Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3089 del 01/02/2022

Cassazione civile sez. trib., 01/02/2022, (ud. 06/12/2021, dep. 01/02/2022), n.3089

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. CATALLOZZI Paolo – Consigliere –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. SUCCIO Robert – rel. Consigliere –

Dott. PUTATURO DONATI VISCIDO DI NOCERA M.G. – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 11683/2014 R.G. proposto da:

T. TRASPORTI s.r.l. in persona del suo legale rappresentante pro

tempore, sig. T.V. e sig. T.C., tutti

rappresentati e difesi giusta delega in atti dall’avv. Tullio

Elefante con domicilio eletto in Roma, presso il ridetto difensore,

nel suo studio alla via Cardinal de Luca n. 10;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE in persona del Direttore pro tempore,

rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, con

domicilio eletto in Roma, via Dei Portoghesi, n. 12, presso

l’Avvocatura Generale dello Stato;

– controricorrente –

Avverso la sentenza della Commissione Tributaria Regionale della

Campania n. 388/23/13 depositata il 07/11/2013 non notificata;

Udita la relazione della causa svolta nell’adunanza camerale del

06/12/2021 dal Consigliere Roberto Succio.

 

Fatto

RILEVATO

che:

– con la sentenza di cui sopra il giudice di secondo grado ha accolto l’appello dell’Ufficio e per l’effetto riformato la pronuncia della CTP di Napoli che aveva sancito la illegittimità degli atti impugnati, avvisi di accertamento per IVA, IRES ed IRAP 2005 in capo a T. Trasporti s.r.l. e per IRPEF da reddito di partecipazione nella ridetta società in capo ai soci sigg.ri T.V. e T.C.;

– avverso la sentenza di seconde cure propone ricorso per cassazione la società T. Trasporti s.r.l. e i ridetti soci con atto affidato a due motivi; resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

CONSIDERATO

che:

– con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d), e dell’art. 2729 c.c., comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la CTR fondato il proprio ragionamento su indizi privi di valenza presuntiva di gravità, precisione e concordanza;

– il motivo è infondato; va premesso infatti che la sussistenza dei requisiti di gravità, precisione e concordanza costituisce oggetto di un giudizio di merito non sindacabile in sede di legittimità se logicamente e congruamente motivato (e plurimis, Cass. 22/05/2002 n. 7487; Cass. 20/04/2007, n. 9402), e che, come di recente ribadito (Cass. n. 3541 del 13/02/2020), “in sede di legittimità è possibile censurare la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c., solo allorché ricorra il cd. vizio di sussunzione, ovvero quando il giudice di merito, dopo avere qualificato come gravi, precisi e concordanti gli indizi raccolti, li ritenga, però, inidonei a fornire la prova presuntiva oppure qualora, pur avendoli considerati non gravi, non precisi e non concordanti, li reputi, tuttavia, sufficienti a dimostrare il fatto controverso”;

– in ogni caso, rilevato che la C.T.R. ha reputato l’atto impositivo legittimo sulla base di elementi integranti i suddetti requisiti: si tratta della circostanza che i finanziamenti dei soci non erano previsti nello statuto societario e dell’ulteriore circostanza del difetto di tal previsione risultante dal registro assemblea dei soci (pag.2 della sentenza impugnata quintultima riga); inoltre era stata dedotto l’ulteriore elemento di fatto consistente nel difetto di redditi (secondo le dichiarazioni per gli anni d’imposta 2003 e 2004, precedenti al 2005 oggetto di accertamento) in capo ai soci che giustificassero la sussistenza della provvista finanziaria necessaria all’esecuzione dei versamenti contestati;

– orbene, da tutti tali fatti noti, correttamente, la CTR ha ritenuto legittima la deduzione del fatto noto consistente nel riversamento di ricavi, a loro tempo sottratti a imposizione, nel patrimonio societario; tal affermazione risulta allineata ai principi espressi da questa Corte Suprema (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 6104 del 01/03/2019 e sul punto anche Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 24746 del 05/11/2020) secondo i quali in tema di società a responsabilità limitata, ai fini della qualificazione in termini di finanziamento della erogazione di denaro fatta dal socio alla società, è determinante la circostanza che l’operazione sia stata contabilizzata nel bilancio di esercizio che costituisce il documento contabile fondamentale nel quale la società dà conto dell’attività svolta e che rende detta operazione opponibile ai terzi, compreso l’Erario, essendo invece irrilevante la modalità di conferimento prescelta all’interno dell’ente;

– e ancora in tema di società a responsabilità limitata, ai fini della qualificazione in termini di finanziamento della erogazione di denaro fatta dal socio alla società, è determinante la circostanza che l’operazione sia stata contabilizzata nel bilancio di esercizio poiché esso costituisce il documento contabile fondamentale nel quale la società dà conto dell’attività svolta e che rende detta operazione opponibile ai terzi, compreso l’Erario, essendo invece irrilevante la modalità di conferimento prescelta all’interno dell’ente (cfr. Cass. n. 6104 del 2019), sicché non poteva essere degradata a mera irregolarità formale l’assenza di verbali assembleari sul punto (unitamente al difetto di previsione statutaria sul punto) che non può modificare la natura delle operazioni avvenute quando invece ne costituisce elemento e fondamentale al fine della qualificazione quale prestito soci, secondo i principi sopra enunciati, nonché per i profili contabili riflessi, tra cui quelli fiscali. In altri termini, la legittimità di un finanziamento soci – opponibile all’Ufficio richiede come prima condizione la regolarità formale delle delibere assembleari ove sono stati decisi e delle scritture contabili che ne hanno attuato in pratica l’esecuzione, in tempi coerenti con l’andamento finanziario del periodo; diversamente l’erogazione finanziaria deve ritenersi – ancorché in via presuntiva, salva la prova contraria che potrà sul punto fornire il contribuente – atti di re-immissione nella società di utili precedentemente sottratti a imposizione;

– il secondo motivo si incentra sull’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per avere la CTR mancato di esaminare circostanze favorevoli ai contribuenti dedotte nei gradi di merito;

– il motivo è inammissibile;

– esso invero, in concreto si articola in una censura motivazionale, come tale qui non ammessa;

– poiché infatti la sentenza oggetto di gravame risulta depositata in data successiva all’11 settembre 2012 trova qui applicazione quanto ai motivi di ricorso e ai vizi deducibili per cassazione, il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (come modificato dal d. L. 22 giugno 2012, n. 83, cosiddetto “Decreto Sviluppo”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale 26 giugno 2012, n. 147, convertito con modificazioni, dalla L. 7 agosto 2012, n. 134 pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 187 del 11-08-2012); tal disposizione, per l’appunto applicabile alle sentenze pubblicata a partire dall’11 settembre 2012, consente di adire la Suprema Corte per “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”;

– conseguentemente, poiché formulate in concreto con riferimento al previgente testo del n. 5 di cui sopra, tutte le censure aventi per oggetto, in sostanza, il difetto di motivazione non sono consentite e devono esser dichiarate inammissibili; è costante l’orientamento di questa Corte nel ritenere (Cass. Sez. U, Sentenza n. 8053 del 07/04/2014) che la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione;

– più specificatamente, sul punto questa Corte costantemente ritiene (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 19547 del 04/08/2017; ma in argomento si veda anche di poco successiva Cass. Sez. 6 5, Ordinanza n. 29404 del 07/12/2017) che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, ma la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando così liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettati dalle parti o rilevabili di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione;

– e ancora di recente, coerentemente con quanto appena riportato, questa Corte ha ulteriormente precisato sul punto come (Cass. Sez. 5, Ordinanza n. 29730 del 29/12/2020) il giudice di merito sia libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove o risultanze di prova che ritenga più attendibili e idonee alla formazione dello stesso, né gli è richiesto di dar conto, nella motivazione, dell’esame di tutte le allegazioni e prospettazioni delle parti e di tutte le prove acquisite al processo, essendo sufficiente che egli esponga – in maniera concisa ma logicamente adeguata – gli elementi in fatto ed in diritto posti a fondamento della sua decisione e le prove ritenute idonee a confortarla, dovendo reputarsi implicitamente disattesi tutti gli argomenti, le tesi e i rilievi che, seppure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la soluzione adottata e con l’iter argomentativo svolto;

– pertanto, il ricorso è rigettato;

– la soccombenza regola le spese;

– sussistono i requisiti processuali per il c.d. “raddoppio” del contributo unificato.

P.Q.M.

rigetta il ricorso; liquida le spese in Euro 5.600,00 oltre a spese prenotate a debito;

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari quello dovuto per il ricorso principale a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 6 dicembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2022

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