Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3060 del 06/02/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 06/02/2017, (ud. 01/12/2016, dep.06/02/2017),  n. 3060

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MACIOCE Luigi – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – rel. Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27787-2013 proposto da:

C.L., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DELLA CHIANA 48, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO PILEGGI, che

lo rappresenta e difende giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

P&P DISTRIBUZIONI DI I.P. S.A.S.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 1534/2012 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,

depositata il 27/11/2012, R.G. N. 1836/2010;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

01/12/2016 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per l’inammissibilità e in

subordine per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. La sentenza attualmente impugnata (depositata il 27 novembre 2012), decidendo sugli appelli avverso la sentenza del Tribunale di Lamezia Terme n. 545/2010: 1) respinge l’appello principale di P & P Distribuzione di I.P. s.a.s.; 2) rigetta anche l’appello incidentale di C.L., volto ad ottenere l’accertamento della natura ritorsiva del licenziamento subito; 3) per l’effetto conferma la sentenza di primo grado e compensa le spese processuali del grado di appello.

La Corte d’appello di Catanzaro, per quel che qui interessa, precisa che:

a) la dichiarazione di illegittimità del licenziamento viene contestata sia dalla datrice di lavoro sia dal lavoratore;

b) entrambe le contestazioni sono infondate;

c) quanto alla prima impugnazione, si osserva che la società non ha fornito la prova – che era a suo carico – dell’avvenuta appropriazione da parte del lavoratore degli incassi contestati;

d) essendosi accertato che nel corso del rapporto il lavoratore ha provveduto agli incassi delle somme dovute dai clienti e alla consegna delle relative somme alla società senza rilascio di quietanza o sottoscrizione per avvenuta ricezione, non si può escludere che ciò sia accaduto anche per gli incassi in contestazione;

e) infondata è anche l’impugnativa del C. in quanto la contestazione disciplinare, pur essendosi rivelata priva di fondamento sul piano probatorio, comunque rispondeva astrattamente ad una ipotesi giustificativa del recesso, in considerazione delle complessive mansioni svolte dal C. nell’ambito della società datrice di lavoro;

f) neppure possono essere accolte le censure del C. sul mancato riconoscimento del compenso per lavoro straordinario e delle altre indennità richieste nel ricorso introduttivo per mancanza di specifica prova oltre che per genericità di molte delle suddette richieste;

g) va, infine, respinta pure la censura del C. diretta a contestare la dichiarazione del primo giudice di condanna del lavoratore al rimborso, alla datrice di lavoro, della somma di Euro 200,00 da lui incassata, in quanto il disconoscimento della sottoscrizione da chi ne appare l’autore va fatta, nel giudizio civile, compiendo determinate formalità mentre è ininfluente un disconoscimento effettuato in una denuncia-querela proposta in sede penale, come quella che viene qui richiamata.

2. Il ricorso di C.L. domanda la cassazione della sentenza per tre motivi. La P & P Distribuzione di I.P. s.a.s. non svolge attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Va preliminarmente precisato che il Collegio ha autorizzato la redazione della sentenza con motivazione semplificata.

1 – Sintesi dei motivi di ricorso.

1. Il ricorso è articolato in tre motivi.

1.1. Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, motivazione contraddittoria, illogica e insufficiente circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio e, in particolare, circa il motivo ritorsivo del licenziamento.

1.2. Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 1697 c.c. (recte: art. 2697 c.c.), in relazione alla mancata integrazione della prova per testi sullo svolgimento di prestazioni di lavoro straordinario.

1.3. Con il terzo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 214 e 216 c.p.c., in relazione al disconoscimento della sottoscrizione del ricorrente, in corrispondenza con le date di versamento delle somme di cui si tratta.

Si contesta il rigetto della censura avanzata dal ricorrente alla sentenza di primo grado laddove aveva condannato il C. al rimborso, alla datrice di lavoro, della somma di Euro 200,00 da lui incassata, sostenendosi che sarebbe palesemente errata la motivazione di tale statuizione, nella quale non si terrebbe conto dell’avvenuto disconoscimento della sottoscrizione risultante nel prospetto del relativo incasso.

2 – Esame delle censure.

2. L’esame congiunto di tutti i motivi di censura – reso opportuno dalla loro intima connessione – porta alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso.

3. A tale conclusione si perviene perchè tutte le censure proposte nei tre motivi – benchè solo nella intestazione del primo motivo si faccia riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5, mentre nelle intestazioni degli altri due motivi si fa formale richiamo alla violazione di norme di legge – si risolvono nella denuncia di vizi di motivazione della sentenza impugnata e risultano prospettate in modo non conforme all’art. 360 c.p.c., n. 5 – nel testo successivo alla modifica ad opera del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, applicabile “ratione temporis”, visto che la sentenza impugnata è stata depositata il 27 novembre 2012 e, quindi, dopo il giorno 11 settembre 2012. – in base al quale la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi del tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili (Cass. SU 7 aprile 2014, n. 8053; Cass. 9 giugno 2014, n. 12928).

4. In particolare: 1) il primo motivo è, all’evidenza, formulato in modo tale da replicare, nella forma e nella sostanza, il previgente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (vedi: Cass. SU n. 8053 del 2014, cit.); 2) con il secondo e il terzo motivo, si contesta la valutazione delle risultanze probatorie effettuata dalla Corte territoriale assumendo che le contestate valutazioni si sarebbero tradotte in illogicità e/o erroneità della motivazione della sentenza. Quindi, al di là di quanto è indicato nelle rubriche di tali due motivi, essi sono formulati sempre avendo di mira il previgente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ma neppure rispettandone il contenuto precettivo, visto che tale disposizione comunque non consentiva al ricorrente per cassazione di esprimere un mero dissenso valutativo delle risultanze di causa e di invocare, nella sostanza, un diverso apprezzamento di merito delle stesse, come accade nella specie.

3 – Conclusioni.

5. In sintesi, il ricorso è inammissibile. Nulla va disposto per le spese del presente giudizio di cassazione, in quanto la P & P Distribuzione di I.P. s.a.s. è rimasta intimata.

Sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013). Tale disposizione trova applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Cass. SU 18 febbraio 2014, n. 3774). Inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (vedi, per tutte: Cass. 13 maggio 2014, n. 10306 e Cass. 21 dicembre 2016, n. 26600).

PQM

La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Nulla spese per il presente giudizio di cassazione.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, introdotto dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Lavoro, il 1 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 6 febbraio 2017

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