Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30901 del 29/10/2021

Cassazione civile sez. lav., 29/10/2021, (ud. 18/11/2020, dep. 29/10/2021), n.30901

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. LORITO Matilde – rel. Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10229/2017 proposto da:

TAKEDA ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA QUATTRO FONTANE 20,

presso lo studio dell’avvocato MATTEO FUSILLO, che la rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Z.M.A., domiciliata in ROMA, PIAZZA CAVOUR, presso la

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato ANGELO RUSSO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 121/2017 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 15/02/2017 R.G.N. 803/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/11/2020 dal Consigliere Dott. MATILDE LORITO.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

Z.M.A. adiva il Tribunale di Catania e, sulla premessa di essere stata collocata in mobilità dalla Takeda Farmaceutici s.p.a., instava per la condanna della società al pagamento della somma di Euro 45.127,74 in aggiunta rispetto al T.F.R. spettante, in conformità all’espressa previsione sancita in sede di Accordo sindacale stilato in data 9/12/1997.

Esperito l’esame congiunto di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 4, comma 9, era stato infatti siglato dalle parti sociali anche un verbale di accordo con il quale si dava atto della disponibilità della società Takeda al trasferimento di una parte dei lavoratori presso il nuovo stabilimento produttivo di (OMISSIS) in alternativa al previsto collocamento in mobilità.

Al punto A, si prevedeva l’erogazione una somma una tantum (oltre ulteriori benefici) in favore dei lavoratori disposti a trasferirsi presso il nuovo stabilimento;

al punto B si prevedeva che ai lavoratori che avessero scelto di essere collocati in mobilità, sarebbe stato erogato, previa sottoscrizione di accordo individuale, una somma ulteriore a tacitazione di ogni questione connessa al rapporto di lavoro;

al punto D, si stabiliva che i lavoratori collocati di loro iniziativa in mobilità dopo l’eventuale trasferta presso il nuovo stabilimento, previa sottoscrizione del relativo verbale di conciliazione individuale con la società, avrebbero avuto diritto a percepire l’importo indicato al paragrafo B.

Manifestata la propria disponibilità al trasferimento, la ricorrente deduceva che successivamente, con telegramma 22/1/1998, aveva manifestato l’opzione di essere collocata in mobilità, facendo espresso riferimento all’Accordo del 9/12/1997.

La società Takeda, aderendo alla richiesta, aveva disposto la convocazione per la data del 6/3/1998 onde definire le condizioni economiche attinenti alla cessazione del rapporto.

In tale incontro, la ricorrente non sottoscriveva il verbale di conciliazione, riservandosi di verificare la correttezza dell’importo oggetto di liquidazione e chiedendo un rinvio dell’incontro che veniva assecondato dalla parte datoriale.

Posto che quest’ultima non aveva provveduto a riconvocarla onde pervenire alla stipula dell’accordo, in data 9/7/1998 la Z. chiedeva nuovamente la liquidazione dell’importo richiesto alla società la quale opponeva un rifiuto, sul rilievo che la stessa non aveva sottoscritto il verbale di conciliazione.

Nella prospettazione della ricorrente, la condotta della parte datoriale non era conforme a correttezza e buona fede giacché, assunto un comportamento silente sino al luglio 1998, aveva poi dedotto un preteso effetto decadenziale connesso ad un insussistente rifiuto di sottoscrivere il verbale di conciliazione.

Costituitasi la società resisteva al ricorso deducendone l’infondatezza e chiedendone la reiezione.

Il giudicante rigettava la domanda.

Detta pronuncia veniva riformata dalla Corte distrettuale con sentenza resa pubblica in data 15/2/2017 con la quale la società veniva condannata alla corresponsione in favore di parte appellante, della somma di Euro 43.096,53.

Nel pervenire all’accoglimento del gravame la Corte distrettuale ricostruiva la vicenda fattuale osservando che, a seguito della richiesta formulata dalla lavoratrice di verificare il conteggio della somma offerta, e di rinvio dell’incontro al quale la società aveva prestato il proprio assenso, quest’ultima in un’ottica di correttezza contrattuale, avrebbe dovuto ribadire la propria disponibilità all’assolvimento degli impegni assunti con le parti sociali e dunque, all’erogazione del compenso incentivante, previa sottoscrizione dell’intesa transattiva. Manifestando un atteggiamento di totale chiusura alle richieste della lavoratrice, avrebbe violato siffatti principi, determinando le conseguenze previste e sancite dall’art. 1359 c.c..

Avverso tale decisione interpone ricorso per cassazione la società Takeda sulla base di tre motivi.

Resiste con controricorso la parte intimata.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. Con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1353, 1354, 1356, 1362 e segg., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Si critica la statuizione con la quale i giudici del gravame hanno ritenuto che la condotta della parte datoriale avesse vulnerato i principi di correttezza e buona fede.

Si prospetta una interpretazione del verbale di accordo sindacale de quo alla cui stregua esso esprimeva l’intento della società e delle OO.SS. nell’ambito della procedura di mobilità, di gestire gli esuberi garantendo il diritto alla conservazione del posto di lavoro per i dipendenti che avessero accettato il trasferimento, agevolando con incentivo economico coloro i quali avessero optato per la risoluzione del rapporto.

Esso costituiva un “mero programma negoziale del futuro accordo transattivo in sede protetta, cui era sottoposta l’efficacia tra società ed i singoli lavoratori delle pattuizioni di cui al Verbale e l’esigibilità delle obbligazioni reciproche in esso contenute” (vedi pag. 15 ricorso).

Si deduce quindi che quando la controparte aveva aderito alla collocazione in mobilità, era a conoscenza dei termini, anche economici, in base ai quali la risoluzione del rapporto si sarebbe esplicata; la condizione sospensiva alla quale era sottoposto l’accordo sindacale costituito dalla sottoscrizione della transazione non si era avverata per il rifiuto opposto dalla Z., la quale ben avrebbe potuto verificare l’esattezza dei conteggi circa l’ammontare delle proprie spettanze, “nelle more fra l’adesione alla mobilità e l’incontro con la società”; la stessa aveva poi manifestato le proprie intenzioni ben quattro mesi dopo l’incontro del 6/3/98 quando la procedura di mobilità si era conclusa ed erano stati definiti tutti i rapporti con gli altri lavoratori.

In tal senso si osserva che il mancato avveramento della condizione sospensiva era riconducibile non già alla condotta colposa e tantomeno dolosa della società, quanto alla volontà della lavoratrice il cui contegno era chiaramente dimostrativo dell’intento di percorrere la via giudiziale.

Si prospetta, quindi, la qualificazione della condizione cui era stata sottoposta l’erogazione del compenso incentivante, in termini di condizione potestativa, ai sensi dell’art. 1353 c.c., rimessa alla volontà della lavoratrice. La mancata insorgenza del diritto alla corresponsione delle predette somme era dunque ascrivibile alla volontà della predetta, e non a colpa della parte datoriale.

Nessuna violazione dei principi di correttezza e buona fede poteva, quindi, in alcun modo essere imputata alla società.

2. Il secondo motivo prospetta violazione e falsa applicazione degli artt. 1358, 1359 e 1375, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Quale corollario delle tesi poste a base del motivo che precede, si prospetta l’erronea applicazione del principio sancito dalla disposizione codicistica secondo cui la responsabilità circa il mancato avveramento della condizione sospensiva comporta che la stessa debba considerarsi inverata. Si ribadisce come “la Dott. Z. abbia artatamente lasciato trascorrere i mesi e poi gli anni senza mai manifestare alcun intento di sottoscrivere l’accordo transattivo in modo da consentire l’avveramento della condizione sospensiva ma abbia utilizzato volutamente e scientemente tale strategia per esigere la corresponsione di somme ormai prive di un titolo giustificativo, pensando di averne diritto in base al verbale a prescindere da ogni ipotesi conciliativa e cioè dall’Accordo”.

Era quindi da ritenersi inapplicabile il canone dell’avveramento fittizio della condizione sospensiva di cui il giudice del gravame aveva disposto applicazione, in quanto confliggente con la natura della condizione potestativa semplice.

3. Il terzo motivo concerne violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. e art. 414 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

Ci si duole che la Corte distrettuale non abbia disposto una valutazione complessiva delle risultanze probatorie, non facendo corretta applicazione dei principi che regolano l’onus probandi con riguardo al mancato avveramento della condizione sospensiva cui era sottoposta l’efficacia del verbale.

4. I motivi, che possono congiuntamente trattarsi per presupporre la soluzione di questioni giuridiche connesse, vanno disattesi per le ragioni di seguito esposte.

E’ bene innanzitutto richiamare, con peculiare riferimento al primo motivo, i consolidati principi enunciati da questa Corte ed ai quali si intende dare continuità, in base ai quali è riservata al giudice di merito l’interpretazione dell’accordo aziendale, in ragione della sua efficacia limitata (diversa da quella propria degli accordi e contratti collettivi nazionali, oggetto di esegesi diretta da parte della Corte di Cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006), sicché essa non è censurabile in sede di legittimità se non per vizio di motivazione o per violazione di canoni ermeneutici (vedi Cass. n. 2625 del 4/2/2010, Cass. 8/2/2010 n. 2742, Cass. 15/2/2010 n. 3459, Cass. 18/3/2016 n. 5461 in motivazione).

A tale riguardo è stato altresì precisato che ai fini della censura di violazione dei canoni ermeneutici, non è sufficiente l’astratto riferimento alle regole legali di interpretazione, ma è necessaria la specificazione dei canoni in concreto violati, con la precisazione del modo e delle considerazioni attraverso i quali il giudice se ne è discostato.

Ne’, per sottrarsi al sindacato di legittimità, è necessario che quella data dal giudice sia l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, sicché, quando di una clausola siano possibili due o più interpretazioni, non è consentito alla parte, che aveva proposto l’interpretazione disattesa dal giudice, dolersi in sede di legittimità del fatto che ne sia stata privilegiata un’altra.

Non è sufficiente, in definitiva, una semplice critica della decisione sfavorevole, formulata attraverso la mera prospettazione di una diversa (e più favorevole) interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante (vedi per tutte Cass. 22/2/2007 n. 4178, Cass. 6/6/2013 n. 14318, Cass. 10/2/2015 n. 2465).

5. Orbene, nello specifico, la critica mossa all’interpretazione della declaratoria contrattuale per come articolata, difetta di una specifica allegazione, con riferimento alla violazione dei canoni interpretativi, del modo e delle considerazioni attraverso i quali il giudice se ne è discostato, così sostanziandosi nella mera allegazione di una diversa (e più favorevole) interpretazione rispetto a quella adottata dal giudicante.

Essa si risolve, dunque, in una mera enunciazione di natura contrappositiva, inidonea ad inficiare la congrua argomentazione elaborata dal giudice del gravame.

Questi aveva innanzitutto argomentato, all’esito di una lettura logico-sistematica dell’accordo, che la previsione di cui alla lettera D (riguardante i lavoratori che, come la ricorrente, erano risultati collocati di loro iniziativa in mobilità dopo l’eventuale trasferta presso il nuovo stabilimento), presupponeva “necessariamente, pur in assenza di espressa statuizione, la previa sottoscrizione dell’accordo conciliativo per la corresponsione dell’importo incentivante”; così mostrando di condividere la tesi argomentata da parte societaria, in ordine alla obbligatorietà della sottoscrizione del verbale di conciliazione individuale, al fine della fruizione del compenso “incentivante” previsto da detto accordo, da parte dei lavoratori.

Ha, quindi, tratto ulteriore convincimento in ordine alla volontà espressa dalle parti nella fase attuativa dell’accordo sindacale, dai dati acquisiti in giudizio, alla cui stregua era evincibile l’assenso prestato dalla società, nell’incontro intervenuto il 6/3/1998, ad un differimento dello stesso, onde consentire alla lavoratrice di verificare i conteggi elaborati ex adverso e addivenire alla stipula dell’accordo individuale.

Si tratta di dati assunti in consonanza col principio di acquisizione probatoria, dai quali con apprezzamento del tutto congruo, la Corte distrettuale ha fatto discendere la coerente deduzione della idoneità del comportamento esplicato dalla società nel senso della adesione al rinvio della seduta, ad ingenerare un legittimo affidamento della dipendente sullo svolgimento di un secondo incontro.

6. Quale corollario di siffatte premesse, i giudici del gravame hanno desunto la conseguenza che il rifiuto opposto successivamente dalla società alle richieste avanzate dalla lavoratrice con istanza del 9/7/1998 – posta sempre la necessità di sottoscrizione dell’intesa transattiva prevista dal summenzionato accordo – vulnerasse l’affidamento di quest’ultima nella conclusione del negozio, e così i principi di correttezza e buona fede.

Viene in rilievo, al riguardo, l’acquisita consapevolezza della intervenuta costituzionalizzazione del canone generale di buona fede oggettiva e correttezza, in ragione del suo porsi in sinergia con il dovere inderogabile di solidarietà di cui all’art. 2 Cost., che a quella clausola generale attribuisce forza normativa e contenuti, funzionalizzando così il rapporto obbligatorio alla tutela anche dell’interesse del partner negoziale (cfr., Cass. S.U. 15/11/2007 n. 23726, Cass. S.U. 13/9/2005 n. 18128). Se, infatti, si è pervenuti, in questa prospettiva, ad affermare che il criterio della buona fede costituisce strumento, per il giudice, atto a controllare, anche in senso, modificativo o integrativo, lo statuto negoziale, in funzione di garanzia del giusto equilibrio degli opposti interessi, deve riconoscersi che un siffatto originario equilibrio del rapporto obbligatorio, in coerenza a quel principio, debba essere mantenuto fermo in ogni successiva fase dello stesso, anche giudiziale (vedi in motivazione, Cass. S.U. cit. n. 23726/2007).

L’obbligo di buona fede oggettiva o correttezza, costituisce, dunque, un autonomo dovere giuridico implicante un obbligo di reciproca lealtà di condotta che si specifica nel dovere di ciascun contraente di cooperare alla realizzazione dell’interesse della controparte e che deve presiedere sia all’esecuzione del contratto che alla sua formazione ed interpretazione, accompagnandolo, in definitiva, in ogni sua fase (vedi Cass. 5/3/2009 n. 5348, Cass. 2/8/2018 n. 20458).

Esso si atteggia come un impegno od obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere del neminem laedere, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, siano idonei a preservare gli interessi dell’altra parte (Cass. 11.1.2006 n. 264; Cass. 7.6.2006 n. 13345).

In coerenza con gli enunciati e condivisi principi, la Corte di merito ha, dunque, interpretato proprio la fase di trattativa intercorsa fra le parti rimarcando come nella nota del 27/8/1998, la Takeda avesse manifestato un atteggiamento di totale chiusura alle richieste della lavoratrice, sostenendo che “le somme di cui alla lettera B del verbale di accordo sindacale del 9/2/1997, al quale la sua lettera fa riferimento, potevano essere erogate dalla Takeda…solo a tacitazione di ogni questione connessa al rapporto di lavoro…previa sottoscrizione del relativo verbale di conciliazione individuale presso l’UPLMO di (OMISSIS). La signora Z., dopo essere stata collocata in mobilità con lettera del 30/1/1998 si rifiutava di sottoscrivere tale verbale alla riunione indetta presso l’ULPMO di (OMISSIS) per il 6/3/1998 e, pertanto, non ha alcun titolo per pretendere le somme in questione”.

L’elemento che ha orientato il giudizio di disfavore espresso dai giudici del gravame nei confronti della condotta assunta dalla parte datoriale, è stata la qualificazione del comportamento tenuto dalla lavoratrice in occasione della riunione del 6/3/1998, in termini di rifiuto della sottoscrizione, nonostante la società fosse ben consapevole che la controparte avesse chiesto un rinvio onde verificare la correttezza dei conteggi, e che detto rinvio le fosse stato accordato.

La buona fede, pertanto, si atteggia come un impegno od obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere del neminem laedere, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, siano idonei a preservare gli interessi dell’altra parte.

In armonia con gli enunciati dicta, la Corte di merito ha, dunque, interpretato proprio quella fase di trattativa intercorsa fra le parti a far tempo dall’incontro del 6/3/1998 secondo corretti canoni ermeneutici con approccio che, conforme a diritto, e congruamente motivato in fatto, si sottrae ad ogni critica in questa sede di legittimità.

7. In tale prospettiva, le doglianze formulate con riferimento alla falsa applicazione dell’art. 1359 c.c. (secondo motivo) ed alla contestata violazione del canone dell’onere probatorio (terzo motivo), palesano profili di inammissibilità, perché tramite la contestata violazione di disposizioni codicistiche, anche attinenti all’onere probatorio, in realtà la ricorrente mira a prospettare una diversa ricostruzione dei fatti inammissibile nella presente sede (vedi Cass. S.U. 27/12/2019 n. 34476).

Alla stregua del richiamato iter argomentativo, la Corte di merito è infatti pervenuta ai ricordati approdi, definendo la vicenda sottoposta al suo vaglio alla stregua di una ricostruzione del merito degli accadimenti del tutto corretta per quanto sinora detto.

In tal senso, l’inquadramento giuridico della condotta della lavoratrice proposto dalla società ricorrente, in termini di condizione sospensiva potestativa, sul presupposto di una diversa ricostruzione della dinamica dei fatti, deve dunque ritenersi non ammissibile.

8. In definitiva, alla stregua delle superiori argomentazioni, il ricorso è respinto.

La regolazione delle spese inerenti al presente giudizio, segue il regime della soccombenza, nella misura in dispositivo liquidata.

Trattandosi di giudizio instaurato successivamente al 30 gennaio 2013 sussistono le condizioni per dare atto – ai sensi al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater – della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali del giudizio di legittimità liquidate in Euro 200,00 per esborsi ed Euro 5.250,00 per compensi professionali, oltre spese generali al 15%.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 18 novembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2021

 

 

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