Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3078 del 08/02/2018


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Civile Ord. Sez. 1 Num. 3078 Anno 2018
Presidente: AMBROSIO ANNAMARIA
Relatore: FALABELLA MASSIMO

ORDINANZA
sul ricorso 371/2012 proposto da:
Cassa Padana Banca di Credito Cooperativo Soc. Coop. a r.I., in
persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in Roma, Via Aquileia n.12, presso lo studio
dell’avvocato Morsillo Andrea, che la rappresenta e difende
unitamente agli avvocati Anelli Pompeo, Bettoni Giacomo, giusta
procura a margine del ricorso;
– ricorrente contro
Fallimento di Gritta Giovanni Paolo, in persona del curatore rag.
Pedretti Luigina, elettivamente domiciliato in Roma, Corso
presso lo studio dell’avvocato

Vittorio Emanuele II n.187,
1

Data pubblicazione: 08/02/2018

Licata

Antonella,

rappresentato

e

difeso

dall’avvocato

Martinengo Villagana Ragazzoni Arnaldo, giusta procura a
margine del controricorso;
– controricorrente –

BRESCIA, depositata il 01/06/2011;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del
12/10/2017 dal cons. FALABELLA MASSIMO.

FATTI DI CAUSA
1. — Cassa Padana – Banca di Credito Cooperativo soc.
coop. a r.l. proponeva ricorso per insinuarsi tardivamente, in via
privilegiata ipotecaria, al passivo della procedura concorsuale di
Gritta Giovanni Paolo. L’insinuazione concerneva il credito di C
135.291,22, oltre interessi, per saldo, al 26 febbraio 2003, del
mutuo fondiario concesso alla società G & C s.r.I., assistito da
ipoteca iscritta sui beni di Cavazzini Angiolina e Gritta Giovanni
Paolo, nonché il credito di C 99.005,12, oltre interessi, per
saldo, al 2 giugno 2006, del mutuo fondiario concesso a
Cavazzini e Gritta con ipoteca iscritta sui beni dei predetti.
Il Tribunale di Brescia riteneva inammissibile la domanda
di insinuazione al passivo riferita al primo rapporto di mutuo,
mentre dichiarava inefficace a norma dell’art. 67, comma 1, n.
3, r.d. n. 267/1942 — I. fall. — la seconda operazione di
finanziamento, siccome preordinata a garantire il debito
originario contratto dalla società G & C: il giudice di prime cure
rilevava, in proposito, che la somma mutuata al fallito era stata
infatti impiegata, nella sua interezza, per l’acquisto di titoli
obbligazionari dati in pegno alla banca al fine di assicurare il
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avverso la sentenza n. 653/2011 della CORTE D’APPELLO di

soddisfacimento del rapporto obbligatorio intercorrente tra
quest’ultima e la nominata società.
2. — Con sentenza pubblicata il 1 giugno 2011 la Corte di
appello di Brescia riformava la sentenza di primo grado nel

pagamento effettuato dal fallito per l’acquisto dei titoli
obbligazionari costituiti in pegno». Osservava, in proposito, che
il secondo mutuo era stato concesso per garantire la restituzione
del debito precedentemente contratto da G & C e che da tale
operazione il fallito non aveva ritratto alcun vantaggio
economico; la somma era stata infatti utilizzata per l’acquisto
dei nominati titoli obbligazionari costituiti in pegno a favore della
Cassa Padana: evenienza da cui presumeva la gratuità dell’atto,
da dichiarare inefficace in quanto posto in essere nel biennio
anteriore alla dichiarazione di fallimento, giusta l’art. 64 cit..
3. — La sentenza della Corte bresciana è impugnata dalla
Cassa Padana con un ricorso articolato in due motivi illustrati da
memoria. Resiste con controricorso il Fallimento di Gritta
Giovanni Paolo.
RAGIONI DELLA DECISIONE
1. — Il primo motivo lamenta violazione ed erronea o falsa
applicazione degli artt. 99 e 112 c.p.c. e, comunque,
motivazione illogica e contraddittoria su di un punto decisivo
della controversia. Assume l’istante che ove pure la domanda
revocatoria proposta ai sensi dell’art. 64 I. fall. non fosse stata
abbandonata in grado di appello, la stessa aveva comunque ad
oggetto l’inefficacia sia del contratto di mutuo che dell’iscrizione
ipotecaria conseguente, mentre il pagamento effettuato dal
fallito per l’acquisto dei titoli obbligazionari costituiti in pegno
non era entrato a far parte del tema del contendere.
Il motivo non ha fondamento.
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senso di dichiarare inefficace, a norma dell’art. 64 I. fall., «il

Come ricorda la stessa ricorrente, il Fallimento, nella
comparsa di risposta depositata in primo grado, aveva dedotto,
in via subordinata, che la concessione di garanzia ipotecaria e la
successiva costituzione in pegno risultavano revocabili a norma

gradata, che «l’operazione [avrebbe potuto] configurare un atto
a titolo gratuito». In particolare, era stato sostenuto che il fallito
aveva concesso il pegno (oltre che l’ipoteca deputata a garantire
il mutuo erogatogli) «senza nulla ricevere in cambio, e
comunque per garantire un credito della banca nei confronti di
un terzo» e cioè della società G & C.. Non è stato specificamente
eccepito, da parte della banca istante, che tale domanda sia
stata successivamente rinunciata e, del resto, la stessa
ricorrente non ha chiarito da quali atti processuali si possa
desumere un tale atto abdicativo.
La Corte di appello, nella sentenza impugnata, ha poi
ritenuto che dovesse essere dichiarato inefficace, a norma
dell’art. 64 I. fall., «il pagamento effettuato dal fallito per
acquistare i titoli obbligazionari costituiti in pegno». Tale
affermazione è da intendersi riferita proprio alla complessa
operazione attraverso cui il fallito, dopo aver contratto il mutuo
con la banca, ha impiegato la somma oggetto del finanziamento
per l’acquisto dei titoli con cui garantire il debito
precedentemente contratto dalla società G & C.. Lo si desume
dalla stessa sentenza impugnata in cui, infatti, si rimarca che
Giovanni Paolo Gritta non aveva tratto alcun vantaggio
economico dalla detta operazione, visto che la somma concessa
in prestito non era mai entrata nella disponibilità del medesimo
fallito, essendo stata utilizzata nei termini che si sono sopra
indicati.
Deve dunque ritenersi che la pronuncia impugnata non sia
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dell’art. 67, comma 1, n. 1, I. fall. e, in via ulteriormente

affetta dalla denunciata ultrapetizione. Infatti, il giudice del
gravame, uniformandosi alla giurisprudenza di questa S.C. (per
tutte: Cass. 7 gennaio 2016, n. 118; Cass. 19 ottobre 2015, n.
21087; Cass. 12 dicembre 2014, n. 26159), ha correttamente

meramente letterale degli atti nei quali essa era svolta, ma al
contenuto sostanziale della pretesa fatta valere, come
desumibile dalla natura delle vicende dedotte e rappresentate
dalla parte istante. Né appare indicativa, a fronte dell’univoco
contenuto delle deduzioni del Fallimento, la riserva da questo
espressa quanto alla domanda di declaratoria di inefficacia della
garanzia pignoratizia: domanda che, per come formulata,
sembra avere ad oggetto l’atto di costituzione in pegno non già
quale atto a titolo gratuito ex art. 64 I. fall., ma come
prestazione di garanzia ex art. 67, comma 1, n. 3, I. fati..
2. — Col secondo motivo la ricorrente deduce violazione ed
erronea o falsa applicazione dell’art. 64 I. fall e, ancora,
motivazione illogica e contraddittoria su di un punto decisivo
della controversia. Rileva che l’art. 64 I. fall. risulterebbe
inapplicabile alla fattispecie: infatti — spiega — il pagamento era
stato effettuato dal fallito per acquistare i titoli obbligazionari
costituiti in pegno e da ciò discendeva l’impossibilità di
considerare il pagamento in questione come un atto a titolo
gratuito.
Il motivo va disatteso.
Ribadito che l’azione revocatoria proposta investe
l’operazione con cui si è fatto luogo alla costituzione del pegno
sui titoli obbligazionari acquistati dal fallito, è sufficiente
evidenziare che la garanzia reale prestata dal terzo in un
momento successivo all’insorgenza del debito garantito, ove non
risulti correlata ad un corrispettivo economicamente
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interpretato la domanda avendo riguardo non già al tenore

apprezzabile proveniente dal debitore principale o dal creditore
garantito, è qualificabile come atto a titolo gratuito, con la
conseguenza che, in caso di sopravvenienza del fallimento del
garante, il suddetto atto resta soggetto, ai sensi dell’art. 64 I.

(Cass. 19 aprile 2016, n. 7745; Cass. 21 maggio 2010, n.
12507).
3. — Il ricorso é dunque respinto.
4. — Le spese del giudizio di legittimità gravano sulla parte
soccombente.
P.Q.M.
La Corte
rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento,
in favore della parte controricorrente, delle spese del giudizio di
legittimità, che liquida in C 5.600,00 per compensi, oltre alle
spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi,
liquidati in C 200,00, ed agli accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della
Sezione Civile, in data 12 ottobre 2017.

la

fall., alla sanzione di inefficacia contemplata per i negozi gratuiti

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