Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30727 del 29/10/2021

Cassazione civile sez. VI, 29/10/2021, (ud. 14/09/2021, dep. 29/10/2021), n.30727

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Presidente –

Dott. CAPRIOLI Maura – rel. Consigliere –

Dott. LA TORRE Maria Enza – Consigliere –

Dott. DELLI PRISCOLI Lorenzo – Consigliere –

Dott. RAGONESI Vittorio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 6107-2020 proposto da:

P. COSTRUZIONI SRL, in persona del legale rappresentante pro

tempore, P.F., P.A., elettivamente domiciliati in

ROMA, VIA ENNIO QUIRINO VISCONTI, 11, presso lo studio dell’avvocato

ROBERTA SIMONE, rappresentati e difesi dall’avvocato DOMENICO

IMPERATORE;

– ricorrenti –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5947/24/2019 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE DELLA CAMPANIA, depositata il 05/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio non

partecipata del 14/09/2021 dal Consigliere Relatore Dott. MAURA

CAPRIOLI.

 

Fatto

Ritenuto che:

La CTR della Campania, con sentenza n. 5947/2019, accoglieva, previa riunione, gli appelli proposti dalla società contribuente (s.r.l. a ristretta base societaria) e dai soci avverso la sentenza di primo grado con cui la CTP, riuniti i ricorsi proposti dai predetti contribuenti, li rigettava confermando l’avviso di accertamento ex art. 41-bis, di un maggior reddito di impresa per l’anno 2007 a carico della predetta società, conseguito dalla vendita di immobili, e dei conseguenti maggiori redditi di partecipazione dei soci.

I giudici di appello, valorizzando l’assenza “di ulteriori elementi di riscontro” alle dichiarazioni rese da otto (su venti) acquirenti, accoglieva il primo motivo di appello della società, con assorbimento “di ogni altro motivo, anche con riguardo agli appelli dei soci”.

Per la cassazione della sentenza di appello proponeva ricorso con unico motivo l’Agenzia delle entrate, cui replicava l’intimata società con controricorso.

A seguito di adempimento dell’Agenzia delle entrate all’ordine di integrazione del contraddittorio, disposta da questa Corte con ordinanza interlocutoria n. 17417 del 2017 nei confronti dei soci, questi ultimi si sono costituiti con controricorso. Con ordinanza n. 8406/2018 questa Corte accoglieva il ricorso dell’Agenzia delle Entrate, ritenendo che “Nel processo tributario, le dichiarazioni rese da un terzo, inserite, anche per riassunto, nel processo verbale di constatazione e recepite nell’avviso di accertamento, hanno valore indiziario e possono assurgere a fonte di prova presuntiva, concorrendo a formare il convincimento del giudice anche se non rese in contraddittorio con il contribuente, senza necessità di ulteriori indagini da parte dell’Ufficio” (Cass. n. 694615 del 2015; conf. n. 21812 del 2012, n. 20032 del 2011), specificandosi (in motivazione) che “e’ inesatto pretendere che gli indizi scaturenti da fonti orali possano assurgere a fonte di prova presuntiva unicamente se confortati da ulteriori indagini, da eseguirsi necessariamente da parte dell’Ufficio. Infatti, gli elementi assunti a fonte di presunzione non devono neppure essere necessariamente plurimi (benché l’art. 2729 c.c., il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, e il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54, si esprimano al plurale), potendosi il convincimento del giudice fondare anche su un elemento unico, preciso e grave, la valutazione della cui rilevanza, peraltro, nell’ambito del processo logico applicato in concreto, non è sindacabile in sede di legittimità ove sorretta da motivazione adeguata e logicamente non contraddittoria (Cassazione civile sez. trib., n. 656 del 2014)”.

Osservava pertanto che la CFR non si era attenuta a tali principi che erano stati ribaditi da questa Corte proprio in relazione a fattispecie del tutto analoga a quella qui vagliata, avendo confermato l’avviso di accertamento fondato sulle dichiarazioni di più acquirenti di beni immobili, attestanti la percezione, da parte della contribuente, di corrispettivi non fatturati ed oggetto di recupero a tassazione da parte della Amministrazione finanziaria, affermando che “Nel processo tributario, le dichiarazioni di terzi acquisite in fase di accertamento hanno normalmente valore indiziario, e pur tuttavia, per il loro contenuto intrinseco ovvero per l’attendibilità dei riscontri offerti, possono assumere valore di presunzione grave, precisa e concordante ex art. 2729 c.c., e, cioè, di prova presuntiva idonea a fondare e motivare l’atto di accertamento”; peraltro, nel caso qui vagliato, contrariamente a quanto ritenuto dalla CTIZ, le dichiarazioni degli acquirenti “a sfavore del contribuente” erano percentualmente alte rispetto alla totalità delle compravendite oggetto di verifica (otto su venti, pari al 40 per cento); inoltre, la circostanza che uno degli acquirenti avesse comunque contratto un mutuo per un importo maggiore rispetto al prezzo della compravendita costituiva utile riscontro dell’accertata sottofatturazione.

Il procedimento veniva riassunto dalla società P. Costruzioni s.r.l. e dai signori P.A. e P.F..

Con sentenza n. 5947/2019 la CTR della Campania rigettava l’appello dei contribuenti.

Osservava che l’elemento principale era rappresentato dalla rilevanza delle dichiarazioni rese da 8 acquirenti su un totale di 20 che avevano riferito agli organi della Polizia Tributaria di aver versato alla società venditrice un corrispettivo inferiore del 10% rispetto a quello fatturato.

Rilevava che tale dichiarazioni apparivano verosimili e non contrastate da elementi concreti di opposta valenza da parte della società venditrice.

Sottolineava che tali dati certi, univoci e concordanti ben potevano costituire elemento di convincimento del giudice osservando che a corroborarne l’attendibilità vi era la circostanza che dette dichiarazioni contenevano elementi confessori di sfavore per coloro che le avevano rese potendo sorgere dalle stesse conseguenze negative in loro danno.

Escludeva infine che in questo giudizio relativo all’anno 2007 potesse invocarsi l’autorità di giudicato che gli odierni ricorrenti avevano ottenuto nei confronti dell’Amministrazione finanziaria per gli anni 2005 e 2006 per difetto di identità oggettiva tra gli elementi di fatto.

Avverso tale sentenza i contribuenti propongono ricorso per cassazione affidato a due motivi cui resiste con controricorso l’Agenzia delle Entrate.

Diritto

Considerato che:

Con il primo motivo si denuncia la violazione dell’art. 115 c.p.c., e degli artt. 2729 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

Si censura la valutazione del materiale probatorio espressa dalla CTR la quale nell’esaminare il contenuto delle dichiarazione non si sarebbe resa conto della mancata coerenza con le risultanze di causa e della sussistenza di un contrasto fra quanto dichiarato e quanto documentato.

Si ritiene che il giudice di appello avrebbe erroneamente riconosciuto alle dichiarazioni il carattere della precisione e della concordanza alle predette dichiarazione rese dagli acquirenti dei beni immobili venduti dalla società P. Costruzioni s.r.l..

Con il secondo motivo si denuncia la violazione dell’art. 112 c.p.c. per non essersi la CTR attenuto all’indicazione formulata dalla Corte con l’ordinanza n. 8406/2018 nella quale si chiedeva di esaminare la vicenda entro i limiti posti dalle domande delle parti ed ha invece pronunciato extrapetita.

Si lamenta che il giudice di appello sarebbe andata al di là delle esplicite richieste formulate dalle parte nelle rispettive difese confermando l’accertamento nella misura indicata nella sentenza n. 10158/2014 anzicché rideterminare i maggiori ricavi accertati per l’anno 2007 attenendosi agli stessi criteri adottati per i ricavi del 2005 e del 2006.

Con il terzo motivo i ricorrenti si dolgono della violazione dell’art. 2909 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la CTR escluso l’applicazione del giudicato formatosi in ordine al criterio di determinazione dei maggiori ricavi accertati come affermato nella sentenza n. 350/2011.

Il primo motivo è infondato.

La CTR muovendo dal principio di diritto enunciato dalla Corte ha valorizzato le concordi dichiarazioni rese contra se dagli acquirenti dei beni immobili venduti dalla società contribuente laddove avevano dichiarato di aver acquistato ad un prezzo inferiore mediatamente di una quota pari al 10% rispetto a quello fatturato.

Il giudice del gravame ha preso in considerazione una serie di elementi che, pur non costituendo, in sé e per sé, prova autonoma, sono stati valutati nella loro complessiva idoneità a dimostrare il fatto, non noto, che il valore di cessione delle unità immobiliari era superiore rispetto a quello dichiarato.

Tale valutazione è censurata dai ricorrenti sotto il profilo della non corretta applicazione delle previsioni di cui agli artt. 2727 e 2729 c.c., il che impone di verificare se gli elementi fattuali presi in considerazione dal giudice del gravame potessero effettivamente assurgere ad indizi dotati delle necessaria gravità, precisione e concordanza.

Va quindi precisato che, secondo questa Corte (Cass. civ. 13 maggio 2019, n. 12682; conf, Cass. civ., 16 maggio 2017, n. 12002), allorquando la prova addotta sia costituita da presunzioni, le quali anche da sole possono formare il convincimento del giudice del merito, rientra nei compiti di quest’ultimo il giudizio circa l’idoneità degli elementi presuntivi a consentire inferenze che ne discendano secondo il criterio dell’id quod prelumque accidit, essendo il relativo apprezzamento sottratto al controllo in sede di legittimità, se sorretto da motivazione immune da vizi logici o giuridici e, in particolare, ispirato al principio secondo il quale i requisiti della gravità, della precisione e della concordanza, richiesti dalla legge, devono essere ricavati in relazione al complesso degli indizi, soggetti ad una valutazione globale, e non con riferimento singolare a ciascuno di questi, pur senza omettere un apprezzamento così frazionato, al fine di vagliare preventivamente la rilevanza dei vari indizi e di individuare quelli ritenuti significativi e da ricomprendere nel suddetto contesto articolato e globale.

La pronuncia del giudice del gravame risulta avere fatto corretta applicazione dei principi in materia di prova presuntiva, così come sopra delineati.

A tal proposito, va osservato che, nella fattispecie, il fatto non noto da provare, come visto, riguardava il maggior valore dei prezzi di vendita delle unità immobiliari rispetto a quelli dichiarati.

Diversamente da quanto sostenuto dai ricorrenti, non può quindi escludersi che sia possibile attribuire la idoneità di prova presuntiva alla circostanza, evidenziata dal giudice del gravame, che diversi acquirenti avevano dichiarato di avere acquistato a prezzi superiori rispetto a quelli dichiarati, tenuto conto del fatto che la stessa poggia su di una circostanza certa, che attiene al valore dell’acquisto dell’immobile dei singoli acquirenti dichiaranti.

Lo stesso giudice del gravame, peraltro, non si è limitato a fare riferimento a tali dichiarazioni, ma ha proceduto anche ad una valutazione di attendibilità, considerando che le dichiarazioni degli otto acquirenti che hanno sostenuto di avere in realtà pagato somme superiori a quelle fatturate dalla società, assumono connotazione di maggiore veridicità risolvendosi in ammissione di natura confessoria.

Quel che rileva, dunque, è la valutazione compiuta dalla CTR in ordine alla intrinseca attendibilità delle dichiarazioni rese dai suddetti acquirenti, finalizzata a sostenere, sotto il profilo logico argomentativo, la gravità del fatto dichiarato; tutti i suddetti elementi fattuali, secondo prospettive diverse, consistono in circostanze di fatto certe, che consentono di prospettare che: quantomeno per talune unità immobiliari, non si era regolarmente proceduto a dichiarare un valore inferiore rispetto a quello fatturato.

Sebbene, quindi, ciascuno dei suddetti elementi indiziari non costituisca prova del maggiore valore del prezzo di cessione delle unità immobiliari in esame, non può negarsi la valenza di prova indiziaria di essi, in particolare della loro gravità, in quanto certi, e precisi, in quanto ben determinati nella loro realtà storica, sicché correttamente il giudice del gravame ha proceduto sulla base di essi a svolgere il procedimento logico inferenziale, proprio del procedimento induttivo, al fine di pervenire alla dimostrazione della sussistenza del fatto ignoto.

Quanto alla dedotta violazione dell’art. 2697, va osservato che una volta che il giudice come nella specie verifichi che gli elementi di prova presuntiva posti all’attenzione dall’amministrazione finanziaria sono dotati dei requisiti della gravità, precisione e concordanza, spetta al contribuente fornire la prova contraria che nella specie non è stata data come correttamente rilevato dal giudice del gravame.

Con riguardo poi alla prospettata regolarità della contabilità della società e l’assenza dagli estratti conti di pagamenti incoerenti con le fatture emesse si rileva che il reddito extracontabile rientra in una gestione c.d. patologica della società a ristretta base azionaria sicché la regolarità formale delle scritture o le evidenze contabili dei pagamenti, non sono sufficienti in quanto si tratta di dati e circostanze facilmente falsificabili”. (Cass. n. 2015/428, n. 2016/18118; n. 2014/25775; n. 2011/12802, n. 2008/2847; n. 2007/21953).

Il secondo motivo è infondato.

Sul punto va osservato che il giudice del gravame non è incorso in alcuna extrapetizione ritenendo l’atto impositivo fondato nella sua totalità indipendentemente dalle richieste dei contribuenti.

Il Giudice del gravame ha espresso il proprio convincimento in merito alla veridicità delle dichiarazioni rese dagli acquirenti di unità immobiliari ed ha implicitamente ritenuta valida la pretesa impositiva.

Ha altresì sottolineato come non fosse pertinente il riferimento alla decisione della CTP passata in giudicato n. 350/2011 per determinare i maggiori ricavi spiegando che detta decisione riguardava periodi che riflettevano una diversa situazione economica e differenti rapporti.

Il terzo motivo è parimenti infondato.

In materia tributaria, l’effetto vincolante del giudicato esterno, in relazione alle imposte periodiche, deve essere riconosciuto nei casi in cui vengano in esame fatti che, per legge, hanno efficacia permanente o pluriennale, producendo effetti per un arco di tempo che comprende più periodi di imposta, o nei quali l’accertamento concerne la qualificazione di un rapporto ad esecuzione prolungata (Cass., n. 21395/2017; Cass., n. 9710/2018).

Nel caso in esame la sentenza passata in giudicato ha preso in considerazione la disponibilità di reddito derivante da utili extracontabili percepiti nell’anno 2005 e 2006 fatto del tutto autonomo e distinto rispetto alla percezione di utili extracontabili avvenuta nell’anno 2007.

Non è ravvisabile per le varie annualità l’esistenza di un medesimo titolo negoziale, né di un medesimo rapporto giuridico trattandosi di distinti contratti di compravendita.

Il dictum della C.T.R., che ha negato la rilevanza, in questa causa, del giudicato (esterno), alla decisione emessa all’esito della medesima verifca ispettiva Ires, Irap ed Iva per le annualità 2005 e 2006 è conforme al principio di diritto, enunciato dalla giurisprudenza di legittimità (Cass. 15/09/2017, n. 21395; n. 26341 del 2021), secondo cui: “In materia tributaria, l’effetto vincolante del giudicato esterno, in relazione alle imposte periodiche, deve essere riconosciuto nei casi in cui vengano in esame fatti che, per legge, hanno efficacia permanente o pluriennale, producendo effetti per un arco di tempo che comprende più periodi di imposta, o nei quali l’accertamento concerne la qualificazione di un rapporto ad esecuzione prolungata.”

Alla stregua delle considerazioni sopra esposte il ricorso va rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo secondo i criteri di legge vigenti.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali di legittimità che si liquidano in complessive Euro 4000,00 oltre s.p.a.d. ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello per il ricorso, ove dovuto, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2021.

Depositato in Cancelleria il 29 ottobre 2021

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