Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 30573 del 20/12/2017


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Civile Ord. Sez. 5 Num. 30573 Anno 2017
Presidente: VIRGILIO BIAGIO
Relatore: IANNELLO EMILIO

ORDINANZA

sul ricorso iscritto al n. 4108/2010 R.G. proposto da
Agenzia delle entrate, rappresentata e difesa dall’Avvocatura
Generale dello Stato, con domicilio eletto in Roma, via dei Portoghesi,
n. 12, presso l’Avvocatura Generale dello Stato;

ricorrente

contro
Artes Politecnica S.r.l., rappresentata e difesa dall’Avv. Umberto
Santi, con domicilio eletto in Roma, via Benaco, 13, presso lo studio
dell’Avv. Maria Chiara Morabito;

con troricorrente

avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale del
Veneto, n. 2/16/09 depositata il 12 gennaio 2009.

Data pubblicazione: 20/12/2017

Udita la relazione svolta nella camera di consiglio del 13 ottobre 2017
dal Consigliere Emilio Iannello.
Rilevato che l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione,
con due mezzi, nei confronti della Artes Politecnica S.r.l. (che resiste
con controricorso), avverso la sentenza in epigrafe con la quale la
Commissione tributaria regionale del Veneto ha accolto l’appello della

con il quale l’Ufficio recuperava a tassazione, a fini Irpeg e Irap per
l’anno 2000, parte dei costi indicati in bilancio, riguardanti le
rimanenze di merci quantificate nell’atto d’acquisto di ramo d’azienda,
datato 28/9/2000, ai fini della determinazione del prezzo;
che con tale atto l’Ufficio, non avendo la società fornito l’inventario
in base al quale nell’atto di cessione d’azienda si era giunti a
determinare in euro 419.032,58 il valore delle rimanenze, lo ha
induttivamente determinato in misura corrispondente all’ammontare
delle rimanenze risultanti dal bilancio della cedente al 31/12/1999,
pari a C 294.471,55;
che la doglianza sul punto svolta dalla contribuente era ritenuta
fondata dai giudici d’appello sulla base del rilievo che «non si tratta di
rimanenze di magazzino a fine esercizio, ma di acquisto di ramo
d’azienda, comprensivo dei beni a magazzino», in relazione al quale è
irrilevante un inventario dettagliato, in tal senso argomentando
dall’art. 51, comma 4, d.P.R. 26 aprile 1986, n. 131, a mente del
quale «per gli atti che hanno per oggetto aziende o diritti reali su di
esse il valore di cui al comma primo è controllato dall’Ufficio con
riferimento al valore complessivo dei beni che compongono l’azienda
…»;
considerato che, con il primo motivo, l’Agenzia delle entrate
denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 51 d.P.R. n. 131 del
1986, degli artt. 92 e 109 d.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, e degli
artt. 39 e 40 d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, in relazione all’art.
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società contribuente, ritenendo illegittimo l’avviso di accertamento

360, comma primo, num. 3, cod. proc. civ., per avere la C.T.R.
considerato irrilevante, in caso di cessione di azienda o di ramo
d’azienda, anche ai fini delle diverse imposte dirette di che trattasi,
un inventario dettagliato delle rimanenze di magazzino invendute,
erroneamente argomentando dalla citata norma in tema di imposta di
registro e non considerando che, invece, in base all’art. 92 t.u.i.r., le

computo della base imponibile, richiedendosi pertanto anche per esse
requisiti di certezza e obiettiva determinabilità, ex art. 109 t.u.i.r.;
che con il secondo motivo la ricorrente denuncia inoltre
insufficiente motivazione circa fatti controversi e decisivi per il
giudizio, ai sensi dell’art. 360, comma primo, num. 5, cod. proc. civ.,
in relazione all’affermazione secondo cui, in base all’art. 51, comma
4, d.P.R. n. 131 del 1986, sarebbe irrilevante l’inventario dettagliato
delle rimanenze di magazzino cedute; rileva che, al contrario, proprio
secondo il dettato dalla norma citata, la valorizzazione dell’azienda
compravenduta deve avvenire «con riferimento al valore complessivo
dei beni che compongono l’azienda, compreso l’avviamento» e,
quindi, sulla base di un accertamento da effettuarsi in concreto, non
già delle mere dichiarazioni delle parti contenute nell’atto di cessione
d’azienda, in mancanza di qualsivoglia riscontro obiettivo;
ritenuto che è fondato il primo motivo di ricorso;
che non può dubitarsi infatti che le rimanenze di magazzino
computate ai fini della valutazione dell’azienda ceduta, ancorché
ovviamente non originate dalla attività svolta dalla stessa
contribuente ma relative al ramo d’azienda che quest’ultima ha
acquisito nel corso dell’esercizio, costituiscano componenti negativi
concorrenti alla determinazione del reddito imponibile, come tali
anch’esse soggette ai requisiti di effettività, inerenza, certezza,
determinatezza (o determinabilità) e competenza prescritti dall’art.
109 t.u.i.r. (Cass. n. 10167 del 2012; nn. 3258, 12503 e 24429 del
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giacenze di magazzino costituiscono elemento essenziale per il

2013; nn. 1565, 13806 e 21184 dei 2014; nn. 426, 1011 e 7214 del
2015),
che nessun argomento è dato desumere in contrario dalla
disposizione di cui all’art. 51, comma 4, d.P.R. n. 131 del 1986, non
solo perché trattasi di norma che regola altro tipo di imposta
(registro), ma soprattutto perché la stessa, nel prevedere che «per gli

cui al comma primo è controllato dall’Ufficio con riferimento al valore
complessivo dei beni che compongono l’azienda, compreso
l’avviamento …», non preclude affatto ma anzi richiede all’Ufficio di
esercitare un controllo sul valore dichiarato dalle parti;
che ciò posto la mancata esibizione di tale documento all’Agenzia
che ne ha fatto richiesta legittima di per sé l’accertamento induttivo,
ai sensi dell’art. 39, comma secondo, lett. d-bis), d.P.R. n. 600 del
1973;
che, in base a tale disposizione, come noto, l’Ufficio procede
all’accertamento «sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti
o venuti a sua conoscenza»: in tal modo esso è autorizzato a
determinare il reddito complessivo del contribuente medesimo con
facoltà di ricorso a presunzioni c.d. supersemplici, anche prive, cioè,
dei requisiti di gravità, precisione e concordanza, che comportano
l’inversione dell’onere della prova a carico del contribuente, il quale
può fornire elementi contrari intesi a dimostrare che il reddito
(risultante algebrica di costi e ricavi) non è stato prodotto o che è
stato prodotto in misura inferiore a quella indicata dall’ufficio (v. Cass.
13/02/2006, n. 3115; Cass. 18/06/2003, n. 9755; Cass.
02/12/2002, n. 17016);
che la C.T.R. non si è conformata a tali principT, avendo
aprioristicamente negato la correttezza del ragionamento induttivo
adottato sulla base del solo inconferente rilievo che «non si tratta di
rimanenze di magazzino a fine esercizio, ma di acquisto di ramo

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atti che hanno per oggetto aziende o diritti reali su di esse il valore di

d’azienda, comprensivo dei beni a magazzino»;
che la sentenza va pertanto cassata, restando assorbito l’esame del
secondo motivo;
che la causa va pertanto rimandata al giudice a quo, al quale va
anche demandato il regolamento delle spese del presente giudizio di
legittimità;

accoglie il primo motivo di ricorso; dichiara assorbito il secondo;
cassa la sentenza in relazione al motivo accolto; rinvia alla
Commissione tributaria regionale del Veneto in diversa composizione,
cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di
legittimità.
Così deciso il 13/10/2017

P.Q.M.

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