Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30737 del 29/10/2021

Cassazione civile sez. trib., 29/10/2021, (ud. 13/07/2021, dep. 29/10/2021), n.30737

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHINDEMI Domenico – Presidente –

Dott. DE MASI Oronzo – Consigliere –

Dott. BALSAMO Milena – Consigliere –

Dott. FASANO Anna Maria – Consigliere –

Dott. CIRESE Marina – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 494-2018 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

N.G., elettivamente domiciliata in ROMA, Piazza Cavour, presso

la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentata e difesa

dall’avvocato RAFFAELA ISCERI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 467/2017 della COMM. TRIB. REG. ABRUZZO SEZ.

DIST. di PESCARA, depositata il 24/05/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

13/07/2021 dal Consigliere Dott. MARINA CIRESE.

 

Fatto

RITENUTO

che:

N.G. proponeva ricorso avverso l’avviso di liquidazione notificatole in data (OMISSIS) con cui l’Agenzia delle Entrate le richiedeva le imposte dovute per la registrazione della sentenza n. 29 del 9.1.2013 emessa dal Tribunale di Chieti nel giudizio intercorso con B.G. in relazione allo scioglimento di una comunione ereditaria con conguaglio in denaro.

Deduceva a sostegno del ricorso la nullità dell’avviso di liquidazione per difetto di motivazione e per assenza di valida sottoscrizione e nel merito l’erronea applicazione da parte dell’Ufficio del regime tributario degli atti di trasferimento e non di quello proprio degli atti di divisione ai fini della liquidazione dell’imposta di registro.

La CTP di Chieti con la sentenza in data 22.1.2016 rigettava il ricorso ritenendo che l’Ufficio si fosse correttamente attenuto al principio espresso dal D.P.R. n. 131 del 1986, art. 34.

Proposto appello avverso detta pronuncia da parte della contribuente, la CTR dell’Abruzzo con sentenza in data 24.5.2017 accoglieva il gravame ritenendo che “..se il conguaglio è nei limiti della quota spettante, la causa dell’operazione resta la divisione dei valori astrattamente dovuti a ciascuno e ciò anche se il conguaglio riguarda i beni estranei all’asse ereditario”.

Avverso detta sentenza l’Agenzia delle Entrate proponeva ricorso per cassazione articolato in due motivi cui resisteva N.G. con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo di ricorso rubricato “Nullità della sentenza per mera apparenza della motivazione – violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, commi 2 e 61, e dell’art. 132 c.p.c., comma 2 n. 4, e dell’art. 118 disp. att. c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”, parte ricorrente deduceva la nullità della sentenza per l’apoditticità e di conseguenza la mera apparenza della sua motivazione non spiegando cosa debba intendersi per conguaglio.

2. Con il secondo motivo di ricorso rubricato “Violazione o falsa applicazione di norme di diritto in particolare del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 34, commi da 1 a 3, e del D.P.R. n. 131 del 1986, Tariffa, Parte Prima, art. 8, comma 1, lett. a), in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, parte ricorrente deduceva che la sentenza impugnata non aveva fatto corretta applicazione del T.U. dell’imposta di registro, art. 34, commi da 1 a 3.

Rilevava che N.G. aveva ricevuto beni per un valore complessivo eccedente quello della quota di diritto alla stessa spettante (75%) di talché l’eccedenza rappresentata dal 25% del valore dell’immobile alla stessa attribuito costituisce una vendita di beni ed è assoggettata all’aliquota più gravosa prevista per gli atti traslativi.

Rilevava che ciò che determina la tassazione in misura proporzionale è il fatto che uno dei coeredi abbia percepito più del 5% di quello che gli spettava a prescindere dal versamento di un corrispettivo a titolo compensativo agli altri coeredi.

Il primo motivo è infondato.

Ed invero, in tema di contenuto della sentenza, il vizio di motivazione previsto dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, sussiste quando la pronuncia riveli una obiettiva carenza nella indicazione del criterio logico che ha condotto il giudice alla formazione del proprio convincimento, come accade quando non vi sia alcuna disamina logico-giuridica che lasci trasparire il percorso argomentativo seguito.

Nella specie, per converso, la sentenza impugnata dà conto chiaramente dell’iter logico seguito per giungere alla decisione ed in particolare si diffonde sulla nozione di conguaglio.

Il secondo motivo è fondato.

Occorre premettere che la comunione ereditaria si scioglie con la divisione e che lo scioglimento della comunione ha come conseguenza l’attribuzione a ciascun condividente della titolarità esclusiva su una parte determinata dei beni o diritti posseduti in comunione.

Nel diritto tributario è pacificamente accolta la nozione di divisione come atto avente natura dichiarativa, purché le porzioni concretamente assegnate ai condividenti, quote di fatto, corrispondano alle quote di diritto, cioè a quelle quote che spettano ai partecipanti, sui beni della massa, in ragione dei diritti che essi vantano.

Pertanto, assume importanza essenziale, per l’individuazione dell’imposta da applicare, il rapporto tra quota di diritto e quota di fatto; nel caso in cui quest’ultima superi la pars iuris, la divisione, per l’eccedenza, perderà la sua natura dichiarativa, per divenire un negozio parzialmente traslativo, assoggettato alla relativa imposta di trasferimento.

La questione oggetto della censura attiene appunto al regime di tassazione previsto per la registrazione della sentenza di scioglimento di una comunione ereditaria con conguaglio in denaro in favore di una delle parti e segnatamente se se si applichi l’aliquota prevista per la divisione ovvero quella per la vendita.

A riguardo la pronuncia impugnata afferma che, in caso di scioglimento della comunione ereditaria mediante assegnazione dei beni in natura e versamento dei conguagli in denaro, ove i coeredi abbiano ricevuto il valore delle rispettive quote, si applica l’aliquota degli atti di divisione e non già quella degli atti traslativi.

L’esame della questione posta all’esame della Corte postula la corretta interpretazione del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 34, commi da 1 a 3, che disciplina l’ipotesi della divisione con conguaglio ovvero l’ipotesi nella quale ad un condividente vengano assegnati beni per un valore complessivo superiore a quello a lui spettante e lo stesso sia quindi tenuto a versare agli altri un conguaglio.

Il D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 34, dispone che: “I. La divisione, con la quale ad un condividente sono assegnati beni per un valore complessivo eccedente quello a lui spettante sulla massa comune, è considerata vendita limitatamente alla parte eccedente 2. I conguagli superiori al cinque per cento del valore della quota di diritto, ancorché attuati mediante accollo di debiti della comunione, sono soggetti all’imposta con l’aliquota stabilita per i trasferimenti mobiliari fino a concorrenza del valore complessivo dei beni mobili e dei crediti compresi nella quota e con l’aliquota stabilita per i trasferimenti immobiliari per l’eccedenza. 3. Quando risulta che il valore dei beni assegnati ad uno dei condividenti determinato a norma dell’art. 52, è superiore a quello dichiarato, la differenza si considera conguaglio”.

Pertanto la norma de qua, come si desume, in particolare, dall’utilizzo dell’inciso “… è considerata vendita” sembra stabilire che ai fini dell’imposta di registro, la divisione con assegnazione di beni eccedenti il valore della quota sulla massa comune deve essere sempre qualificata come vendita ed assoggettata all’imposta sui trasferimenti per la sola eccedenza.

Secondo un più risalente orientamento di legittimità (vedi Cass., Sez. 5, n. 20119/12; Cass., Sez. 5, n. 17512/17) in caso di scioglimento della comunione ereditaria mediante assegnazione di beni in natura ad un condividente e versamento agli altri eredi di somme di danaro pari al valore delle loro quote, si applica l’aliquota degli atti di divisione, e non quella della vendita, atteso che quest’ultima è utilizzabile, ai sensi del D.P.R. n. 131 del 1986, art. 34, soltanto ove al condividente siano attribuiti beni per un valore eccedente rispetto a quello a lui spettante e limitatamente alla parte in eccesso.

La più recente giurisprudenza di questa Corte (vedi Cass., Sez. 5, n. 27409/2020) ha, invece, ritenuto che ai fini dell’imposta di registro, l’eccedenza derivante al condividente dall’assegnazione ad esso di beni di valore superiore a quello spettantegli sulla massa comune è considerata, per effetto della presunzione assoluta “iuris et de iure” di cui al D.P.R. n. 131 del 1986, art. 34, alla stregua di una vendita, senza che rilevi l’assunzione a conguaglio, da parte sua, di un’obbligazione pecuniaria, in favore degli altri condividenti, di ammontare corrispondente con funzione compensativa, atteso che la mutevole funzione delle pattuizioni intercorse al riguardo tra i condividenti è neutralizzata dalla predeterminazione normativa dell’unicità di trattamento tributario.

In altri termini, il trattamento tributario è fissato dal D.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, art. 34, per ogni ipotesi di divisione in cui i condividenti ricevano beni di valore non corrispondente (quindi, maggiore o minore rispetto) a quello delle rispettive quote sulla massa comune, non rilevando che tale differenza di valore formi oggetto dell’assunzione di un’obbligazione pecuniaria con funzione compensativa a carico di chi riceve di più ed a favore di chi riceve di meno derivandone così postulandosi la “neutralità” del conguaglio ai fini dell’imposta di registro (vedi sentenza cit. in motivazione).

In linea con tale interpretazione, cui questo Collegio intende dare continuità, la fattispecie in esame si inquadra nello schema normativo come sopra delineato atteso che l’odierna contribuente ha ricevuto beni per un valore complessivo eccedente quello della quota di diritto alla stessa spettante, sicché l’eccedenza costituisce una vendita di beni con conseguente assoggettamento all’aliquota prevista per gli atti traslativi. E ciò indipendentemente dal conguaglio che la stessa è tenuta a versare in favore del coerede.

In conclusione, in accoglimento del secondo motivo di ricorso, rigettato il primo, la sentenza impugnata va cassata e decidendo nel merito, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto ex art. 384 c.p.c., l’originario ricorso del contribuente va rigettato.

Le spese relative ai giudizi di merito vanno compensate in ragione del diverso esito dei medesimi mentre le spese di legittimità, liquidate come da dispositivo, seguono la soccombenza.

PQM

La Corte, in accoglimento del secondo motivo di ricorso, rigettato il primo, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta l’originario ricorso del contribuente.

Compensa le spese relative ai giudizi di merito.

Condanna il contribuente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.200,00 oltre ad Euro 200,00 per esborsi, rimborso spese forfettarie ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella adunanza camerale, effettuata da remoto, il 13 luglio 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2021

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA