Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30616 del 20/12/2017


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Civile Ord. Sez. L Num. 30616 Anno 2017
Presidente: NOBILE VITTORIO
Relatore: GARRI FABRIZIA

ORDINANZA

sul ricorso 22961-2013 proposto da:
POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona
del legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIA L.G. FARAVELLI 22, presso lo
studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la
rappresenta e difende giusta delega in atti;
– ricorrente contro
2017
3731

BATTISTA MARIA LAURA, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA ARCHIMEDE 10, presso lo studio
dell’avvocato VIVIANA CALLINI, rappresentata e difesa
dall’avvocato RAFFAELE DE GIROLAMO, giusta delega in
atti;

Data pubblicazione: 20/12/2017

- controricorrente

avverso la sentenza n. 7196/2012 della CORTE
D’APPELLO di ROMA, depositata il 10/10/2012 R.G.N.

69/2011.

RG.22961 /2013

RILEVATO
che con sentenza in data 10 ottobre 2012 la Corte di Appello di Roma
ha riformatola sentenza del Tribunale di Frosinone ed ha dichiarato la
nullità del termine apposto al contratto intercorso tra Maria Laura
Battista e Poste Italiane s.p.a. nel periodo dal 8 ottobre al 31 dicembre

ristrutturazione dei processi di mobilità tuttora in fase di
completamento di cui agli accordi 17,18 e 23 ottobre, 11 dicembre
2001 e 11 gennaio 13 febbraio, 14 aprile, 30 luglio e 18 settembre
2002″ – l’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato a tempo
indeterminato e ordinatone il ripristino ha condannato la società
appellata al pagamento di una indennità risarcitoria che ha quantificato
in misura pari a quattro mensilità dell’ultima retribuzione di fatto
percepita con gli interessi a far data dalla avvenuta costituzione in
mora.
che avverso tale sentenza Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso
affidato a quattro motivi, al quale ha opposto difese la Battista con
controricorso.
che sono state depositate memorie da entrambe le parti.
CONSIDERATO
che Poste Italiane censura la sentenza per i seguenti motivi: 1)
Violazione e falsa applicazione dell’art. 1372 primo comma cod. civ. in
relazione all’art. 360 primo comma n. 3 cod. proc. civ.; 2) violazione e
falsa applicazione dell’art. 1 commi 1 e 2 e dell’art. 4 comma 2 del
d.lgs n. 368 del 2001, dell’art. 12 delle preleggi, degli artt. 1362 e ss.
e 1325 e ss. cod. civ. in relazione all’art. 360 primo comma n. 3 cod.
proc. civ.; 3) violazione e falsa applicazione dell’art. 5 del d.lgs n. 368
del 2001, dell’art. 12 delle preleggi, degli artt. 1362 e ss. e 1419 cod.
civ. in relazione all’art. 360 primo comma n. 3 cod. proc. civ.; 4)
violazione e falsa applicazione dell’art. 32 della legge n. 183 del 2010.
che ritiene il Collegio si debba rigettare il primo motivo di ricorso alla
stregua della costante giurisprudenza di questa Corte, cui va data
continuità, che ha ripetutamente affermato che nel rapporto di lavoro a

2002 – per “sostenere il servizio di recapito durante la fase di

tempo determinato il mero decorso del tempo tra la scadenza del
contratto e la proposizione della azione giudiziale non può, di per sé
solo, costituire elemento idoneo ad esprimere in maniera
inequivocabile la volontà delle parti di risolvere il rapporto di lavoro a
tempo indeterminato, in un’ ottica che svaluti il ruolo e la rilevanza
della volontà delle parti intesa in senso psicologico, in favore di un
elemento obiettivo, socialmente e giuridicamente valutabile come
risoluzione per tacito mutuo consenso (cfr. Cass., 15/12/97 n. 12665;

23057; Cass. 1.2.2010 n. 2279 e recentemente Cass. sez. IV ord.
15/09/2017 n. 21508). Tale elemento ulteriore non può essere
ravvisato nella percezione del TFR, che risponde ad esigenze
elementari di mantenimento durante lo stato di disoccupazione (cfr.
Cass. n. 21508/2017 cit.); la censura, pur prospettata come una
violazione di legge, si risolve in una inammissibile richiesta di
rivalutazione dei fatti presi in esame dalla Corte di merito non
consentita al giudice di legittimità (cfr. Cass. s.u. 27/10/2016 n. 21691
in motivazione).
Che

la censura formulata con il secondo motivo di ricorso è

inammissibile poiché investe solo una delle due

rationes decidendi

poste dalla Corte di appello a fondamento della decisione di dichiarare
nullo il termine apposto al contratto. In disparte infatti la questione più
generale della specificità della causale posta a fondamento del
contratto, censurata dalla società, il giudice di secondo grado ha
ritenuto comunque che la società datrice che ne era onerata non
avesse neppure specificatamente allegato, e tanto meno provato,
l’ambito territoriale di riferimento, il luogo della prestazione lavorativa,
le mansioni dei lavoratori da sostituire, il diritto degli stessi alla
conservazione del posto di lavoro che consentano di verificare la
sussistenza effettiva del prospettato presupposto di legittimità (cfr. in
termini Cass. n. 1576 del 2010 e molte altre successive; con riguardo
a fattispecie del tutto sovrapponibili alla presente si veda poi. fra le
altre, in motivazione, Cass. n. 565 del 2012, Cass. n. 8966 del 2012 e
recentemente Cass. ord. sez. IV, 25/08/2017 n. 20403).

2

Cass., 25/3/93 n. 824; 24/11/2015, n. 23965; Cass. 15.11.2010 n.

Che il terzo motivo di ricorso è infondato. Ritiene infatti il Collegio che
non vi siano ragioni per discostarsi dalla consolidata giurisprudenza di
questa Corte che ha ripetutamente affermato che il D.Lgs. n. 368 del
2001, art. 1, anche anteriormente alla modifica introdotta dalla L. n.
247 del 2007, art. 39, ha confermato il principio generale secondo cui
il rapporto di lavoro subordinato è normalmente a tempo
indeterminato, costituendo l’apposizione del termine un’ipotesi
derogatoria pur nel sistema, del tutto nuovo, della previsione di una

carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo”. Pertanto, in
caso di insussistenza delle ragioni giustificative del termine, e pur in
assenza di una norma che sanzioni espressamente la mancanza delle
dette ragioni, in base ai principi generali in materia di nullità parziale
del contratto e di eterointegrazione della disciplina contrattuale,
nonché alla stregua dell’interpretazione dello stesso art. 1 citato nel
quadro delineato dalla direttiva comunitaria 1999/70/CE (recepita con
il richiamato decreto), e nel sistema generale dei profili sanzionatori
del rapporto di lavoro subordinato, tracciato da Corte cost. n. 210 del
1992 e n. 283 del 2005, all’illegittimità del termine ed alla nullità della
clausola di apposizione dello stesso consegue l’invalidità parziale
relativa alla sola clausola e l’instaurarsi di un rapporto di lavoro a
tempo indeterminato (cfr. in termini da ultimo Cass. sez. IV ord.
27/07/2017 n. 18657).
che anche l’ultimo motivo di ricorso è infondato. La giurisprudenza di
questa Corte è costante infatti nel ritenere che l’indennità introdotta
dall’art. 32 della legge n. 183 del 2010 rappresenta il ristoro, seppure
forfetizzato e onnicomprensivo, dei danni conseguenti alla nullità del
termine apposto al contratto di lavoro, relativamente al periodo che va
dalla scadenza del termine alla data della sentenza di conversione del
rapporto (si veda in particolare Cass. 11 febbraio 2014, n. 3029). La
determinazione, tra il minimo e il massimo, dell’indennità è valutazione
che spetta al giudice di merito ed è censurabile in sede di legittimità
solo per il caso, nella specie insussistente, di motivazione assente,
illogica o contraddittoria (cfr. Cass. 17/03/2014 n. 6122). Quanto agli
interessi va rilevato che, come anche recentemente ribadito da questa

3

clausola generale legittimante l’apposizione del termine “per ragioni di

Corte, all’indennità in esame si applica l’articolo 429, comma 3, cod.
proc. civ. che si riferisce a tutti i crediti connessi al rapporto e non
soltanto a quelli aventi natura strettamente retributiva (cfr. Cass. 17
marzo 2016 n. 5344). Ne consegue che correttamente l’impugnata
sentenza ha riconosciuto gli accessori sull’indennità in questione.
Che le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza e,
distratte in favore dell’avvocato Raffaele Di Girolamo che se ne è
dichiarato anticipatario, sono liquidate nella misura indicata in

Che sussistono la condizioni di cui all’art. 13 comma 1 quater del
d.P.R. n. 115 del 2002.
P.Q.M.
La Corte, rigetta il ricorso.
Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di
legittimità che si liquidano in € 4.000,00 per compensi professionali, €
200,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie ed accessori dovuti per
legge. Spese da distrarsi in favore dell’Avvocato Raffaele De Girolamo
che se ne è dichiarato anticipatario.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater del d.P.R. n. 115 del 2002 dà
atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della
ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a
quello dovuto per il ricorso a norma dell’art.13 comma 1 bis del citato
d.P.R..

Così deciso nella Adunanza camerale del 28 settembre 2017

dispositivo.

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