della predetta società nei motivi di gravame
formulati dalle altre parti (se si fa eccezione per il secondo motivo
del ricorso incidentale, espressamente peraltro subordinato
all’accoglimento di quello principale), per compensare
integralmente le spese processuali del presente grado di giudizio.
Ricorrono i presupposti di cui all’art. 13, comma 1-quater d.P.R. n.
115/02, applicabile ratione temporis

(essendo stato il ricorso

proposto successivamente al 30 gennaio 2013), per il raddoppio del
versamento del contributo unificato a carico dei ricorrenti principali
e dei ricorrenti incidentali.
P. Q. M.
La Corte rigetta il ricorso principale ed il primo motivo del ricorso
incidentale, dichiara assorbito il secondo motivo di quello
incidentale e condanna i ricorrenti principali al rimborso, in favore
dei ricorrenti incidentali, delle spese del presente grado di giudizio,
che liquida in complessivi euro 5.250,00, oltre rimborso forfetario
al 15% ed accessori come per legge; compensa integralmente le
spese nei rapporti tra la Studio Casa Desenzano s.r.l. e le altre
parti.
12

ed i Pollonini – Rambotti, seguono la sostanziale soccombenza dei

Dichiara le parti ricorrenti, principale ed incidentale, tenute al
versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, a
norma dell’art. 13, comma 1 quater d.P.R. n. 115/02.

Cosi deciso in Roma, nella camera di consiglio della II Sezione civile

della Corte suprema di Cassazione, il 24.10.2017.

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