Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30837 del 29/10/2021

Cassazione civile sez. lav., 29/10/2021, (ud. 04/06/2021, dep. 29/10/2021), n.30837

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BRONZINI Giuseppe – Presidente –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

Dott. CALAFIORE Daniela – rel. Consigliere –

Dott. CAVALLARO Luigi – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 25978-2015 proposto da:

ACEGASAPSAMGA S.P.A., (già AMGA AZIENDA MULTISERVIZI S.P.A.), in

persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA COLA DI RIENZO 271, presso lo studio

dell’avvocato COSTANTINO TESSAROLO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona

del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’Avvocatura Centrale

dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli avvocati ANTONINO SGROI,

EMANUELE DE ROSE, CARLA D’ALOISIO, LELIO MARITATO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 144/2015 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 21/07/2015 R.G.N. 23/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

04/06/2021 dal Consigliere Dott. DANIELA CALAFIORE.

 

Fatto

RILEVATO

che:

la Corte d’appello di Trieste con sentenza 144/2015 ha accolto l’impugnazione proposta dall’INPS nei confronti di ACEGASAPSAMGA s.p.a. (subentrata ad AMGA Azienda Multiservizi s.p.a., originata dalla trasformazione di una azienda municipalizzata) avverso la sentenza del Tribunale di Udine ed ha rigettato integralmente il ricorso proposto dall’Azienda per rivendicare il diritto a versare i cd. contributi minori (contributi per assegni familiari e per maternità), relativi ai propri dipendenti che avevano optato per il mantenimento dell’iscrizione presso I’INPDAP, nella misura del 4,43 punti percentuali prevista per la Gestione Prestazioni Temporanee dell’INPS, ritenendo sostanzialmente superata, a seguito dell’innalzamento della aliquota spettante all’INPDAP previsto dalla L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 238, l’esclusione da tale ambito del personale iscritto a regimi diversi dal Fondo Lavoratori Dipendenti disposto del D.M. 2 febbraio 1996;

a fondamento del decisum, la Corte territoriale ha ritenuto che l’innalzamento dell’aliquota in favore dell’INPDAP non avesse generato alcuna abrogazione tacita della esclusione disposta dal D.M. 2 febbraio 1996, visto che le due disposizioni regolavano materie differenti e non vi era incompatibilità di disciplina; inoltre, l’argomento, finalizzato a rendere compatibili la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 23, ed il D.M. 2 febbraio 1996 con gli artt. 3 e 41 Cost., circa l’esistenza di una implicita condizione di dipendenza della riduzione della aliquota prevista in favore dell’INPDAP con il mantenimento della esclusione di cui al D.M. 2 febbraio 1996, era stato smentito dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 7834 del 2014 e molte altre successive);

contro la sentenza, ACEGASAPSAMGA s.p.a ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui resiste INPS con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo di ricorso, la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione della L. n. 335, art. 3, comma 23, e della L. n. 662 del 1996, art. 1, commi 238 e 239, nonché degli artt. 4 e 15 preleggi, in sostanza ripropone il quadro interpretativo avallato dal primo giudice criticando la diversa interpretazione adottata dalla sentenza impugnata;

con il secondo motivo di ricorso la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151, artt. 78 e 79 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), ed omessa motivazione (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e ciò perché il giudice d’appello non aveva trattato il tema dell’applicazione di tali disposizioni, pur richiamato nella memoria difensiva di secondo grado della società;

il primo motivo è infondato;

la questione proposta, anche sotto il profilo della necessità di un’interpretazione costituzionalmente orientata delle norme di riferimento, è stata ripetutamente disattesa dalla giurisprudenza di questa Corte (vd. da ultimo Cass. n. 19406 del 2020; n. 13526 del 2019; n. 7512 del 2017; n. 18455 del 2014; n. 14098 del 2014; n. 13721 del 2014), la quale ha escluso che le norme richiamate, interpretate nel senso della non applicabilità dell’aliquota ridotta per i dipendenti rimasti all’INPDAP, si ponessero in contrasto con superiori principi, costituzionali e comunitari;

e’ stato infatti precisato che “l’obiettivo di armonizzazione degli ordinamenti pensionistici nel rispetto della pluralità degli organismi assicurativi, fatto proprio alla riforma previdenziale di cui alla L. n. 335 del 1995, non implica che sia sottratta alla discrezionalità del legislatore la regolamentazione della disciplina contributiva in relazione alle peculiari necessità dei diversi enti previdenziali, sicché non può ritenersi che le norme che implichino al riguardo una diversificazione contributiva costituiscano violazione del principio di uguaglianza; tanto meno potrebbe quindi legittimarsi una loro interpretazione che, nella suddetta ottica, si discosti dal contenuto testuale delle disposizioni scrutinate;

la manifesta infondatezza dei dubbi di costituzionalità sollevati sussiste anche con riferimento al parametro di cui all’art. 41 Cost., la cui asserita violazione è del resto espressa in termini generici, non potendo ravvisarsi nelle specifiche disposizioni regolanti gli oneri contributivi a carico delle aziende in misura diversificata a seconda dell’ente previdenziale di iscrizione dei dipendenti una limitazione della libertà di iniziativa economica. Non consta, né è stato dedotto, che la Commissione UE abbia ravvisato nella riduzione contributiva di che trattasi un aiuto di stato incompatibile; il che, del resto, avrebbe semmai condotto alla soppressione della disposta riduzione, non certo ad una sua estensione nel senso propugnato dalla ricorrente;

ciò premesso, deve rilevarsi che la L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 23, laddove prevede che “Con effetto dal 1 gennaio 1996, l’aliquota contributiva di finanziamento dovuta a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti è elevata al 32 per cento con contestuale riduzione delle aliquote contributive di finanziamento per le prestazioni temporanee a carico della gestione di cui alla L. 9 marzo 1989, n. 88, art. 24, (…)” è assolutamente inequivoco nel ricollegare la “contestuale” riduzione delle aliquote contributive di finanziamento per le prestazioni temporanee all’elevazione dell’aliquota contributiva dovuta a favore del Fondo pensioni lavoratori dipendenti, onde non vi è spazio per poter ritenere che la prevista riduzione operi anche a favore dei soggetti che non versano i contributi a tale Fondo; e il successivo comma 24, nel prevedere invece un aumento delle aliquote contributive dovute “all’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti dei lavoratori dipendenti e alle forme di previdenza esclusive, sostitutive ed esonerative della medesima” suona a conferma che la ricordata previsione di cui al precedente comma deve ritenersi sancita con riferimento alle sole contribuzioni relative al Fondo pensioni lavoratori dipendenti;

il secondo motivo è inammissibile;

il medesimo risulta formulato cumulando il vizio di violazione di legge con quello di omessa motivazione, entrambi con riferimento alla applicazione del disposto del D.Lgs. n. 151 del 2001, artt. 78 e 79 che la ricorrente assume facesse parte del tema devoluto al giudizio d’appello in ragione del riferimento ai contributi per il trattamento di maternità fatto dalla società in risposta ad un motivo d’impugnazione formulato dall’INPS;

al di là del difetto di specificità che pure caratterizza la censura, non essendo riportati gli specifici contenuti degli atti degli atti del processo cui si allude, va rilevato l’inammissibile utilizzo della tecnica della sovrapposizione e della mescolanza dei motivi di ricorso per cassazione;

questa Corte di legittimità ha avuto modo di affermare che in tema di ricorso per cassazione, è inammissible la mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate dall’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, non essendo consentita la prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio, e l’insufficienza della motivazione, che richiede la puntuale e analitica indicazione della sede processuale nella quale il giudice d’appello sarebbe stato sollecitato a pronunciarsi, e la contraddittorietà della motivazione, che richiede la precisa identificazione delle affermazioni, contenute nella sentenza impugnata, che si porrebbero in contraddizione tra loro. Infatti, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa mira a rimettere al giudice di legittimità il compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, così attribuendo, inammissibilmente, al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (Cass. n. 26874 del 2018);

in definitiva, il ricorso va rigettato;

le spese seguono la soccombenza nella misura liquidata in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.500,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfetarie nella misura del 15% sui compensi e spese accessorie di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello richiesto, ove dovuto, per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 4 giugno 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2021

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