Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30938 del 29/10/2021

Cassazione civile sez. lav., 29/10/2021, (ud. 26/05/2021, dep. 29/10/2021), n.30938

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. TRIA Lucia – Presidente –

Dott. LORITO Matilde – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3864-2020 proposto da:

S.K., domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato CATERINA BOZZOLI;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO – COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL

RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE INTERNAZIONALE DI VICENZA, in

persona del Ministro pro tempore, rappresentato e difeso ope legis

dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia

in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 1312/2019 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 06/06/2019 R.G.N. 1226/2016; udita la relazione della

causa svolta nella camera di consiglio del 26/05/2021 dal

Consigliere Dott. PONTERIO CARLA.

 

Fatto

RILEVATO IN FATTO

che:

1. La Corte d’appello di Catania, con sentenza n. 1312 del 2019, ha respinto l’appello proposto da S.K., cittadino della Guinea, avverso l’ordinanza del Tribunale che, confermando il provvedimento emesso dalla competente Commissione Territoriale, aveva negato il riconoscimento dello status di rifugiato, della protezione sussidiaria e della protezione umanitaria.

2. Il richiedente aveva dichiarato di avere frequentato un suo connazionale di nome Moussa, arrestato dalla polizia perché omosessuale; che aveva saputo di essere ricercato dalla polizia in quanto sospettava che anche lui fosse omosessuale e che per questa ragione era fuggito dalla Guinea ed era giunto in Italia il 31 maggio 2015.

3. La Corte d’appello ha ritenuto che le dichiarazioni rese dal ricorrente in sede di audizione dinanzi alla Commissione erano generiche, poco circostanziate e contraddittorie e che il richiedente non aveva fornito alcun elemento di prova in ordine al fondato timore di persecuzione personale e diretta. Egli si era limitato a sostenere di essere fuggito per il timore di essere arrestato in seguito all’avvertimento ricevuto da un vicino di casa, ma le vicende narrate non descrivevano atti di persecuzione diretta e personale rilevanti rispetto alla previsione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 7. Parimenti insussistenti erano i requisiti per la protezione sussidiaria atteso che il timore del ricorrente di essere arrestato era meramente soggettivo, non sussistendo la certezza né alcun riscontro alla tesi che la polizia lo stesse effettivamente cercando. Il predetto non aveva commesso alcun crimine né era accusato di averlo commesso, non aveva allegato ragioni di esposizione al rischio personale di un trattamento carcerario o di pene inumani e degradanti, non sussisteva il rischio di grave danno derivante da violenza indiscriminata.

4. Neppure poteva essere accolta, secondo i giudici di appello, la domanda di protezione umanitaria in quanto la vita nel paese di origine del richiedente non risultava scesa al di sotto del livello di salvaguardia della dignità umana; il ricorrente non presentava alcuna ragione né oggettiva né soggettiva di vulnerabilità; è un giovane ventinovenne, arrivato in Italia da maggiorenne e che prima di fuggire dal proprio paese studiava e lavorava come taxista; in Guinea gode della presenza della famiglia d’origine.

5. Avverso la sentenza il richiedente ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un motivo.

6. Il Ministero dell’Interno si è costituito al solo fine dell’eventuale partecipazione all’udienza di discussione.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

che:

7. Con l’unico motivo si deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3, in combinato disposto con l’art. 5.

8. Si censura la sentenza impugnata nella parte in cui ha escluso i presupposti della protezione umanitaria senza adeguatamente considerare che l’omosessualità nel paese d’origine è punita come fattispecie penale e che il timore del ricorrente di essere arrestato e di subire, in ragione del suo orientamento sessuale, trattamenti inumani e degradanti è fondato su elementi concreti e su fonti affidabili come Amnesty International; si rileva inoltre l’inserimento lavorativo raggiunto dal richiedente in Italia, con un contratto di apprendistato professionalizzante per somministrazione di lavoro, ai sensi del D.Lgs. n. 81 del 2015, art. 31, prodotto come documento n. 4.

9. Il ricorso è fondato e deve trovare accoglimento, dovendosi preliminarmente chiarire che, a prescindere dal nomen iuris della protezione invocata dal ricorrente, le censure mosse investono la negazione, da parte dei giudici di appello, del pericolo di persecuzione per la condizione di omosessualità, penalmente sanzionata nel Paese di provenienza, e quindi si riferiscono alla negazione dei presupposti dello status di rifugiato.

10. Questa Corte ha sottolineato come “ciò che rileva non è l’indicazione precisa del nomen iuris della fattispecie di protezione internazionale che s’invoca, ma esclusivamente la prospettazione di una situazione che possa configurare il rifugio politico o la protezione sussidiaria” (v. Cass. n. 8819 del 2020; quanto alla legittimità dell’esame delle varie forme di protezione sussidiaria, sebbene non specificamente indicate, v. Cass. n. 14998 del 2015).

11. A proposito delle forme di protezione internazionale, si è sottolineato che l’orientamento sessuale del richiedente (nella specie, l’omosessualità) rappresenta un fattore di individuazione del “particolare gruppo sociale” la cui appartenenza, ai sensi del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 8, comma 1, lett. d), costituisce ragione di persecuzione idonea a fondare il riconoscimento dello status di rifugiato, pur se dedotta per la prima volta solo davanti al tribunale. (Sez. 6 – 1, n. 27437 del 29/12/2016). Inoltre, il D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 1, vieta l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione anche per motivi di orientamento sessuale.

12. Questa Corte ha in proposito affermato che per persecuzione deve intendersi una forma di lotta radicale contro una minoranza che può anche essere attuata sul piano giuridico e specificamente con la semplice previsione del comportamento che si intende contrastare come reato punibile con la reclusione; tale situazione si concretizza allorché le persone di orientamento omosessuale sono costrette a violare la legge penale del loro paese e a esporsi a gravi sanzioni per poter vivere liberamente la propria sessualità, sì che ben si può ritenere che ciò costituisca una grave ingerenza nella vita privata dei cittadini che compromette grandemente la loro libertà personale. Tale violazione si riflette, automaticamente, sulla condizione individuale delle persone omosessuali, ponendole in una situazione oggettiva di persecuzione, che deve essere verificata, anche d’ufficio, dal giudice di merito, e che è tale da giustificare la concessione della protezione (Sez. 6 – 1, n. 15981 del 20/09/2012; Sez. 1, n. 07438/2020).

13. Si è aggiunto che, in ogni caso, l’allegazione da parte dello straniero della propria condizione di omosessualità impone al giudice di porsi in una prospettiva dinamica e non statica (Sez. 1, n. 09815/2020, cit.), nel senso che ha il dovere di accertare se lo Stato di provenienza non possa o non voglia offrire adeguata protezione alla persona omosessuale, D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 5, lett. c) e dunque se, considerata la concreta situazione del richiedente e la sua particolare condizione personale, questi possa subire, a causa del suo orientamento sessuale, n. 251 del 2007, ex art. 8, lett. d), una minaccia grave ed individuale alla propria vita o alla persona (Sez. 1, n. 11172/2020; v. altresì Sez. 1, n. 11176/2019).

14. Nel caso di specie, la Corte di merito, nel respingere la domanda di riconoscimento dello status di rifugiato, si è limitata a rilevare la mancata prova, di cui ha onerato il richiedente, di elementi atti a dimostrare il rischio di persecuzione personale e diretta, elementi che, in realtà, il giudice della protezione internazionale ha l’obbligo di verificare officiosamente, anche al fine di fornire una precisa qualificazione giuridica alla misura da adottare (o da respingere) e di procedere ad una corretta sussunzione dei fatti nelle diverse ipotesi normative di persecuzione (per il rifugio) e di danno grave (per la protezione sussidiaria).

15. Atteso che la sentenza impugnata ha omesso qualsiasi indagine sul rischio di persecuzione per ragioni legate alla omosessualità nel Paese d’origine, come sarebbe stato invece doveroso in adempimento del dovere di cooperazione istruttoria, il ricorso deve trovare accoglimento.

16. La sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione, anche per la regolazione delle spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, assorbito il secondo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte d’appello di Catania, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nell’udienza camerale, il 26 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2021

 

 

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