Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30816 del 22/12/2017


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Civile Sent. Sez. 5 Num. 30816 Anno 2017
Presidente: CHINDEMI DOMENICO
Relatore: ZOSO LIANA MARIA TERESA

SENTENZA

sul ricorso 6741-2013 proposto da:
COMUNE DI CORREGGIO in persona del Sindaco pro
tempore, elettivamente domiciliato in ROMA PIAZZA
DELLA CANCELLERIA 85, presso lo studio dell’avvocato
CAROLINA MIGLIORINI, rappresentato e difeso
dall’avvocato GIOVANNI BERTOLANI giusta delega a
2017

margine;
– ricorrente –

1756

contro

CANTINA SOCIALE PRATO E CORREGGIO SOCIETA’ COOPERATIVA
AGRICOLA;
– intimato –

Data pubblicazione: 22/12/2017

avverso la sentenza n. 66/2012 della COMM.TRIB.REG. di
BOLOGNA, depositata il 01/10/2012;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 06/12/2017 dal Consigliere Dott. LIANA
MARIA TERESA ZOSO;

Generale Dott. GIOVANNI GIACALONE che ha concluso per
l’accoglimento del ricorso;
udito per il ricorrente l’Avvocato LAZZARO per delega
dell’Avvocato BERTOLANI che si riporta al ricorso.

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore

R.G. 6741/2013
ESPOSIZIONE DEI FATTI DI CAUSA
1. La società Cantina Sociale Prato di Correggio società cooperativa agricola impugnava
l’avviso di liquidazione notificato dal Comune di Correggio per l’Ici relativa all’anno 1998
relativamente ad un fabbricato accatastato in categoria D/10. La commissione tributaria
provinciale di Reggio nell’Emilia rigettava il ricorso con sentenza che era confermata dalla
commissione tributaria regionale dell’Emilia Romagna. La società proponeva ricorso per
cassazione e la Suprema Corte, con sentenza n. 15048 del 22.6.2010, cassava la sentenza

situazione del fabbricato per le conseguenti decisioni in ordine all’applicabilità o meno
dell’esenzione secondo il principio di diritto enunciato dalla Corte a S.U. con la sentenza
n. 18568 del 2009. La CTR, investita del giudizio di rinvio, accoglieva il ricorso della
contribuente sul rilievo che l’immobile, nell’anno 2004, era stato riaccatastato con la categoria
D/10 e si doveva ritenere che il riconoscimento della ruralità del fabbricato avvenuto per
effetto del nuovo accatastamento avesse effetto confermativo di una natura sostanziale non
mutata nel tempo sin dal 1989 ( data della prima richiesta di accatastamento dell’immobile tra
i fabbricati urbani ).
2. Avverso la sentenza della CTR propone ricorso per cassazione il Comune di Correggio
affidato a quattro motivi illustrati con memoria. La contribuente non si è costituita in giudizio.
3. Con i motivi proposti il Comune contesta sotto vari profili sussumibili nella violazione di
legge e nel vizio di motivazione la statuizione contenuta nella sentenza impugnata secondo cui
il classamento dell’immobile per cui è causa effettuato nella categoria D/10 nell’anno 2004
consentirebbe di affermarne la natura agricola, ai fini dell’esenzione dall’Ici, anche per il
periodo di imposta 1998, cui attiene l’atto impositivo impugnato, benché in tale anno il
fabbricato fosse pacificamente accatastato nella categoria D/1.
ESPOSIZIONE DELLE RAGIONI DELLA DECISIONE
1. Osserva la Corte che il ricorso è fondato. Ciò in quanto, successivamente alla pronuncia
della sentenza della Cassazione a Sezioni Unite n. 18565 del 21/08/2009, è stato emanato il
D.L. n. 70 del 13 maggio 2011, convertito dalla legge n. 106 del 12 luglio 2011 che, all’art 7,
comma 2 bis, ha previsto che, ai fini del riconoscimento della ruralità degli immobili, i
contribuenti avevano la facoltà, esercitabile entro il 30 settembre 2011, di presentare all’allora
Agenzia del Territorio una domanda di variazione della categoria catastale per l’attribuzione
delle categoria A/6 e D/10, a seconda della destinazione, abitativa o strumentale dell’immobile,
sulla base di un’autocertificazione attestante che l’immobile possedeva i requisiti di ruralità di
cui all’art. 9 del D.L. n. 557/1993, convertito in L. n. 133/1994, e modificato dall’art. 42 bis del
D.L. 1 ottobre 2007, n. 159, convertito con modificazioni in L. 29 novembre 2007, n. 159, “in
via continuativa a decorrere dal quinto anno antecedente a quello di presentazione della
domanda”. Il successivo D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con modificazioni, in L. 22
dicembre 2011, n. 214 ha quindi previsto, all’art. 13, comma 14 bis, che le domande di
1

impugnata con rinvio alla CTR in diversa composizione affinché accertasse quale fosse la

variazione di cui al predetto D.L. n. 70 del 2011, producessero “gli effetti previsti in relazione
al riconoscimento del requisito della ruralità fermo restando il classamento originario degli
immobili ad uso abitativo”. Il decreto del ministero dell’economia e delle finanze del 26 luglio
2012 ha stabilito, all’art. 1, che ” Ai fabbricati rurali destinati ad abitazione ed ai fabbricati
strumentali all’esercizio dell’attivita’ agricola e’ attribuito il classamento, in base alle regole
ordinarie, in una delle categorie catastali previste nel quadro generale di qualificazione. Ai fini
dell’iscrizione negli atti del catasto della sussistenza del requisito di ruralita’ in capo ai
fabbricati rurali di cui al comma 1, diversi da quelli censibili nella categoria D/10 (Fabbricati

Per il riconoscimento del requisito di ruralita’, si applicano le disposizioni richiamate all’art. 9
del decreto-legge 30 dicembre 1993, n. 557, convertito, con modificazioni, dalla legge 26
febbraio 1994, n. 133″ .
Di poi il D.L. 29.12.2011 n. 216, art. 29, comma 8, convertito, con modificazioni, dalla
legge 24.2.2012 n. 14 ha previsto che ” Restano salvi gli effetti delle domande di variazione
della categoria catastale presentate ai sensi del comma 2-bis dell’articolo 7 del decreto-legge
13 maggio 2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 2011, n. 106, anche

dopo la scadenza dei termini originariamente previsti dallo stesso comma e comunque entro e
non oltre il 30 giugno 2012 in relazione al riconoscimento del requisito di ruralita’, fermo
restando il classamento originario degli immobili rurali ad uso abitativo”.

Infine il D.L. 31

agosto 2013, n. 102, convertito, con modificazioni, in L. 28 ottobre 2013, n. 124, all’art. 2,
comma 5 ter, ha stabilito che “ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 27 luglio 2000, n.
212, l’articolo 3, comma 14 bis, del decreto legge 6 dicembre 2011, n. 201, convertito, con
modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, deve intendersi nel senso che le domande
di variazione catastale presentate ai sensi dell’articolo 7, comma 2 bis, del decreto legge 13
maggio 2011, n. 70, convertito, con modificazioni, dalla legge 13 maggio 2011, n. 106, e
l’inserimento dell’annotazione degli atti catastali, producono gli effetti previsti per il requisito di
ruralità di cui all’articolo 9 del decreto legge 30 dicembre n. 557, convertito, con modificazioni,
dalla legge 26 febbraio 1994 n. 133, e successive modificazioni, a decorrere dal quinto anno
antecedente a quello di presentazione della domanda”. Le richiamate disposizioni, che
consentivano di pervenire all’esenzione dall’Ici dei fabbricati strumentali all’attività agricola soppresse a seguito dell’introduzione dell’IMU – rafforzano l’orientamento esegetico adottato
dalla Corte di legittimità a Sezioni Unite con la sentenza n. 18565 del 21/08/2009 in quanto
disciplinano le modalità attraverso le quali è possibile pervenire alla classificazione della
ruralità dei fabbricati, anche retroattivamente, onde beneficiare dell’esenzione Ici. Ed appare di
tutta evidenza che non sarebbe stata necessaria l’adozione di dette norme se la ruralità fosse
dipesa dal solo fatto di essere gli immobili concretamente strumentali all’attività agricola, a
prescindere dalla classificazione catastale. Dall’applicazione di tali principi al caso di specie
deriva che il fatto incontroverso che l’immobile fosse accatastato nella categoria D/1 nell’anno
1998 determina la debenza dell’Ici relativamente a tale periodo di imposta perché solo
2

per funzioni produttive connesse alle attivita’ agricole), e’ apposta una specifica annotazione.

dall’anno 2004 esso è stato accatastato nella categoria D/10 e la situazione di fatto in cui
l’immobile versava nei periodi pregressi è irrilevante ai fini dell’Ici.
2. Il ricorso va, dunque, accolto e l’impugnata sentenza cassata. Non essendo necessari
ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito, a norma dell’art. 384, comma 2,
cod. proc. civ., e il ricorso originario della contribuente va rigettato. Le spese dei giudizi di
merito si compensano in considerazione delle alterne vicende processuali e quelle di questo
giudizio, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.
P.Q.M.

il ricorso originario della contribuente. Compensa le spese processuali relative ai giudizi di
merito e condanna la ricorrente a rifondere al Comune di Correggio le spese processuali di
questo giudizio che liquida in complessivi euro 2.900,00, oltre al rimborso delle spese
forfettarie nella misura del 15% ed oltre agli accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 6 dicembre 2017.

La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta

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