Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30620 del 28/10/2021

Cassazione civile sez. I, 28/10/2021, (ud. 18/05/2021, dep. 28/10/2021), n.30620

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Presidente –

Dott. VANNUCCI Marco – Consigliere –

Dott. DI STEFANO Pierluigi – rel. Consigliere –

Dott. PARISE Clotilde – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 22673/2020 proposto da:

A.V., elettivamente domiciliato in Roma Viale Angelico 38,

presso lo studio dell’avvocato Marco Lanzilao, che lo rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

Commissione Territoriale Riconoscimento Protezione Int. Bologna Sez.

Forlì Cesena, Ministero Dell’interno, (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 958/2020 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 04/12/2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

18/05/2021 da Dott. PIERLUIGI DI STEFANO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

A.V., cittadina della Nigeria, ricorre con cinque motivi avverso la sentenza della Corte di appello di Bologna del 21 aprile 2020 che accoglieva l’impugnazione del Ministero dell’Interno, commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Bologna, avverso l’ordinanza del Tribunale di Bologna che, rigettate le altre richieste, riconosceva in suo favore la protezione sussidiaria.

La richiedente, proveniente da Benin City, Nigeria, aveva esposto di avere lasciato la Nigeria nel 2016 perché i suoi familiari l’avevano venduta ad un uomo per ragioni di lucro, costringendola al matrimonio. Trasferitasi a casa del marito, costui la picchiava continuamente, facendola anche abortire.

Il Tribunale aveva accolto la domanda di protezione sussidiaria ritenendo che tale narrato fosse sufficiente a ritenere il rischio di danno grave in caso di rientro nel paese.

La Corte di appello ha ritenuto non attendibili le dichiarazioni, considerando che:

– la richiedente non era neanche in grado di indicare il cognome della persona alla quale era stata asseritamente sposata per nove mesi e la sua occupazione;

– non era plausibile la vicenda relativa al rapporto con il fidanzato P. di cui neanche le era noto il cognome, conosciuto prima in Nigeria e poi casualmente rincontrato a (OMISSIS);

– erano contraddittorie le ragioni esposte per giustificare il suo comportamento che aveva dato luogo alla revoca delle misure di accoglienza, con allontanamento dalla struttura ove era ospitata.

Per tale inattendibilità ha quindi escluso che ricorresse il rischio di subire condanne, torture, altre forme di pena o trattamento degradante o minacce gravi in caso di rientro nel paese. Inoltre, la Corte ha rilevato che non ricorrono neanche condizioni socio politiche del paese rilevanti ai fini della protezione sussidiaria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Primo motivo: violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Il ricorso di primo grado censurava la decisione della Commissione Territoriale (anche) per la mancata concessione della protezione umanitaria e chiedeva in sede di conclusioni in via subordinata il suo riconoscimento. La Corte non si è pronunciata su tale richiesta. Sussiste pertanto un evidente vizio di omessa pronuncia da cui deriva necessariamente la nullità della sentenza impugnata.

Il motivo è inammissibile. Risulta dal testo della sentenza di appello che, in sede di gravame, la odierna ricorrente si era limitata a chiedere il rigetto dell’appello del Ministero e la conferma della ordinanza impugnata, senza quindi proporre impugnazione avverso il diniego del riconoscimento della protezione umanitaria. In ogni caso, ove pure il tribunale avesse ritenuto assorbita la richiesta formulata in tal senso (ma il ricorso non riporta chiaramente il decisum sul punto), il disposto dell’art. 346 c.p.c., avrebbe reso necessaria la riproposizione in appello della domanda. Ma di tale riproposizione il ricorso nulla dice.

Secondo motivo: Violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Ribadisce le valutazioni del primo giudice quanto alla credibilità del narrato della parte.

Terzo motivo: omesso/errato esame delle dichiarazioni rese dalla ricorrente alla Commissione Territoriale e delle allegazioni portate in giudizio per la valutazione della sua condizione personale e omessa cooperazione istruttoria, art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. La richiedente aveva allegato che, causa la sua “vendita come schiava”, sarebbe stata in pericolo e ciò avrebbe dovuto condurre il giudice a esaminare la posizione della medesima anche alla luce di informazioni aggiornate sul contesto specifico in Nigeria.

Il secondo e il terzo motivo, che possono essere esaminati congiuntamente, sono inammissibili. Tali motivi non si confrontano con il contenuto della sentenza in quanto danno come dimostrate le circostanze riferite dalla richiedente che, invece, sono state ritenute con motivazione non oggetto di contestazione, del tutto inattendibili. Quindi risulta rispettata la norma invocata e il ricorso appare chiaramente mirato ad ottenere una nuova e diversa valutazione di merito, non ammessa in questa sede di legittimità.

Quarto motivo, violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,6 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, nonché difetto di motivazione e travisamento dei fatti; art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. L’assoluta assenza di istruttoria in merito alle condizioni, anche relative alla situazione socio-economica, del paese di origine della ricorrente, determinano una ipotesi di motivazione solo apparente.

Il motivo è inammissibile in quanto del tutto generico, limitato ad affermare con argomentazioni astratte la erroneità e incongruità della decisione.

Quinto motivo. Violazione degli art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5. La Corte ha errato nel non riconoscere alla ricorrente la protezione per seri motivi di carattere umanitario ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, nonché del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, che vieta l’espulsione dello straniero che possa essere perseguitato nel suo paese d’origine o che ivi possa correre gravi rischi.

Il motivo è inammissibile in quanto, come già detto, non risulta esser stata riproposta nel giudizio di appello la domanda relativa alla protezione umanitaria, vertendo quindi l’oggetto del giudizio esclusivamente sulla protezione sussidiaria.

Il ricorso, quindi, è complessivamente inammissibile.

Nulla sulle spese in difetto di regolare costituzione della parte intimata.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 18 maggio 2021.

Depositato in Cancelleria il 28 ottobre 2021

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