Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30743 del 29/10/2021

Cassazione civile sez. lav., 29/10/2021, (ud. 03/03/2021, dep. 29/10/2021), n.30743

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERRINO Umberto – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – rel. Consigliere –

Dott. AMENDOLA Fabrizio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29197-2017 proposto da:

S.A., domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA

CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato ROSA MAURO;

– ricorrente –

contro

DITTA EURORO DI T.I., in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE FORNACI

43, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO SCORSONE, che la

rappresenta e difende unitamente all’avvocato SAVERIO MALAGUTI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 657/2017 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 09/06/2017 R.G.N. 181/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

03/03/2021 dal Consigliere Dott. GUGLIELMO CINQUE.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. Con la sentenza n. 657 del 2017 la Corte di appello di Bologna ha confermato la pronuncia del Tribunale di Modena n. 208 del 2014, con la quale, a seguito della riunione di due procedimenti, incardinati in relazione a due distinti ricorsi, erano state rigettate tutte le domande proposte da S.A. nei confronti di T.I. volte a: a) accertare e dichiarare che tra la ricorrente e la ditta Euroro di T.I. si era costituito, con decorrenza dal 16.2.2009, un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, con inquadramento della lavoratrice come impiegata di IV livello del CCNL di categoria e con mansioni di commessa; b) accertare e dichiarare la nullità del successivo contratto di lavoro a tempo determinato part-time, stipulato tra le parti in data 2.3.2009, con tutti gli effetti a ciò connessi, ivi compresa la nullità del termine finale apposto; c) condannare la società convenuta alla completa regolarizzazione della posizione previdenziale, assistenziale e fiscale della lavoratrice presso le competenti sedi; d) accertare e dichiarare la nullità e/o inefficacia del licenziamento disposto verbalmente dalla ditta Euroro di T.I., in persona del titolare, in data 1.9.2009; e) accertare e dichiarare che la S. aveva diritto ad ottenere un risarcimento, a causa del licenziamento, in misura pari a tutte le retribuzioni maturate e maturande fino ad un atto validamente estintivo del rapporto e/o al risarcimento del danno nella misura indicata dalla L. n. 604 del 1966, art. 8 quantificandosi la retribuzione mensile globale di fatti nella misura unitaria di Euro 1.434,56; f) dichiarare tenuta e condannare la ditta Euroro di T.I., in persona della titolare, alla corresponsione di tutte le relative somme oltre interessi e rivalutazione dalle singole scadenze al saldo effettivo; g) accertare e dichiarare che la ricorrente aveva svolto lavoro straordinario non retribuito per un ammontare complessivo di 192 ore, oltre alle ore lavorate dal 16 febbraio 2009 al 1 marzo 2009, che si quantificavano nella misura complessiva di n. 64; h) dichiarare tenuta e condannare la ditta Euroro di T.I., in persona della titolare, alla corresponsione di tutte le retribuzioni e delle contribuzioni assistenziali e previdenziali maturate e maturande per le ore di lavoro supplementare oltre ad interessi e rivalutazione monetaria dalla data di maturazione dei singoli crediti al saldo effettivo; i) accertare e dichiarare la responsabilità della ditta Euroro di T.I., in persona del titolare, in merito alla rapina subita dalla ricorrente in data 4.8.2009 mentre si trovava nel negozio; I) dichiarare tenuta e condannare la ditta Euroro di T.I., in persona della titolare, al risarcimento del danno subito dalla ricorrente in conseguenza della rapina da liquidarsi secondo equità.

2. I giudici di seconde cure, dissentendo dall’assunto del primo giudice, che non aveva ammesso le prove articolate con il secondo ricorso ritenuto proposto per sopperire alle decadenze istruttorie in cui la originaria ricorrente era incorsa con la presentazione dell’atto introduttivo del primo giudizio, hanno ritenuto, dopo avere raccolto l’interrogatorio formale delle parti e dopo avere dato atto che il Registro del commercio dei beni usati, antichità e preziosi unitamente alle Schede di identificazione dei clienti della ditta, dal 16.2.2009 al 2.3.2009 – che la S. assumeva avere redatto di suo pugno – non erano stati conservati dalla titolare della Ditta per cui non era possibile alcun ulteriore riscontro – che comunque il quadro probatorio, sotto il profilo presuntivo, non era sufficiente a dimostrare provata la pretesa della lavoratrice; hanno, inoltre, sottolineato che era esaustiva la pronuncia di primo grado, condivisa e recepita in sede di gravame, circa l’insussistenza di responsabilità ex art. 2087 c.c., da parte della datrice di lavoro, relativamente alla rapina subita dalla S. quale commessa del negozio di (OMISSIS).

3. Avverso la decisione di secondo grado ha proposto ricorso per cassazione S.A. affidato a due motivi, cui ha resistito con controricorso la ditta Euroro di T.I..

4. La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

1. I motivi possono essere così sintetizzati.

2. Con il primo motivo la ricorrente denunzia l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, nonché la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 115,116 e 117 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere errato la Corte territoriale nel non avere riconosciuto raggiunta la prova, in ordine al lavoro straordinario effettuato da essa lavoratrice, e per non avere riconosciuto il diritto alla suddetta pretesa almeno dalla data di assunzione formale del rapporto (anziché dell’inizio reale), ovvero dal 16.2.2009; in relazione a tale profilo rappresenta anche di avere proposto separato ricorso ex art. 395 c.p.c., n. 4 nel quale era stata chiesta la sospensione in attesa della definizione del presente gravame di legittimità.

3. Con il secondo si censura, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4, la violazione e/o falsa applicazione degli artt. 116,210 c.p.c. e 2729 c.c., per avere la Corte di merito errato, in riferimento al concreto momento in cui la lavoratrice aveva iniziato a prestare la propria opera, nel non avere riconosciuto raggiunta la prova rispetto alla decorrenza nel mese di febbraio 2009, non ritenendo che l’indizio costituito dalla distruzione del Registro sopra menzionato, da cui sarebbe stato possibile desumere che la data effettiva dell’inizio del rapporto di lavoro era quella del 16.2.2009 e non quella formale del 2.3.2009, rivestisse il carattere della gravità e della precisione.

4. Il primo motivo è inammissibile.

5. Le censure, in esso contenute, con riguardo al riconoscimento del lavoro straordinario e alla individuazione della decorrenza effettiva del rapporto di lavoro, si risolvono, infatti, nel sollecitare unicamente una generale rivisitazione del materiale di causa e nel chiederne un nuovo apprezzamento nel merito.

6. Al riguardo, va sottolineato che la dedotta violazione degli artt. 115,116 e 117 c.p.c. è mal formulata, ove si consideri che una autonoma violazione o falsa applicazione di tali disposizioni può configurarsi unicamente nel caso in cui il giudice del merito decida in base a prove non dedotte dalle parti ed ammesse di ufficio al di fuori dei casi in cui ciò è consentito dalla legge, o ricorra alla propria scienza privata ovvero ritenga necessitanti di prova fatti dati per pacifici: ipotesi queste non ravvisabili nel caso in esame.

7. Inoltre, quanto alla disposizione di cui all’art. 117 c.p.c., la omissione dell’interrogatorio non formale non è prescritto a pena di nullità, per cui non determina effetti invalidanti (Cass. n. 7197/83; Cass. n. 1406/84; Cass. n. 9430/95) e le eventuali dichiarazioni rese dalla parte non hanno valore confessorio ma possono rilevare ai fini del libero convincimento del giudice.

8. Infine, con riguardo alla denunziata violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, essa va interpretata come omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia carattere decisivo (nel senso che, qualora esaminato, sia idoneo a determinare un esito diverso della controversia) e abbia costituito oggetto di discussione tra le parti (Cass. n. 8053/2014).

9. Nella specie, invece, i fatti storici dedotti sono stati valutati dalla Corte di appello e le doglianze, come detto, mirano a provocare, in realtà, non solo il controllo della motivazione della sentenza, non più consentito da detta norma, ma un rinnovato esame del materiale probatorio e della sua idoneità a fondare la pretesa: esame, questo, inammissibile anche in passato.

10. Con riferimento, da ultimo, al profilo della proposta revocazione ex art. 395 c.p.c., n. 4, osserva il Collegio che la genericità del richiamo (quanto al contenuto) e il difetto di specificità, sulla avvenuta presentazione del mezzo di impugnazione straordinaria, non consentono alcuna corretta valutazione sulla incidenza dello stesso relativamente al presente giudizio.

11. Anche il secondo motivo è inammissibile.

12. In sede di legittimità è possibile censurare la violazione degli artt. 2727 e 2729 c.c. solo allorché ricorra il cd. vizio di sussunzione, ovvero quando il giudice di merito, dopo avere qualificato come gravi, precisi e concordanti gli indizi raccolti, li ritenga però inidonei a fornire la prova presuntiva oppure qualora, pur avendoli considerati non gravi, non precisi e non concordanti, le reputi tuttavia sufficienti a dimostrare il fatto controverso: ma ciò non è avvenuto nel caso de quo dove la Corte territoriale comunque ha operato una valutazione di tutto il materiale probatorio (prove testimoniali, considerate assolutamente insufficienti e contraddittorie, e interrogatorio formale, ritenuto quest’ultimo inconcludente) giungendo alla conclusione che gli indizi, costituiti dalla mancata presentazione del Registro e delle Schede oggetto della richiesta di esibizione, difettavano delle condizioni di gravità, precisione e concordanza.

13. Alla stregua di quanto esposto il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

14. Alla declaratoria di inammissibilità segue la condanna della ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità che si liquidano come da dispositivo.

15. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo risultante dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, deve provvedersi, ricorrendone i presupposti processuali, sempre come da dispositivo.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 5.250,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis se dovuto.

Così deciso in Roma, nell’Adunanza camerale, il 3 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2021

 

 

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