Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30668 del 21/12/2017


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Civile Ord. Sez. 3 Num. 30668 Anno 2017
Presidente: VIVALDI ROBERTA
Relatore: GRAZIOSI CHIARA

ORDINANZA

sul ricorso 27039-2014 proposto da:
BRUSCHI ALESSANDRO, elettivamente domiciliato in
ROMA, VIA CIVININI 105, presso lo studio
dell’avvocato ENRICO FIORETTI, rappresentato e difeso
dall’avvocatù GIOVANNI WìBALICH qiubLa procura

speciale a margine del ricorso;
– ricorrente contro

ROMANELLI MAURO, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA MAGNA GRECIA 84, presso lo studio dell’avvocato
DANILO D’ANGELO, rappresentato e difeso dall’avvocato
PIERO PACIARONI giusta procura speciale a margine del
controricorso;

Data pubblicazione: 21/12/2017

- controricorrente

avverso la sentenza n. 340/2014 del TRIBUNALE di
MACERATA, depositata il 26/03/2014;
udita la relazione della causa svolta nella camera di
consiglio del 08/11/2017 dal Consigliere Dott. CHIARA

lette le conclusioni scritte del Pubblico Ministero,
in persona del Sostituto Procuratore generale CORRADO
MISTRI, che ha chiesto il rigetto del ricorso;

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GRAZIOSI;

Rilevato che:

27039/2014

Con sentenza del 19 luglio 2010 il giudice di pace di Tolentino accoglieva la domanda, proposta
da Mauro Romanelli nei confronti di Alessandro Bruschi, di risarcimento dei danni subiti per
lesioni dolose da quest’ultimo, nella misura di C 2744,34.
Avendo il Bruschi proposto appello principale e il Romanelli appello incidentale, il Tribunale di
,
Macerata l, rigettava entramb. con sentenza del 12-26 marzo 2014.

controricorso il Romanelli.
Il Procuratore Generale ha depositato conclusioni scritte nel senso del rigetto del ricorso.

Considerato che:
1. Si è osservato che il ricorso presenta formalmente tre motivi, in quanto deve poi rilevarsi
che il primo motivo è composto, in realtà, da tre submotivi, distintamente argomentati.
1.1.1 II primo di essi denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 74, 75 c.p.p., 35
d.lgs. 274/2000 e 2909 c.c.
Osserva il ricorrente che, a proposito del primo motivo d’appello – con cui era stato chiesto di
accertare, come rileva infatti espressamente il Tribunale, che la domanda risarcitoria sarebbe
stata preclusa per la pronuncia di estinzione del reato in sede penale -, il Tribunale afferma che
la pronuncia di estinzione del reato non incide sul risarcimento del danno. Al contrario, la
domanda risarcitoria avrebbe dovuto essere dichiarata improponibile giacché, altrimenti, non si
terrebbe in conto l’istituto dell’esercizio dell’azione civile nel processo penale ai sensi
dell’articolo 74 c.p.p., si priverebbe dell’effetto di giudicato la sentenza penale – così violando
l’articolo 2909 c.c. – e non si rispetterebbe l’articolo 35 d.lgs. 274/2000, per cui il giudice di
pace penale può dichiarare estinto il reato una volta accertata la riparazione del danno. Nel
caso in esame il Romanelli si 4t1 ra costituito parte civile, ma non aveva poi proposto ricorso per

Ha presentato ricorso il Bruschi, articolandolo formalmente in tre motivi, da cui si è difeso con

cassazione avverso la sentenza del giudice di pace penale, da cui pertanto sarebbe derivato
giudicato sul quantum (davanti al giudice di pace penale di Tolentino, in effetti, il Bruschi,
imputato del reato di lesioni personali, aveva offerto a titolo riparatorio la somma di C 1000, e
il giudice di pace aveva dichiarato estinto reato) dal momento che il citato 35, al secondo
comma, impone al giudice di pace di verificare la congruità risarcitoria.
Richiama poi il ricorrente S.U. 26 gennaio 2011 n. 1768 – per cui la fattispecie dell’articolo 652
(analogamente alle fattispecie di cui agli articoli 651, 653 e 654 c.p.p.) costituisce una
eccezione all’autonomia sussistente tra la giurisdizione penale e la giurisdizione civile, per cui
soltanto la sentenza irrevocabile di assoluzione dopo dibattimento ha effetto di giudicato in
sede civile per la restituzione e il risarcimento dei danni, mentre non ha alcun effetto
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extrapenale la sentenza di non doversi procedere per estinzione o per amnistia – per sostenere
che nel caso di specie, tuttavia, non si è dinanzi ad un giudicato penale in un giudizio civile,
bensì si devono riconoscere gli effetti di giudicato alla pronuncia sul risarcimento del danno che
è stata emessa nel giudizio penale in cui fu esercitata l’azione civile. La valutazione del giudice
penale ai fini dell’articolo 35 d.lgs. 274/2000 non sarebbe – come il Romanelli ha addotto – una
“pronuncia incidentale”, che comunque opera una valutazione allo stato degli atti, senza alcuna
istruttoria, bensì una valutazione che non ha valore relativo, perché è necessario verificare con

1.1.2 Questa censura è infondata.
Non è infatti condivisibile l’argomento con cui il ricorrente tenta di “schivare” l’insegnamento
delle Sezioni Unite, ovvero che, nel caso in esame, non vi sarebbe una pronuncia di contenuto
penale ad assumere effetto di giudicato in sede civile, bensì una pronuncia che avrebbe effetto
perché riguarderebbe proprio il risarcimento dei danni, e quindi avrebbe una sostanza civile.
Propone così il ricorrente una interpretazione non corretta dell’articolo 35 d.lgs. 28 agosto
2000 n. 274, che, al primo comma, così recita: “Il giudice di pace, sentite le parti e l’eventuale
persona offesa, dichiara con sentenza estinto il reato, enunciandone la causa nel dispositivo,
quando l’imputato dimostra di aver proceduto, prima dell’udienza di comparizione, alla
riparazione del danno cagionato dal reato, mediante le restituzioni o il risarcimento, e di aver
eliminato le conseguenze dannose o pericolose del reato”; e al secondo comma stabilisce: “Il
giudice di pace pronuncia la sentenza di estinzione del reato di cui al comma 1, solo se ritiene
le attività risarcitorie e ripara torie idonee a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e
quelle di prevenzione”. È sufficiente una mera lettura di queste due norme per comprendere
che il giudice di pace non si pronuncia sull’azione civile, e, anzi, che non è nemmeno previsto
che nel giudizio si sia costituita una parte civile affinché si possa giungere alla pronuncia di cui
si tratta (infatti il primo comma dell’articolo 35 così si esprime:

“sentite le parti e l’eventuale

persona offesa”). Pertanto, anche se presupposto dell’estinzione del reato è un accertamento
che investe pure profili civili, la sua valutazione non è tanto quella della congruità civile del
risarcimento, bensì si rapporta alla illiceità penale, come dimostra il contenuto del secondo
comma dell’articolo 35, laddove condiziona la pronuncia di estinzione alla idoneità delle attività
risarcitorie e riparatorie

“a soddisfare le esigenze di riprovazione del reato e quelle di

prevenzione”: prevenzione che, ovviamente, concerne la commissione di ulteriori illeciti penali.
È del tutto evidente, quindi, che la pronuncia ai sensi dell’invocato articolo 35 non dispiega
alcun effetto di giudicato sull’azione civile, sia che questa sia stata già introdotta nel giudizio
penale così conclusosi, sia che questa venga ad essere, invece, esercitata soltanto dinanzi al
giudice civile.
Ciò è stato recentemente riconosciuto anche dalle Sezioni Unite penali, che, con la sentenza 23
aprile 2015 n. 33864, placando un contrasto in cui sussisteva un orientamento che legittimava
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prova rigorosa l’avvenuto risarcimento del danno.

l’impugnazione della pronuncia ex articolo 35 ad opera della parte civile, in relazione proprio a
pretesi effetti civili della pronuncia stessa, aderendo all’orientamento opposto (tra gli arresti
massimati v. Cass. pen., sez. 4, 18 febbraio 2014 n. 46368 e Cass. pen., sez. 4, 15 gennaio
2015 n. 4610), hanno escluso che la parte civile abbia interesse a impugnare, anche soltanto a
fini civili, tale sentenza, poiché questa, “limitandosi ad accertare la congruità del risarcimento
ai soli fini dell’estinzione del reato, non riveste autorità di giudicato nel giudizio civile per le
restituzioni e per il risarcimento del danno e non produce, pertanto, alcun effetto
pregiudizievole nei confronti della parte civile” (conforme è poi l’ancor più recente Cass. pen.,

Prima ancora che per l’autonomia delle giurisdizioni, quindi, deve ritenersi che proprio per il
contenuto della pronuncia, che attiene esclusivamente al reato, non può derivarne alcuna
incidenza sul quantum del risarcimento del danno come invece prospettato dal ricorrente.
1.2.1 II secondo submotivo denuncia violazione o falsa applicazione degli articoli 115, 116,
311-320 c.p.c.
Adduce il ricorrente che alla prima udienza davanti al giudice di pace civile egli non era ancora
costituito e il Romanelli aveva chiesto rinvio ex articolo 320 c.p.c. per presentare le sue
richieste istruttorie; alla seconda udienza, appunto ex articolo 320 c.p.c., il Bruschi si costituiva
e contestava tutto quanto prospettato da controparte; il Romanelli chiedeva al giudice di pace
di decidere e a tale richiesta il Bruschi si associava.
Il Tribunale ha poi rigettato il secondo motivo d’appello rilevando l’applicabilità dell’articolo 115
c.p.c. per tardiva costituzione del Bruschi: in tal modo sarebbe incorso nell’errata applicazione
degli articoli 115 e 116 c.p.c., dal momento che nel giudizio davanti al giudice di pace non vi è
norma che impone termini per la costituzione e che detti preclusioni, tranne la preclusione di
cui all’articolo 320 c.p.c., identificante l’ultimo termine per la richiesta di prove orali e per le
produzioni documentali; e nella sua comparsa di costituzione il Bruschi avrebbe tutto
contestato.
1.2.2 La censura è fondata per quanto concerne l’interpretazione del rito dinanzi al giudice di
pace, ma si presenta priva di autosufficienza a proposito della pretesa contestazione, in sede di
costituzione, da parte del Bruschi di tutti i fatti addotti da controparte, il che non ne consente
l’accoglimento.
Meramente ad abundantiam, peraltro, si osserva che il Tribunale non si è fondato soltanto
sull’applicazione del principio di non contestazione, ma ha altresì evidenziato che il giudice di
pace si era basato pure su prove documentali.
1.3.1 Il terzo submotivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’articolo 346 c.p.c., in
riferimento a quanto esposto nel secondo submotivo: adduce il ricorrente che il giudice di pace
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sez. 4, 2 dicembre 2016-12 gennaio 2017 n. 1359).

aveva ritenuto rituale e non tardiva la sua costituzione, e su ciò il Romanelli non avrebbe
proposto impugnazione, per cui sarebbe stato violato il principio devolutivo.
Quanto rilevato a proposito della precedente censura in ordine alla non autosufficienza sul
contenuto della comparsa di costituzione del Bruschi assorbe peraltro anche questa doglianza.
2.1 Il secondo motivo denuncia nullità della sentenza per mancanza di motivazione, con
riferimento agli articoli 111 Cost. e 134 n.4 c.p.c. (evidente errore materiale, visto che quello

Secondo il ricorrente, vi sarebbero quattro omissioni di motivazione: la motivazione sarebbe
omessa in primo luogo sulla non conseguenza in sede civile della dichiarazione di estinzione del
reato in penale, in secondo luogo sul secondo motivo d’appello, in terzo luogo sul terzo motivo
d’appello, e in quarto luogo sulla ritualità del costituzione dell’attuale ricorrente davanti al
giudice di pace, sulla quale il Bruschi avrebbe svolto argomentazioni cui il giudice d’appello non
avrebbe risposto.
2.2 È evidente che attraverso queste pretese omissioni di motivazione il ricorrente tenta di
reintrodurre una seconda volta quanto già addotto nei tre submotivi che compongono il motivo
precedente per quanto concerne la prima, la seconda e la quarta asserita omissione.
Peraltro, la prima denuncia di omissione viene chiaramente smentita dall’esame del primo
motivo d’appello che figura a pagina 1 della parte motiva della sentenza impugnata, e la
seconda denuncia parimenti smentita dalla motivazione che concerne il secondo motivo
d’appello (a pagina 1 s. della parte motiva della sentenza). Non è affatto fondata, poi, la
denuncia di omissione di motivazione quanto al terzo motivo d’appello — trattato invece a
pagina 2 della parte motiva della sentenza -. Quanto poi alla denuncia della pretesa quarta
omissione, costituisce proprio, in sostanza, una riproposizione del secondo submotivo del
motivo precedente.
Tuttollfmotivo quindi è privo di consistenza.
3. Il terzo motivo denuncia omesso esame di fatto discusso e decisivo, e ancora si articola in
quattro pretesi omessi esami di fatto.
3.1 La prima censura concerne l’asserito omesso esame della non incidenza della estinzione del
reato – questione di diritto, e non di fatto, per cui non è riconducibile all’articolo 360, primo
comma, n.5 c.p.c. da cui proviene evidentemente questo motivo; e peraltro doglianza
palesemente infondata per quanto si è già visto più sopra -; e la seconda denuncia un omesso
esame della lamentata violazione dell’articolo 651 c.p.p., per cui vale anche per essa quanto
appena osservato per la doglianza precedente -.

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C-1)

pertinente è l’articolo 132 n.4 c.p.c.).

3.2 La terza censura lamenta mancata risposta sul terzo motivo d’appello alle argomentazioni
sulla prova del quantum, che sarebbero state tutte fatti decisivi: qui in effetti viene presentata
una doglianza riconducibile al previgente testo dell’articolo 360, primo comma, n.5 c.p.c.
Comunque l’asserto che il Tribunale sul terzo motivo d’appello si limiti ad affermare che la
motivazione del primo giudice sia sufficiente, avendo egli fatto ricorso alla consulenza di parte
(nel ricorso, a pagina 17, si adduce che il giudice d’appello avrebbe risposto così: “Il terzo
motivo, dell’essere la domanda attrice sfornita di prova in relazione al

quantum. Anche in

questo caso la motivazione offre adeguata sostanza, nel senso che il giudice di pace ha fatto

concisa sentenza, ove, nella parte motiva a pagina 2, tale frase prosegue, venendo poi svolte
altre argomentazioni fino a concludere che il Tribunale reputa idoneo diminuire “di un punto la
percentuale di invalidità del danno permanente”.
3.3 Infine, la quarta asserita omissione riguarderebbe il fatto che l’appellante aveva addotto
che la sua costituzione era rituale e non tardiva davanti al giudice di pace, su ciò invece il
Tribunale tacendo: ma si tratta di una pura questione di diritto, più sopra già esaminata.
Anche il terzo motivo, quindi, non ha fondamento.
In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, con conseguente condanna del ricorrente alla
rifusione a controparte delle spese processuali, liquidate come da dispositivo. Sussistono ex
articolo 13, comma 1 quater, d.p.r. 115/2012 i presupposti per il versamento da parte del
ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il
ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso articolo.
P.Q.M.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere a controparte le spese processuali,
liquidate in un totale di C 3200, oltre a C 200 per gli esborsi, al 15% per spese generali e agli
accessori di legge.
Ai sensi dell’articolo 13, comma 1 quater, d.p.r. 115/2002 dà atto della sussistenza dei
presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di
contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso
articolo 13.

ricorso alla consulenza di parte” [sic] ) non trova riscontro nell’effettivo contenuto della pur

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